lunedì 15 novembre 2010

La sferzata critica di Giulietto Chiesa


Visioni europee per l'alternativa



Lunedì 15 Novembre 2010 23:24


Intervista di Ivan Basile a Giulietto Chiesa - progressonline.it.

Osteggiato a destra come a sinistra, Giulietto Chiesa con il movimento politico-culturale “Alternativa” si fa portavoce di una prospettiva autonoma, con una presa di posizione equidistante dai vari partiti presenti nel panorama politico italiano.

Giulietto Chiesa si è candidato in Lettonia per difendere i diritti umani delle minoranze russe. Nel libro “Il candidato lettone” ripercorre, tramite racconti e aneddoti, l'esperienza inedita di un alieno in Europa. Il suo libro-reportage è uno spunto per una riflessione generale sull'Unione Europea, sui suoi difetti congeniti, sul suo futuro.

C'è qualcosa che potremmo importare dal sistema politico lettone nel nostro Paese?
“L'unica cosa che mi pare interessante è il modo in cui i lettoni votano: con un proporzionale puro, a cui sono favorevole, con la possibilità non solo di esprimere preferenze ma anche di cancellare, nelle schede di voto, i candidati presenti nella lista ed esercitare, così, quel diritto di critica sacrosanto nei confronti del partito per cui si vota.
Un'altra cosa positiva – in comune con l'est europeo e con la cultura slava e russa – è il fatto di aver mantenuto un forte radicamento con la cultura del proprio passato. Ad esempio in occasione dell'anniversario per la vittoria sul nazismo - cui ho preso parte, come racconto nel libro - a Daugavpils, la seconda città lettone, ho assistito ad un concerto in piazza di cori patriottici. Vecchi e giovani cantano insieme agli artisti sul palco e conoscono a memoria tutte le parole delle canzoni e la cosa mia ha colpito molto. A differenza dell'Italia e dell'Europa occidentale, in cui spesso i giovani sanno poco di quel passato, ci tengono a conservare la memoria storica del proprio paese, intesa come patrimonio del loro popolo”.

La questione degli apolidi è legata ad un uso poco intelligente della memoria collettiva di una nazione, in questo caso della Lettonia nei confronti dell'ex Unione Sovietica. Una situazione anomala che in Lettonia coinvolge ben 400mila persone, il 17% della popolazione, rinchiusi nella condizione che lei nel libro definisce “Alien”, persone senza Stato.
“Perché un ragazzo nato dopo il 1991 non può essere cittadino del proprio paese in quanto figlio di russi? Come si fa a scaricare su di lui le colpe dei suoi genitori? E' una situazione scandalosa che bisognerebbe gridare nelle piazze d'Europa e nel Parlamento europeo. Quest'ultimo invece, si riempie la bocca con i diritti umani ma poi permette nel proprio territorio situazioni del genere. Sono soltanto chiacchiere: ci vorrà un'intera generazione per sanare un problema messo in atto per mantenere vive e fomentare le tensioni sociali contro la Russia”.

Ma perché il Parlamento europeo ha un atteggiamento così pilatesco, come da lei definito, cioè vede-non vede e si volta dall'altra parte. Perché non fa nulla per sancire il diritto di queste minoranze?
Perché il Parlamento Europeo è dominato da una maggioranza filo-americana. Alcuni paesi europei sono stati messi in piedi dagli Usa e quindi siccome devono essere riconoscenti ad essi, preferiscono voltarsi dall'altra parte piuttosto che aprirsi ad un atteggiamento positivo nei confronti della Russia. Sia in Europa che a Washington ci sono molte forze interessate a mantenere alta la tensione con la Russia, così si propagano le schegge della guerra fredda, con l'obiettivo imperiale degli Usa di mantenere una posizione di predominio nel mondo e che considera la Russia ancora come un nemico.

