giovedì 15 settembre 2011

La Cina è molto vicina



BLOG di Fabio Scacciavillani, da Il Fatto Quotidiano

Il contabile e il Dragone

Lou Jiwei è oggi una delle personalità più corteggiate nella finanza globale. Intrattiene amabilmente l’interlocutore con la sua rara capacità di spaziare sui temi chiave dell’economia globale e di incantare per la padronanza con cui discute di debiti pubblici o di private equities, attorniato da un team giovane formatosi in università e banche americane. Da ingegnere informatico passato poi agli studi econometrici ha una visione dai contorni nitidi e non mostra soverchio interesse per teorie balzane partorite da contabili con ubbie da mâitre a penser. Per cui è probabile che non abbia letto certi passaggi nel capitolo di “Rischi Fatali”, intitolato appunto “Cina versus Italia” in cui il prof. Tremonti lanciava strali di stampo vetero protezionista (“La guerra commerciale tra Cina ed Italia non è solo minacciata. E’ già cominciata”).

Del resto non si gestiscono centinaia di miliardi di dollari in qualità di Presidente di uno dei fondi sovrani più potenti del mondo, la China Investment Corporation (CIC), senza un occhio benevolo verso la pletora di questuanti che sgomitano e si affannano intorno, e un distacco verso polemiche politiche di sapore valligiano.

Lou Jiwei è uno di quei tecnocrati che stanno guidando il grande balzo in avanti (quello vero stavolta) con una visione strategica che all’Europa dei leader dimezzati fa difetto da almeno un decennio. La sua presenza a Roma è giustificata dalla catastrofe che la bancarotta dell’Italia rappresenterebbe per l’euro e l’economia mondiale. La Cina ha tratto benefici epocali dalla globalizzazione economica e finanziaria e quindi per essa è vitale preservarne la cornice di governance: un’implosione della zona euro significherebbe un disastro per le sue esportazioni e una falla sotto la linea di galleggiamento nel sistema monetario internazionale. Il dollaro ormai non può piu sostenere il ruolo di valuta per gli scambi internazionali che ha assunto quando l’economia americana era metà di quella mondiale e molti grandi paesi dall’Unione Sovietica, all’India alla Cina partecipavano in musura trascurabilie al commercio internazionale.

Oggi il peso dell’America nell’economia mondiale è meno di un quarto ed in continuo declino, mentre il commercio è esploso; quindi continuare a fornire la liquidità internazionale si sta rivelando un peso insostenibile. E con lo yuan ancora soggetto a controlli valutari, se l’euro dovesse sparire e si tornasse alle modeste carature delle monete nazionali uno dei cardini dell’assetto multipolare cederebbe, aprendo la strada a uno scenario di instabilità dagli effetti imprevedibili.

Per di più ci si scorda in Europa, ma non a Pechino, che l’euro rappresenta il completamento del mercato unico europeo. Il ritorno alle svalutazioni competitive susciterebbe tentazioni protezionistiche che al momento sono latenti e solo per miracolo non hanno guadagnato credito.

Quindi Lou Jiwei non è a Roma attirato dai saldi di fine regime su BOT, CCT e azioni bancarie. La sua missione ha una motiviazione strategica di primaria importanza per la Cina. L’Italia rischia di essere la miccia di una nuova crisi che i Cinesi vorrebbero disinnescare. In un certo senso lo scacchiere italiano rappresenta la prima grande occasione per la nuova potenza economica di agire non solo in funzione di rapporti bilaterali o di interessi commerciali, bensì da leader mondiale in grado di stabilizzare l’economia.

