domenica 2 ottobre 2011

Ma ora servono sarti di vera eccellenza

Ricucire l’Italia, il manifesto

di Gustavo Zagrebelsky

L’anno anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia rischia di concludersi così. Così, come? Con una frattura profonda.

Sempre più e rapidamente, una parte crescente del popolo italiano si allontana da coloro che, in questo momento, sono chiamati a rappresentarlo e governarlo.

I segni del distacco sono inequivocabili, per ora e per fortuna tutti entro i limiti della legalità: elezioni amministrative che premiano candidati subìti dai giri consolidati della politica; referendum vinti, stravinti e da vincere nell’ostilità, nell’indifferenza o nell’ambiguità dei maggiori partiti; movimenti, associazioni, mobilitazioni spontanee espressione di passioni politiche e di esigenze di rinnovamento che chiedono rappresentanza contro l’immobilismo della politica.

Il dilemma è se alla frattura debbano subentrare la frustrazione, l’indifferenza, lo sterile dileggio, o l’insofferenza e la reazione violenta, com’è facile che avvenga in assenza di sbocchi; oppure, com’è più difficile ma necessario, se il bisogno di partecipazione e rappresentanza politica riesca a farsi largo nelle strutture sclerotizzate della politica del nostro Paese, bloccato da poteri autoreferenziali la cui ragion d’essere è il potere per il potere, spesso conquistato, mantenuto e accresciuto al limite o oltre il limite della legalità.

Si dice: il Governo ha pur tuttavia la fiducia del Parlamento e questo, intanto, basta ad assicurare la legalità democratica. Ma oggi avvertiamo che c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi. Un Parlamento che, di fronte a fatti sotto ogni punto di vista ingiustificabili, alla manifesta incapacità di condurre il Paese in spirito di concordia fuori della presente crisi economica e sociale, al discredito dell’Italia presso le altre nazioni, non revoca la fiducia a questo governo, mentre il Paese è in subbuglio e in sofferenza nelle sue parti più deboli, non è forse esso stesso la prova che il rapporto di rappresentanza si è spezzato? Chi ci governa e chi lo sostiene, così sostenendo anche se stesso, vive ormai in un mondo lontano, anzi in un mondo alla rovescia rispetto a quello che dovrebbe rappresentare.
Noi proviamo scandalo per ciò che traspare dalle stanze del governo. Ma non è questo, forse, il peggio. Ci pare anche più gravemente offensivo del comune sentimento del pudore politico un Parlamento che, in maggioranza, continua a sostenerlo, al di là d’ogni dignità personale dei suoi membri che, per “non mollare” – come dicono –, sono disposti ad accecarsi di fronte alla lampante verità dei fatti e, con il voto, a trasformare il vero in falso e il falso in vero, e così non esitano a compromettere nel discredito, oltre a se stessi, anche le istituzioni parlamentari e, con esse, la stessa democrazia.

Sono, queste, parole che non avremmo voluto né pensare né dire. Ma non dobbiamo tacerle, consapevoli della gravità di ciò che diciamo. Il nodo da sciogliere per ricomporre la frattura tra il Paese e le sue istituzioni politiche non riguarda solo il Governo e il Presidente del Consiglio, ma anche il Parlamento, che deve essere ciò per cui esiste, il luogo prezioso e insostituibile della rappresentanza.

Dov’è la prudenza? In chi assiste passivamente, aspettando chissà quale deus ex machina e assistendo al degrado come se fossimo nella normalità democratica, oppure in chi, a tutti i livelli, nell’esercizio delle proprie funzioni e nell’adempimento delle proprie responsabilità, dentro e fuori le istituzioni, dentro e fuori i partiti, opera nell’unico modo che la democrazia prevede per sciogliere il nodo che la stringe: ridare al più presto la parola ai cittadini, affinché si esprimano in una leale competizione politica. Non per realizzare rivincite, ma per guardare più lontano, cioè a un Parlamento della Nazione, capace di discutere e dividersi ma anche di concordare e unirsi al di sopra d’interessi di persone, fazioni, giri di potere. Dunque, prima di tutto, ci si dia un onesto sistema elettorale, diverso da quello attuale, fatto apposta per ingannare gli elettori, facendoli credere sovrani, mentre sono sudditi.