Il suo libro invita anche ad una riflessione più generale sull'Europa: il processo di formazione della cittadinanza europea sembra lungi dall'essersi compiuto. Come si spiegano tutte queste difficoltà, riusciremo mai a diventare gli Stati Uniti d'Europa?
L'ipotesi di Stati uniti d'Europa – in cui credo - richiede un grande balzo culturale e diventerà realtà soltanto quando l'Europa comincerà a ragionare autonomamente, con una visione dell'economia differente dal modello americano, che ha creato problemi ovunque abbia attecchito, in Russia, Cina, Europa e nella stessa America. Finché gli interessi europei coincideranno con quelli americani, e non con quelli delle popolazioni, nulla di tutto ciò sarà possibile.

Secondo lei le minoranze etniche che vivono nel nostro paese sono discriminate?
Certo. Siamo invasi da un'immigrazione da cui dipendiamo dal punto di vista economico, eppure siamo impreparati ad accoglierla. Invece di alzare la guardia dovremmo organizzarci al meglio per accogliere queste persone, ma non facciamo nulla in questo senso. A destra come a sinistra, nessuno è stato in grado di pensare ad un programma di integrazione culturale, ad un vero piano strategico con investimenti e dirottamenti di risorse: invece di costruire l'alta velocità, i 20 miliardi potrebbero essere utilizzati per progettare l'accoglienza degli immigrati.
Ma la politica italiana non ci arriva perché è costituita da persone incolte, mal selezionate, incapaci di gestire questi problemi e di fronteggiare un fenomeno che dovrebbe essere previsto, dimostrando di avere una veduta corta, per nulla lungimirante.

Arriviamo alle recenti vicende politiche. Improvvisamente Fini e i suoi hanno scoperto la natura di imbonitore e di piazzista di Berlusconi. Lei ci crede? Ed ha senso oggi, e mi riferisco alla sinistra, rivendicare il fatto di esserci arrivata prima?
“Ma perché la sinistra ci è veramente arrivata prima? Se così fosse non avrebbe consegnato nelle mani di Berlusconi il controllo della mente di 60 milioni di italiani, come invece è accaduto.
Adesso Fini si trova nella situazione sgradevole di spiegare come mai ha portato Berlusconi al potere: la situazione attuale è anche il frutto delle sue decisioni.
Credo che si andrà alle elezioni perché Berlusconi non se ne andrà facilmente. Il risultato finale sarà un governo centrista appoggiato dal Pd che attuerà la macelleria sociale che il governo precedente non è stato capace di fare”.

Nichi Vendola può essere l'uomo nuovo alla guida della sinistra italiana?

“Ma quale sinistra italiana che non esiste più? Il Pd non è sinistra, 'Sinistra, ecologia e libertà' di Vendola va verso il Pd e non la considero sinistra perché non ha una proposta per l'Italia.
Avere una proposta significa cominciare col dire chiaramente chi gestisce il denaro in Europa, come funziona il sistema della finanza internazionale contro cui ci battiamo, che bisogna uscire dalla Nato, cose che non sento da nessuna parte. Una posizione critica che metta in discussione i capisaldi del potere, lo sviluppo continuo e la competitività è impossibile mantenere senza distruggere i diritti umani e sociali dei lavoratori. La sinistra italiana, invece, è 'sviluppista' e non mette minimamente in dubbio l'idea che sia possibile una crescita infinita di una qualsivoglia grandezza all'interno di un sistema finito di risorse. Bisogna andare verso un'altra concezione della società, verso un nuovo partito che rappresenti gli interessi dei lavoratori e che spieghi come prepararsi alla decrescita.
Avevo lanciato Megachip per contrastare l'informazione appannaggio del mainstream, ma sono stato isolato proprio dalla sinistra: Rifondazione Comunista e i Comunisti italiani sono stati i primi a mettermi il bastone tra le ruote. Troppo impegnati a frequentare i salotti di Bruno Vespa hanno permesso la catastrofe. Invece di capire che bisognava mettere a soqquadro quei salotti, prendevano parte allo show ringraziando di essere stati invitati, cosa che continuano a fare anche oggi. Il movimento che abbiamo costituito, 'Alternativa', è l'inizio di un laboratorio politico che pone il ruolo dell'informazione e dei media al centro di tutto. Abbiamo bisogno con urgenza di un'altra comunicazione e un'altra educazione collettiva per rieducare alla democrazia milioni di persone attraverso un sistema mediatico democratico e realmente critico”.