Ma il supporto cinese (provvidenziale visto che la Bce sta esaurendo le munizioni), non verrà concesso a scatola chiusa, né a interlocutori inaffidabili. I Cinesi operano su un orizzonte temporale che abbraccia decenni, per cui si trovano a disagio con personaggi che vivono alla giornata. In altri termini Jiwei, non è affatto venuto per staccare assegni in bianco o distribuire regali. Recapita un ulteriore drastico messaggio per il governo italiano, che si aggiunge a quello della Bce ormai affievolitosi nei corridoi romani: la Cina potrebbe fare uno sforzo straordinario e assecondare un intervento del Fondo monetario internazionale qualora scattasse un’emergenza, ma come contropartita pretende impegni ferrei e non gli espedienti fin qui abborracciati da Tremonti e Berlusconi. Fallito il commissariamento europeo sono proprio questi impegni che Jiwei è venuto a sondare, se non da commissario del popolo, certo da prestatore di ultima istanza. Visti i personaggi, non mi sentirei di sperare che torni in patria soddisfatto.

Saremo tutti cinesi


Crisi dei debiti, la Cina detta le condizioni

Altro che titoli di Stato. La Cina è pronta a soccorrere l’Europa. Ma l’intervento si concentrerà sugli assets industriali e strategici. E, in cambio, come se non bastasse, Pechino chiede il superamento di buona parte dei dazi doganali
Avviso a tutti i naviganti nella tempesta del debito: la Cina è pronta a soccorrere l’Europa, ma solo alle sue condizioni. E’ questa, in sostanza, la realtà che emerge nelle ultime ore dopo che da Pechino sono arrivate alcune dichiarazioni insolitamente esplicite per un Paese che delle affermazioni criptiche ha fatto da sempre la regola d’oro della sua diplomazia. Sì al massiccio intervento in Europa, dunque. Ma no alla beneficenza sul mercato obbligazionario. Come a dire: siamo pronti a investire nei vostri assets più promettenti, non certo nei vostri precari titoli di Stato.

Tra i primi a raccogliere il messaggio, si è segnalato oggi Ambrose Evans-Pritchard, uno dei più prestigiosi editorialisti britannici. “Il fondo sovrano cinese China Investment Corporation – scrive oggi Pritchard sulle colonne del Telegraph – ha avuto colloqui con l’Italia, ma si è dimostrato più interessato all’acquisto di asset strategici del comparto industriale”. Insomma, Giulio Tremonti ha offerto i nostri Btp ma da Lou Jiwei, il numero uno del Fondo, ha ricevuto ben altre proposte. E il motivo, a ben vedere, è piuttosto evidente. “Jiwei – nota Pritchard – è stato pesantemente attaccato in patria per le perdite patite sugli investimenti negli Usa dopo la crisi che colpito Lehman Brothers. E’ difficile quindi che possa decidere di rischiare la carriera una seconda volta acquistando quote di debito da Spagna e Italia”.

Secondo il Telegraph, la Cina, ad oggi, sarebbe esposta al debito europeo per circa 800 miliardi di euro, più o meno la stessa cifra del credito vantato da Pechino nei confronti degli Usa. Ma i titoli acquistati sono in massima parte quelli emessi dai Paesi più solidi come Francia, Germania e Olanda. Le indiscrezioni sull’Italia parlano di un credito cinese equivalente al 4% del debito di Roma, meno di un decimo del portafoglio obbligazionario sovrano complessivo sull’Europa. La Cina, insomma, sembra avere una scarsa propensione al rischio e i recenti eventi che hanno colpito i mercati, leggasi speculazione, hanno enfatizzato ulteriormente il rigore di questa posizione. “Ve lo immaginate cosa sarebbe accaduto se i nostri 3.200 miliardi di dollari di riserve estere fossero stati controllati da George Soros (uno dei più grandi speculatori del mondo, passato alla storia per l’attacco alla sterlina nel ’92 – ndr)? I mercati finanziari sarebbero stati soggetti a un caos molto maggiore” ha dichiarato Li Daokui, membro del comitato per le politiche monetarie della banca centrale cinese. E’ stato lo stesso Daokui a parlare apertamente della necessità di orientare i futuri investimenti verso gli assets industriali, più sicuri, stabili e meno soggetti alla speculazione.