Le celebrazioni dei 150 anni di unità hanno visto una straordinaria partecipazione popolare, che certamente ha assunto il significato dell’orgogliosa rivendicazione d’appartenenza a una società che vuole preservare la sua unità e la sua democrazia, secondo la Costituzione. Interrogandoci sui due cardini della vita costituzionale, la libertà e l’uguaglianza, nella nostra scuola di Poppi in Casentino, nel luogo dantesco da cui si è levata 700 anni fa la maledizione contro le corti e i cortigiani che tenevano l’Italia in scacco, nel servaggio, nella viltà e nell’opportunismo, Libertà e Giustizia è stata condotta dalla pesantezza delle cose che avvolgono e paralizzano oggi il nostro Paese a proporsi per il prossimo avvenire una nuova mobilitazione delle proprie forze insieme a quelle di tutti coloro – singole persone, associazioni, movimenti, sindacati, esponenti di partiti – che avvertono la necessità di ri-nobilitare la politica e ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e in coloro che le impersonano. Che vogliono cambiare pagina per ricucire il nostro Paese.

LE FIRME

Giovanni Bachelet, Mauro Barberis, Michele Battini, Daria Bonfietti, Sandra Bonsanti, Michelangelo Bovero, Lorenza Carlassare, Lella Costa, Nando Dalla Chiesa, Roberta De Monticelli,
Alessandro Ferrara, Aldo Gandolfi, Paul Ginsborg, Olivia Guaraldo, Gad Lerner, Giunio Luzzatto, Gabriele Magrin, Valerio Onida, Moni Ovadia, Stefano Pareglio, Simona Peverelli, Regina Pozzi, Marco Revelli, Onorio Rosati, Elisabetta Rubini, Franco Sbarberi, Michele Serra, Amalia Signorelli, Carlo Smuraglia, Corrado Stajano, Marco Travaglio, Giuliano Turone, Nadia Urbinati, Salvatore Veca, Ermanno Vitale

LE SIGLE

Anpi Nazionale, Arci Milano, Camera del Lavoro di Milano, Circoli LeG, Comitati X Milano, Le Girandole.

Imperdibile Giacomo


Eminenza, che bello vivere nella mia Milano invivibile

di GIACOMO PORETTI, da La Stampa

Questo è il discorso con cui Giacomo Poretti (del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) ha dato il benvenuto al nuovo arcivescovo Angelo Scola.

Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti. Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece... ci ho messo un po’ di più.

La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 centimetri, ero in compagnia del mio papà, che benché ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno il nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: «Va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?». «Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!». Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma: «Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!».

Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l'Inter a San Siro.
All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no. C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva... siamo stati in Duomo perché il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina... La mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!
Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, e anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina.

Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene.

All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? Quel corpicino che non si decideva a crescere? Io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1 metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande... finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era il gioco più bello del mondo.

Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano.
Milano è molto diversa da quella degli Anni 60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: due per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana.

A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollatissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il Pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o 12 elementi, questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente.

Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri Eminenza c’è più gente in coda per il pane che non per il prêt-à-porter, anche se a Milano, si tappi le orecchie, si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia. A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del Pleistocene.

A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da Paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se siamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della Basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il couscous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto: «Sarà minga un terun?». Dopo una settimana di broncio gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: «Sarà mica un extracomunitario?». C’è sempre qualcuno più a Sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate (vero Eminenza?).

A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la cassoeula... ma Lei lo sa Eminenza che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore Sant’Ambrogio, San Carlo, ma anche Shakespeare, Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi: uscire dall'oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!

E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta... (non ci scriva sopra proprietà dell'Arcivescovado, se no gliela fregano subito), una bici normale.... e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino piazza San Fedele, in quella chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a pedalare... e poi capirà perché Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perché due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria San Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heidegger... e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore.
Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto.

E va bene, noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo, è un po’ come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina.
E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!

Apocalypse, now?

I cambiamenti climatici disegnano nuove mappe del globo

fonte: Il Fatto Quotidiano

Il prestigioso Times Atlas of the World inserisce tra le proprie mappe Uunartoq Qeqertoq, che in lingua Inuit significa "isola del riscaldamento", circa 650 km dal Circolo polare artico. Tra avveniristiche piattaforme e nuove terre, l'innalzamento dei mari non è più una questione di futuro, ma di sopravvivenza del presente
Centomila abitanti da traslocare nei prossimi trent’anni su un’isola artificiale, una piattaforma galleggiante da due miliardi di dollari, per sfuggire all’innalzamento del livello del mare dovuto ai cambiamenti climatici: ipotesi ormai presa in seria considerazione dal presidente dello Stato insulare di Kiribati, in Oceania. Una dichiarazione scioccante, fatta durante il recente Pacific Islands Forum di Auckland, in Nuova Zelanda. È l’organismo che annovera le Maldive e Tonga, Tuvalu e le Salomone insieme alle isole Cook. Tutte accomunate dalla stessa sorte inquietante: l’incubo di ritrovarsi presto sommerse dall’oceano, scomparendo dalle carte geografiche. Mappe su cui, nel frattempo, altre isole nascono dalle acque. Lo conferma il prestigioso Times Atlas of the World che, nella sua ultima versione, ha ufficialmente riconosciuto la Uunartoq Qeqertaq, o Warming Island, comparsa in questi ultimi anni a causa dello scioglimento dei ghiacci artici.