Avanti così, Giuliano




La vera corsa comincia adesso

15 novembre 2010 //0

Ce l’abbiamo fatta. Non so se sono più felice, frastornato, stremato o energico per quello che ci aspetta. Perché la vera corsa, lo sappiamo tutti, comincia adesso. E’ come se finora avessimo scherzato: in fondo, noi, stavamo tutti dalla stessa parte! Però io sono convinto di una cosa: adesso la strada è in discesa, adesso sarà più facile, adesso comincia la marcia vittoriosa di tutti noi per riprenderci Milano. Quel Quarto Stato, insomma. Non ho dubbi, e la prova l’abbiamo avuta ieri, sotto i nostri occhi: mentre noi ci contendevamo ancora voto a voto, decisi a rispettare quale che fosse il risultato delle urne, dall’altra parte Berlusconi, solo lui, incoronava la Moratti. Lo stile fa la differenza; non lo dico perché sono un avvocato, ma la forma è sostanza. Grazie a tutti noi, grazie per essere come siamo: noi non accettiamo che sia un padrone a dirci cosa fare. Democrazia per noi non è solo una parola vuota che pronunciamo. E’ una pratica; magari faticosa, litigiosa, a volte anche aspra. Ma mille di queste asprezze, se sono il prezzo della differenza.
Ieri credo di avere fatto il pieno di emozioni: sono stato al raduno degli stranieri, arrivati da tutte le città d’Italia, sotto la torre di via Imbonati; poi al pranzo sociale dell’Eutelia; poi ad aspettare i risultati, finalmente disteso sul divano. Drammi che sono lo specchio di realtà diverse. Ho visto, in questi quattro mesi, centinaia di situazioni con problemi da risolvere. Servirà essere uniti, per farlo. Perché solo l’unità dà la forza. Ho anche cominciato a fare l’elenco dei libri che ho raccolto in questa campagna elettorale. Il sapere scientifico della scuola, Salvare l’acqua, Il tempio siamo noi, Milano e il suo destino, Il valore dell’alleanza… una volta o l’altra scrivo la lista completa, ne vale la pena, perché ognuno è un pezzetto della realtà che ho conosciuto e che presto governeremo. Ma adesso non voglio parlare di progetti, questo è il momento delle emozioni. Avevo il cuore in gola, quando sono arrivato al mio comitato elettorale: i miei avevano perfino preparato uno striscione con su scritto Grazie Giuliano, credo che qualcuno abbia rubato delle lenzuola a casa, che abbiano comprato delle bombolette, ma quando l’hanno srotolato ho fatto fatica a non commuovermi. Poi c’è stata la festa all’Arci. Al Bellezza, che in questi mesi è diventato la mia seconda casa. E’ stata davvero una grande gioia, la chiusura di una prima cavalcata esaltante.
Dovrei essere felice, questo è l’ultimo post del Diario elettorale per le Primarie e si chiude con un primo, fantastico happy end.
Lo sono, felice.
Però, in fondo, ho già un po’ di nostalgia…

Effetto Nichi



L'armata di Vendola su Internet:dopo Pisapia parte l'assalto al Pd

Le primarie milanesi sono state il banco di prova decisivo: una campagna elettorale fatta di appuntamenti e opinioni lanciate in rete, blog, pagine Facebook. Solo la pagina di Nichi ha oltre 300mila iscritti. E nel mirino ci sono Bologna, Napoli, Torino

di CARMINE SAVIANO, da Repubblica online 15/11/2010


"Una gioiosa e digitale macchina da guerra". La battuta circola nello staff di di Giuliano Pisapia dopo il successo alle primarie milanesi. ma è molto più di una battuta: il successo del candidato milanese è anche la vittoria di un metodo politico che mette al centro le potenzialità della rete. Blog, siti ufficiali e forum, Fabbriche di Nichi e pagine Facebook. Tutto questo e altro, sin dove l'immaginazione politica legata al web può spingersi. Un sistema di propaganda 2.0 a disposizione di Sel e di Vendola, un ingranaggio quasi perfetto messo in piedi in poco più di un anno. Presenza capillare sui social network, videolettere sugli argomenti del giorno, proposte politiche racchiuse in poche battute. Tutto firmato Nichi. E dalla rete i militanti di Sinistra e Libertà lanciano la sfida per le primarie a Bologna, Napoli e Torino. Ma l'obiettivo è oltre: vincere la battaglia campale per la leadership del centrosinistra italiano.

Un filo rosso dalla Puglia a Milano. Su Twitter i primi messaggi che annunciano la vittoria di Pisapia scattano poco dopo le 22 e 30 di domenica, con qualche minuto di anticipo sulle agenzie di stampa. Poi iniziano a riempirsi le bacheche su Facebook. "Non ho mai dubitato, ma vincere è bellissimo" scrive una elettrice sulla pagina ufficiale di Giuliano Pisapia. E ancora: "Finalmente un candidato per cui sarò felice di andare a votare", "ne avevamo proprio bisogno". A mettere ordine e a suggellare il tutto arriva il post
di Nichi Vendola: "Una lezione di buona politica in un Paese sgomento dinanzi allo spettacolo permanente di una politica indecente. Milano regala una buona giornata al centrosinistra e all'Italia migliore".

L'effetto Vendola. Battere il Pd sul suo territorio. Approfittare delle primarie per rovesciare i rapporti di forza e per andare oltre la logica dei numeri. Coinvolgere attraverso la rete chi è lontano dalla politica o stanco del 'Palazzo'. Sembra questa la strategia di Sel. Un modello vincente, la cui ultima incarnazione è la campagna elettorale per Giuliano Pisapia. Gruppi su Facebook e aperitivi, blog e programmi politici. Un modello che sta per essere rilanciato a Napoli, Torino e Bologna, tre dei comuni più importanti in cui si vota alle prossime elezioni amministrative, marzo 2011. A Napoli e Bologna la data per le primarie è fissata per il 23 gennaio, mentre a Torino si vota il 6 febbraio. Nel capoluogo campano, a sinistra si lavora intorno alla possibile candidatura del magistrato Raffaele Cantone, mentre il Pd è spaccato da due candidature, quelle di Umberto Ranieri e Nicola Oddati. A Bologna già si parla di 'effetto Vendola', con i sondaggi che danno Sinistra e Libertà al 12% e la candidata Amelia Frascaroli al 22%. A Torino, dove si sceglie il successore a Sergio Chiamparino, è ancora tutto in alto mare.

Un anno di fabbriche. E la rete di Sinistra e Libertà si diffonde. I 'vendoliani' non sono al lavoro solo nelle grandi città. Anzi, la loro forza sta nelle 516 "Fabbriche di Nichi" diffuse in tutto il Paese. Un'officina del consenso a disposizione del governatore della Puglia, all'opera esattamente da un anno, dal 15 novembre 2009. Nati come comitati elettorali per le primarie in Puglia dello scorso gennaio, le Fabbriche affiancano il lavoro di Sinistra e Libertà, fornendo, durante le primarie, un aiuto cospicuo. Dai materiali per la propaganda online ai gazebo, dai dibattiti agli incontri politici. Una schiera di militanti continuamente mobilitati per diffondere quanto più possibile l'offerta politica di Vendola.

Il nuovo vocabolario. E il campionario digitale a disposizione è vasto. 108 video sul canale YouTube di Vendola, quasi 300 su quello di Sinistra e Libertà. Poi documenti, analisi, appelli. E ogni videolettera di Nichi è condivisa e analizzata per estrarne slogan e parole d'ordine. La "connessione sentimentale", "l'eruzione di buona politica", "l'Italia migliore", diventano parti di un vocabolario che accomuna sempre più persone. Che si ritrovano sulla pagina Facebook di Vendola: 316mila iscritti, il luogo della 'politica digitale' più frequentato in Italia. Con picchi di partecipazione consistenti: 500mila condivisioni per la videolettera in cui Vendola rispondeva al Silvio Berlusconi di "meglio guardare una bella donna che essere gay". E Nichi che ne pensa della sua proizione 2.0? Tutto il bene possibile, ovviamente: "Ho solo il potere di mettere la mia ugola a disposizione dei nostri sogni e dei nostri sentimenti".