Il Presidente di Kiribati, Anote Tong, ha mostrato di volere fare sul serio, per permettere ai suoi cittadini di non doversi trasferire in altre parti del mondo. Prima che Kiribati si inabissi, gli isolani traslocheranno su una maxi-piattaforma simile a quelle petrolifere. “Se siete di fronte all’opzione di rimanere sommersi, saltereste su di una piattaforma come quella? Penso che la risposta sia ‘Sì’”. Quando ha visto i modelli di queste strutture (a quanto pare quelli nati dalle visioni futuristiche dell’architetto belga Vincent Callebaut), Tong pensava di avere a che fare con qualcosa di fantascientifico, così moderno da chiedersi se la sua gente potesse veramente viverci. “Stiamo prendendo in considerazione tutte le opzioni”, conferma Tong, muovendo dalla più semplice delle domande: “Cosa fareste per i vostri nipoti?”.

Del resto, oltre alla possibilità di non avere più una terra su cui vivere entro i prossimi tre decenni, i problemi per Kiribati si presentano già oggi a livello di spese: supera infatti i 900 milioni di dollari (Usa) la cifra che il piccolo Stato-isola – come le altre realtà insulari della regione, minacciate anch’esse dal global warming – dovrà sostenere per proteggere adeguatamente le sue infrastrutture dall’innalzamento delle acque marine. Servono soluzioni tecnologiche ma anche finanziarie: obiettivo non facile, scovare i fondi necessari all’innalzamento di barriere per proteggersi dal mare.

Fra utopia e realtà, più che ad enormi investimenti in avveniristiche piattaforme galleggianti, probabilmente ci si dovrà preparare, nell’arco dei prossimi trent’anni, a una serie di migrazioni ed evacuazioni di massa. Nel Pacifico, infatti, Australia e Nuova Zelanda valutano già la possibilità di dovere presto ospitare i Kiribatians e molti dei loro vicini. Persone che, in fuga dal mare, giungeranno in cerca di una nuova casa, dopo che la loro sarà stata inghiottita dalle acque.

Ormai è solo questione di tempo: le mappe e le cartine geografiche che abbiamo studiato a scuola stanno per cambiare. Secondo Times Atlas of the World, l’atlante più completo al mondo, nel Pacifico è prossima la sparizione di interi arcipelaghi, mentre in altre parti del globo si assiste al fenomeno inverso: la comparsa di nuove isole, come Uunartoq Qeqertoq, a circa 650 km a nord del Circolo Polare Artico.

L’“Isola del riscaldamento”, in lingua Inuit, scoperta poco più di cinque anni fa e ufficialmente inserita nelle mappe solo quest’anno, è emersa dalle acque a causa dello scioglimento di importanti porzioni dei ghiacci della Groenlandia. È la conferma della tesi avanzata dal National Snow and Ice Data Center statunitense (Nsidc): in collaborazione con Greenpeace, dopo i risultati di quest’estate relativi alle (elevate) temperature del Mar Glaciale Artico, l’istituto americano ha rilevato in questi giorni il secondo livello più basso della contrazione dei ghiacci artici mai registrato. “Si tratta di un chiaro segnale dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla calotta polare”, avverte il Nsidc.

Sconvolgimenti climatici che, per Tuiloma Neroni Slade, segretario generale del Forum delle Isole del Pacifico minacciate dal mare, sono “un pericolo del presente, non un problema per il domani”. Meglio farsene una ragione, secondo Slade, perché ormai “l’adattamento è una necessità, non una scelta”.

Ma - aldilà della sintassi- non si capisce perchè lo abbiano crocefisso tutti



Della Valle dice basta ai politici. E alla grammatica…

di Pippo Russo, da Il Fatto Quotidiano

Chi lo conosce sostiene che Diego Della Valle sia convinto d’essere un genio della comunicazione. E fin qui, fatti suoi. Ciascuno è libero di farsi ogni convinzione su se stesso; specie se è ricco e potente, tanto da non trovare nessuno (a cominciare dai più stretti collaboratori) disposto a metterne in discussione le certezze. Ma se poi c’è da giudicare i contenuti e la qualità delle sue comunicazioni, allora il discorso cambia.