Speriamo non tornino le bombe



In un paese che frana e dalle prospettive incerte, speriamo che la destabilizzazione del potere berlusconiano non ci infligga altri momenti tragici grazie ai soliti servizi deviati, alle mafie di cui quel potere è espressione, agli amici stranieri pericolosi.


È finita la colla del Cavaliere
di ILVO DIAMANTI

Dietro al declino di Silvio Berlusconi si scorgono una maggioranza a pezzi e un Paese in briciole. Senza colla e senza cornice. Perché Berlusconi era e resta l'unica colla e l'unica cornice per il suo partito, la sua maggioranza.

Per la base sociale che, per tanti anni, si è identificata in lui. La sua maggioranza. È a pezzi. Ormai da tempo. Da quando si è rotta l'intesa - fragile - con Gianfranco Fini. Che non ha mai accettato l'annessione di An. L'ha subìta, facendo buon viso a cattivo gioco. Ma il patto si è spezzato, ormai da mesi. Per ragioni politiche e personali - ormai impossibili da scindere in questa democrazia dell'opinione. Così oggi la maggioranza non ha più una maggioranza. La nascita di Fli, prima come gruppo parlamentare e poi come partito vero e proprio, ha ridotto il Pdl a un ex-partito. Spezzato. La maggioranza di governo: non c'è più. La regge solo la Lega. Finché le conviene. Pochi mesi, poche settimane, pochi giorni. Finché non riterrà la crisi di governo più costosa, politicamente, della mancata riforma federalista. Cioè, ancora per poco, immaginiamo. Ma già ora la Lega agisce come un partito esterno alla maggioranza di Silvio Berlusconi. Non risponde a lui. Non l'ha mai fatto, d'altronde. Ma ora ne prende apertamente le distanze. E non accetta - ci mancherebbe - di vedersi ridimensionata dall'ingresso nel governo dell'Udc. La sua vera antagonista.
È a pezzi anche il Pdl, diviso all'interno. Dove Tremonti è percepito, ormai, come il vero premier. Riferimento per possibili maggioranze alternative. Gradito alla Lega, accettato dai centristi e da una parte del PD.

Ma il Pdl è diviso anche alla base. Nel Nord: soppiantato dalla Lega. Nel Mezzogiorno: incalzato da Fli. E dalle nuove leghe meridionali, soprattutto in Sicilia. Le stime elettorali più recenti (da ultime, quelle dell'Ipsos di Pagnoncelli e dell'Ispo di Mannheimer) sottolineano il declino del Pdl: ormai ben al di sotto del 30%. E suggeriscono che la maggioranza di centrodestra rischierebbe di non essere tale neppure alla prova del voto. PdL e Lega, infatti, non raggiungerebbero il 40%. Mentre i partiti di centro - Udc, Fli, Api, con il rinforzo di Montezemolo - otterrebbero intorno al 18%. Il PD - per quanto in affanno - e l'Idv, alleati alle sinistre, potrebbero perfino prevalere. Alla Camera. Mentre al Senato nessuna maggioranza appare possibile. Motivo che ha spinto Berlusconi ad avanzare la singolare idea, in un sistema a bicameralismo perfetto, di votare solo per la Camera. Tanto per dividere ancora di più le rappresentanze e le istituzioni.

Il fatto è che Berlusconi non è solo il leader di Fi, del Pdl e dell'attuale maggioranza di centrodestra. Ne è l'inventore. E l'unica colla. Senza di lui, questo progetto e questo soggetto politico non stanno insieme. Come non sta insieme l'Italia a cui egli ha dato rappresentanza ed evidenza. Perché Berlusconi, va ribadito, non ha vinto "solo" per merito delle televisioni e della sua capacità di usare - prima e meglio degli altri - il marketing in politica. Ma anche perché ha interpretato il cambiamento sociale - profondo - avvenuto in Italia negli anni Ottanta e Novanta. L'irruzione dei piccoli imprenditori del Nord, veicolata dalla Lega. A cui Berlusconi ha garantito cittadinanza politica e accesso al governo, ancora nel 1994. L'affermazione del capitalismo di "produzione dei beni immateriali" (per citare Arnaldo Bagnasco): finanza, comunicazione, assicurazioni. Queste tendenze che hanno imposto la logica del "mercato" negli stili di vita e nei modelli culturali, promuovendo l'avvento di una società di individui, orientati dai consumi e dai media. Berlusconi, a questa realtà sociale ed economica, ha offerto linguaggio, immagine, ideologia. Luoghi e canali di espressione e di comunicazione. In altri termini: rappresentanza e rappresentazione.

Oggi questa Italia non si riconosce più in lui. Né Berlusconi è in grado di offrirle identità comune. D'altra parte, la crisi globale ha tolto credibilità al sistema del credito e della finanza. Non solo, ne ha acuito il contrasto con i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori. E poi la paura: generale e generalizzata, generata dalla crisi economica e dall'incombere della disoccupazione. La domanda di Stato sociale, di sostegno pubblico. Tutto ciò ha indebolito il ruolo di Berlusconi. La sua offerta di rappresentanza. La sua "ideologia del fare" - peraltro, puntualmente smentita dai fatti. Ha reso impopolare la sua interpretazione festosa e fastosa dell'uomo-che-si-è-fatto-da-sé. Così, si è assistito alla presa di distanza, nei suoi confronti, da parte degli ambienti che lo avevano, fin dall'inizio, guardato con favore. Le associazioni imprenditoriali, alcune organizzazioni di categoria e parte del mondo cattolico. Mentre si è allargato il disincanto sociale, sottolineato dal grado di fiducia verso di lui, sceso - oggi - ai minimi storici. Anche per questo assistiamo a un Paese che si sbriciola. Dove prevalgono i risentimenti sociali. Contro gli statali fannulloni, gli insegnanti impreparati, i baroni senza morale, i medici incapaci (e criminali). Mentre si è logorato il mito dell'italiano in grado di reagire a tutto, maestro dell'arte di arrangiarsi. A cui piace vivere bene, in un ambiente estetizzato da secoli di arte e di cultura. Più che a vivere, oggi, gli italiani - molti italiani - sono impegnati a sopravvivere. Alla crisi economica. I giovani: alla precarietà. In un ambiente che cade a pezzi. Peraltro, mentre si celebrano i 150 dell'unità d'Italia, le tensioni territoriali crescono. Tra Nord, Roma, il Sud. Nel Nord e nel Sud.

A tutto ciò Berlusconi non sa e non riesce più a dare risposte unificanti. Non solo per ragioni "politiche" congiunturali. Anche perché sono in crisi la struttura sociale e il sistema di valori che egli ha interpretato per oltre 15 anni. Il problema è che le alternative - sociali, ma anche politiche - faticano ad emergere. Per cui ci scopriamo spaesati, in un paese sbriciolato. Affollato di individui soli e vulnerabili. L'uscita dal berlusconismo - anche senza Berlusconi - si annuncia lunga e faticosa.