Il suo messaggio a pagamento pubblicato sabato 1 ottobre da diversi quotidiani, e intitolato “Politici ora basta”, genera parecchie perplessità. Non solo quanto a contenuti, ma anche nella forma. Farlo pubblicare gli sarà costato diverse decine di migliaia di euro, ad andar cauti. Se avesse speso altri cento euro per farlo rivedere da un medio studente di liceo si sarebbe risparmiato qualche scivolone grammaticale.

Per esempio, ecco il seguente passaggio: “Anche una parte del mondo economico (intendo quella che non vive di mercato e di concorrenza) ha le sue gravi responsabilità della condizione in cui ci troviamo ora: per troppo tempo ha infatti avuto rapporti con tutta la politica (in base alle opportunità e alle conseguenze del momento) sostenendola in tanti modi, senza mai richiamarli al senso del dovere e nell’interesse dell’Italia”. Notate bene: il mondo economico ha avuto rapporti con la politica, sostenendola e senza mai richiamarli al senso del dovere. Se la frase ha un senso, a essere richiamata sarebbe la politica. E allora, perché richiamarli anziché richiamarla? Inoltre, quel “e nell’interesse dell’Italia” pare buttato lì a casaccio. Come se dovesse mettercelo per forza.

Ancora: “Ora la gravità della situazione impone che le componenti della società civile più serie e responsabili, che hanno veramente a cuore le sorti del Paese (politici-mondo delle imprese-mondo del lavoro) si parlino e si adoperino tra di loro e lavorino con la competenza e la serietà necessaria questo momento difficile”. Poiché le qualità richiamate per lavorare sono due (la competenza e la serietà), l’aggettivo dovrebbe essere al plurale (necessarie, non necessaria).

Infine, ecco uno stupendo anacoluto a chiudere il messaggio: “A quei politici (…) saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi”.

Lui invece sarà fiero di quanto scritto.

sabato 1 ottobre 2011

Facce nuove e belle in Sardegna


Il sindaco di Cagliari, Sinistra Ecologia e Libertà

thriller meteo


E' la febbre del nuovo Ferragosto





LUCA MERCALLI

Un settembre così caldo sul Nord Italia non si era mai visto, almeno da quando si eseguono le misure termometriche. Il predominio sull’Europa centrale di alte pressioni alimentate da aria di origine subtropicale ha determinato un anomalo prolungamento dell’estate, che si mantiene tuttora, giunti ormai al primo fine settimana di ottobre.

Tutti gli osservatori meteorologici storici, da Torino a Modena, da Piacenza a Pontremoli, hanno registrato temperature medie mensili da record. A Torino il valor medio di 23,1 gradi supera di 4 gradi il normale, ed è un primato per settembre dal 1753, superando il precedente massimo di 22,7 gradi stabilito nel settembre 1961. La situazione è stata simile all’osservatorio di Pontremoli, attivo dal 1929 sul fondovalle appenninico della Lunigiana: media di 20,1 gradi, 3 sopra la norma, anche qui un record. Pure al Sud il caldo non è mancato di certo, ma con anomalie meno pronunciate rispetto alle regioni centro-settentrionali. Ben poche perturbazioni sono riuscite a vincere il dominio anticiclonico e a scorrere lungo la penisola, effimere ma violente, come quella che tra il 17 e il 18 settembre ha scatenato nubifragi in Piemonte e Lombardia, e d’improvviso ha portato la neve fino a quota 1000 metri in Alto Adige.

Così, curiosamente, nel settembre più caldo da due secoli si è avuta una nevicata insolitamente precoce sulle Alpi centro-orientali. Bizzarrie della variabilità meteorologica, che talora propone anomalie ravvicinate di segno opposto, ma nello studio del clima contano più le medie di lungo periodo rispetto a episodi brevi e localizzati. E se pure le ondate di calura prese singolarmente non possono essere messe in relazione con certezza al riscaldamento globale, la loro frequenza è inequivocabilmente in aumento.

Dei dodici mesi dell’anno, a Torino ben undici - tutti salvo dicembre - hanno aggiornato il loro record ultrasecolare di caldo, inteso come media mensile, negli ultimi vent’anni, allorché la febbre dell’atmosfera è divenuta più evidente. E la frescura del luglio 2011, che ha disturbato le vacanze sulle Alpi, è stata solo un breve intermezzo in un'annata finora ben più calda del dovuto: se ne sono accorti non solo i ghiacciai, in drastico regresso anche quest’anno, ma anche le piante, le cui fasi di sviluppo stagionale hanno visto anticipi fino a un mese, e che talora stanno esibendo insolite fioriture che contribuiscono a rendere surreale l'atmosfera di questo strano inizio d'autunno.

Ieri pomeriggio, nonostante i cieli lattiginosi per foschie e particolato inquinante presente nell’aria della Pianura Padana, i termometri segnavano 27 gradi a Bolzano, 28 a Torino e Bologna, 29 a Trieste, valori da metà agosto. La configurazione meteorologica rimarrà immutata anche nel weekend, con temperature prossime a 30 gradi in molte città italiane, da Nord a Sud, e solo a metà della prossima settimana correnti dalla Scandinavia dovrebbero riportare le temperature entro la norma stagionale.

Soros docet



"Andiamo verso un'altra Grande depressione"

Ecco la ricetta di Soros per salvare l'Europa

Secondo il finanziere americano il Vecchio continente deve dotarsi di ministero del Tesoro unico e la Bce deve commissariare le banche. Mentre Italia e Spagna devono essere messe in condizione di rifinanziarsi a basso costo

da Repubblica, ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - Come evitare una seconda Grande Depressione, e salvare l'eurozona (Italia compresa, naturalmente). La cura per risolvere tutti questi problemi la suggerisce un "dottore" che se ne intende: George Soros, il grande imprenditore, finanziere e filantropo americano di origine ungherese, una delle voci più ascoltate dai mercati internazionali. In un editoriale pubblicato sul Financial Times, Soros lancia un'accusa e offre tre misure da intraprendere "subito": sono iniziative che equivalgono a una rivoluzione in Europa, e probabilmente non così facile da realizzare. Ma il presidente del Soros Fund Management raramente sbaglia previsioni e i suoi consigli come minimo meritano di essere considerati seriamente.

"I mercati finanziari stanno guidando il mondo verso un'altra Grande Depressione", comincia Soros: questa è la sua accusa. Seguita da una constatazione: "Le autorità, particolarmente in Europa, hanno perso il controllo della situazione". Ed ecco cosa è necessario fare: "Devono riprendere il controllo e hanno bisogno di farlo ora, subito". Perché ciò sia possibile, afferma Soros, "è necessario fare tre passi coraggiosi". Primo: i governo dell'eurozona devono raggiungere un accordo di principio su un nuovo trattato per creare un ministero del Tesoro comune per i paesi dell'eurozona". Secondo: nel frattempo, le principali banche devono essere messe sotto la direzione della Banca centrale europea (Bce), in cambio di una temporanea garanzia e una permanente ricapitalizzazione. La Bce ordinerebbe alle banche di mantenere aperte le linee di credito e i prestiti, monitorando strettamente al tempo stesso i rischi a cui sono esposti i loro conti. Terzo: la Bce dovrebbe permettere a paesi come l'Italia e la Spagna di rifinanziarsi temporaneamente entro determinati limiti a un costo molto basso. "Cio calmerebbe i mercati", osserva l'imprenditore, "e darebbe all'Europa il tempo per sviluppare una strategia di crescita, senza la quale il problema del debito non può essere risolto".

Soros ammette che sarebbe necessario molto tempo per concludere un nuovo trattato per i paesi dell'eurozona, al fine di creare un super-ministero del Tesoro europeo, nel periodo ad interim "i paesi membri dovrebbero affidarsi alla Bce per riempire il vuoto". Lo scopo immediato, sottolinea il finanziere, "è erigere barriere contro il contagio di un possibile default greco". Sia le banche che i titoli "di paesi come Italia e Spagna hanno bisogno di essere protetti". Per diminuire "la pressione sui titoli di stato di paesi come l'Italia", precisa, "la Bce dovrebbe abbassare il suo tasso di sconto". E per un periodo di emergenza Soros auspica un meccanismo che permetta "all'Italia e ad altri paesi" di rifinanziare il proprio debito di circa l'1 per cento l'anno.

Soros ritiene che tali misure consentirebbero il default della Grecia, "senza causare un terremoto globale". L'imprenditore afferma che "molte altre proppste vengono attualmente discusse" dietro le quinte, "a porte chiuse". E conclude riconoscendo che il suo piano, mirando a mettere le banche nazionali sotto il controllo della Banca centrale europea, sarebbe destinato a suscitare l'opposizione delle banche e delle autorità nazionali: "Soltanto la pressione pubblica può farlo approvare".