sabato 6 novembre 2010

Il countdown è iniziato, speriamo solo sia celere




La maledizione di Al Pappone

di MARCO TRAVAGLIO



Fa benissimo Al Pappone a preoccuparsi della mafia. Non perché Cosa Nostra ce l’abbia con lui a causa dei “colpi che le stiamo infierendo” (sic): quella è gente seria, sa apprezzare i regali degli amici, tipo lo scudo fiscale o la norma che consente di rivendere all’asta i beni sequestrati o gli attacchi ai pentiti e ai pm antimafia e, soprattutto, sa distinguere tra il lavoro di magistrati e forze dell’ordine e i messaggi di chi beatifica Mangano e demonizza Saviano. Ma, proprio perché sono fra le poche persone serie rimaste in Italia, i mafiosi hanno buona memoria: ricordano gli accordi presi e pretendono che siano rispettati. Se qualcuno li prende per i fondelli con promesse a vanvera, non fanno come gli italiani normali che dimenticano, fischiettano e rivotano: quelli s’incazzano e sparano. Siccome alcuni punti del “papello” restano da realizzare, le mafie guardano con preoccupazione al tramonto dell’impero. E potrebbero partecipare più attivamente al dibattito politico. Per rammentare a chi di dovere che gli impegni vanno onorati. O per presentare il conto a chi verrà dopo. Naturalmente l’idea che Cosa Nostra utilizzi le mignotte per ricattare Al Pappone poteva venire giusto a lui. Ma è significativo che sia venuta a lui. Come osservava l’altra sera Paolo Mieli ad Annozero, la discesa agli inferi del Cavaliere di Hardcore non conosce limiti. Due anni fa il pover’uomo stazionava nel girone delle aspiranti attricette di Raifiction. L’anno scorso precipitò sulla circonvallazione di Casoria alla festa di Noemi e nell’harem di Gianpi Tarantini, piazzista di protesi, coca e altre belle cosette. Ora è sprofondato nei bassifondi delle pornodiscoteche e delle amiche poliglotte di Lele Mora, a sua volta amico di certi bei tipini legati alla ‘ndrangheta. E chissà quale sarà il prossimo gradino dell’abisso senza fondo. Invano i cortigiani recitano il copione dell’anti-moralismo. Vespa partorisce il solito libro su sesso e potere da Vittorio Emanuele II a Garibaldi, da Cavour a Mussolini, come se il guaio fosse che B. ama le donne. Belpietro titola “Santoro crede alle puttane”: ma qui l’unico che crede alle puttane, anche quando – dice lui – gli raccontano di essere le nipoti di Mubarak, è quello che se ne fa recapitare 30 a botta a domicilio. Panorama, dopo averci raccontato che la D’Addario è un’infiltrata dal Comintern nel lettone di Putin (a proposito, che ne è della famosa “Orecchiette Connection”?), titola a tutta copertina sotto le poppe di Ruby e Nadia: “Armi indecenti”. “L’ammucchiata”. “Gli sciacalli dell’antiberlusconismo”. Che sarebbero i giornalisti che danno conto degli scandali, i magistrati che indagano e i politici che criticano. Scusate, colleghi (si fa per dire), ma chi riceveva in casa quelle “armi indecenti” per fare “ammucchiate”? Fini? Di Pietro? Santoro? O il vostro padrone? Zio Tibia Sallusti si domanda: “Chi ha armato e pilotato la nuova stagione delle escort? Chi potrebbe essere l’oscura manina che sta dirigendo le operazioni?”. Risposta: la mafia o Fini o magari tutt’e due. Non si accorgono, questi giallisti della mutua, che più scrivono cose del genere, più confermano l’unico aspetto pubblico dello scandalo: non il sesso senile di Al Pappone, ma la condizione di vulnerabilità e ricattabilità in cui si è cacciato con le sue mani.



Il complotto mafia-escort fa ridere. Ma se il premier è ricattabile dalla mafia è perché si teneva alcuni mafiosi in casa. Se è ricattabile dalle escort è perché le sue case sono piene di escort di cui lui nemmeno conosce l’identità. Sono trent’anni che passa le giornate a fare casini e le nottate a cercare di coprirli con tangenti, depistaggi e leggi ad personam. Dopo una vita trascorsa a fuggire dal suo passato, ora sente che sta per esserne raggiunto. Ricorda l’investigatore C. W. Briggs interpretato da Woody Allen ne La maledizione dello scorpione di Giada: indagava su certe misteriose rapine, poi si scoprì che il rapinatore era lui. Ma Briggs, almeno, agiva sotto ipnosi. Al Pappone pare sia lucido.



http://www.laltranotizia.net/2010/11/la-maledizione-di-al-pappone.html

TRATTO da il FATTO Q. del 6 NOV

venerdì 5 novembre 2010

Modernità

mercoledì 3 novembre 2010

Le inquietanti riflessioni di Giulietto

Un'altra guerra e' possibile -

di Giulietto Chiesa
da «La Voce delle Voci» - 2 novembre 2010

Un altro mondo è possibile. Era lo slogan del movimento pacifista mondiale, quando si esponevano bandiere della pace ai balconi e i leader della sinistra scendevano in piazza alla testa dei cortei.

Oggi muoiono altri quattro militari italiani in Afghanistan e il silenzio è agghiacciante. Ma ciò che manca è soprattutto la capacità di prevedere lo scontro fra Occidente e la coppia Cindia-Brasile.


PRENDO SPUNTO dagli ultimi quattro morti italiani in Afghanistan per una riflessione sul movimento pacifista italiano. Cinque anni fa c’erano milioni di persone che mettevano alle finestre le bandiere della pace. Adesso niente. Vorrei fare una domanda ai leader di quel movimento. Che c’erano, eccome che c’erano? Non è mai esistito un movimento senza leader, per quanto temporanei. Non li nomino perché non voglio polemiche inutili. Preferirei che riemergessero. Ma la domanda vorrei arrivasse a destinazione. Io una risposta ce l’ho. Se non si capiscono le radici della guerra, da dove viene e perché, non si può creare nessun movimento per la pace.

Il silenzio attuale, nel campo pacifista, assorda le orecchie. Peggio. Sembra che tutti siano stati assorbiti dal e nel chiacchiericcio quotidiano italiano su escort, corruzione, acquitrini da conflitto d’interesse e miserie umane della banda di lanzichenecchi che ha preso il potere in Italia. Naturalmente con il concorso attivo, colpevole e colposo, della ex opposizione.

Si dovrebbe trovare la forza, almeno quella morale, di alzare lo sguardo sulla linea dell’orizzonte. Invece, anche quelli che osservano e analizzano la crisi, le crisi, in corso, curando le pagliuzze che fanno venire le lacrime agli occhi, sembrano non vedere la enorme trave che si avvicina, portata dalla corrente.

Questa trave si chiama guerra. A me pare di vederla distintamente. Tutto ciò che accade, in questi mesi dopo il crollo di Wall Street, dice che il mondo va verso la guerra. Nessuno sa quando scoccherà, e non faccio il parallelo con la crisi del ’29 (che fu seguita dalla seconda guerra mondiale nel 1939). Ma non vedere che gli Stati Uniti e la Cina sono in rotta di collisione e che il problema principale è fermare quelle due parabole, è dare prova di una assoluta cecità. Lo so, qualcuno si chiederà cosa possiamo fare noi, qui, in questo paese allo sbando.

E io rispondo: con questi leader della ex sinistra, certo, non possiamo fare niente. Con Giuliano Amato, che, autoriesumandosi, emerge per spiegarci che in Afghanistan non c’è la guerra e, se c’è, è tutta legale. Con i Fassino e i Bersani che tacciono, o applaudono, non si va da nessuna parte che non sia una catastrofe.

Ma vogliamo provare a mettere in piedi un discorso che sia qualcosa di più di un balbettio subalterno? Come si fa, in queste condizioni, a difendere la pace se non si sa prevedere più in là dell’oggi e del domani mattina? Quelli che preparano la guerra hanno capacità strategiche limitate ma inconfrontabilmente superiori. Chi si ricorda del documento del PNAC (Project for the New American Century), che prevedeva - tra lo stupore generale - che al 2017 la Cina sarebbe divenuta il pericolo principale per la sicurezza degli Stati Uniti d’America?

Il movimento pacifista non volle capire che il messaggio di questa guerra era nato l’11 settembre, e che non era stato il fondamentalismo musulmano a compitarlo. E tacque, insieme almainstream, che era lo strumento del silenzio del Superclan che progettava la guerra. Il risultato è che il mainstream è ancora ben vivo e il movimento è morto.

Se è morto è anche per questo.

E a coloro che, giustamente, proclamano che la crescita è finita, non viene in mente che non c’è spazio, su questo pianeta, per un Occidente che vuole ancora crescere e una Cindia e un Brasile che debbono ancora crescere? E, se non c’è questo spazio, non si vede che qualcuno prenderà le armi per ritagliarsi il proprio, a spese degli altri?

Anzi liquidando i concorrenti. Ecco un’altra cosa che anche gli epigoni della sinistra, si fa per dire antagonista, non hanno ancora capito: che la guerra che si prepara non è per la vittoria, ma per lo sterminio del “nemico”. Prevedere questo futuro è l’unico modo per preparare le difese. Dirlo ad alta voce è l’Alternativa.