E qui veniamo all’Italia e alla sua disperata necessità di accumulare liquidità per le casse pubbliche. Il piano, a quanto pare, già c’è. Ma non si concentrerebbe tanto sulle emissioni di titoli. Oggi, il Sole 24 ore ha rotto gli indugi ribattezzando la strategia con un nome che non potrebbe essere più evocativo: “Britannia 2”. Il riferimento corre alla celebre riunione svoltasi sull’omonimo panfilo inglese presso il porto di Civitavecchia. All’epoca, parliamo del giugno ’92, l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi mise sul piatto degli investitori esteri i gioielli di famiglia dello Stato, dall’Eni all’Iri. Oggi, si dice, a costituire l’offerta italiana ci sarebbero parti delle quote pubbliche dei colossi energetici (la stessa Eni e l’Enel), le utilities locali e, ovviamente, lo sconfinato patrimonio immobiliare. Una simile privatizzazione di massa, sostiene ancora Il quotidiano della Confindustria, potrebbe fruttare fino a 500 miliardi di euro (oltre un quarto del debito pubblico italiano, stimato oggi in più di 1.900 miliardi di euro).

Il premier cinese Wen Jiabao è pronto a benedire gli investimenti in Europa. Ma non per questo intende operare senza un ulteriore tornaconto. “Crediamo che alla Cina dovrebbe essere riconosciuto pienamente lo status di economia di mercato” ha evidenziato il capo del governo di Pechino con un chiarezza a dir poco spiazzante. La Cina, insomma, vuole porre fine alle guerre commerciali con l’Unione europea superando buona parte di quelle barriere protezionistiche erette dal continente contro i prezzi predatori delle merci provenienti da Oriente. Le contese hanno intasato gli organi giudicanti del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, chiamata più volte a dirimere i contrasti tra Pechino e l’Occidente. Il riconoscimento del Paese come “economia di mercato”, ovviamente, costituirebbe una sensazionale vittoria per l’export cinese rendendo inapplicabili molte misure di protezione doganale in Europa. Un obiettivo che la Cina sente ora di poter conseguire più facilmente sfruttando un crescente potere negoziale nei confronti dell’Unione Europea. Scopertasi oramai in conclamata crisi di astinenza da liquidità estera.

martedì 13 settembre 2011

Stop bunga bunga, please



"Baccanali mentre l'Italia destabilizza l'Europa"

L'attacco del New York Times al premier

Frank Bruni, ex corrispondente da Roma del quotidiano, ricorda i bunga bunga e il processo che Berlusconi dovrà affrontare con l'accusa di aver fatto sesso con una minorenne. Ma incalza gli americani: "Non si può solo ridere, perché questo Paese sta mettendo a rischio la stabilità finanziaria di tutto il continente".

NEW YORK - Un articolo nelle pagine dei commenti firmato da Frank Bruni, che anni fa fu corrispondente da Roma. Il New York Times pubblica un pezzo durissimo contro il premier italiano, dal titolo "L'agonia e il bunga a bunga". Parla di "baccanali di Berlusconi", di uno spettacolo da "petit guignol" che va in scena mentre l'Italia è in crisi e addirittura minaccia la stabilità finanziaria di tutta Europa. Bruni ricorda il settembre nero italiano: in cui non si sa se il Parlamento riuscirà ad approvare la manovra finanziaria, se questa sarà sufficiente e come sarà giudicata dall'Europa. Ma in questo momento drammatico - secondo il columnist del quotidiano americano - ci si domanda come il "lussurioso imperatore" del Paese vorrà festeggiare i suoi 75 anni.

Nell'articolo si ricordano il processo che il presidente del Consiglio dovrà affrontare perché accusato di aver fatto sesso con una minorenne, i bunga a bunga in cui riunisce veri e propri harem di donne, spesso travestite da infermiere. Bruni ammette: "Noi americani abbiamo trovato anche divertente tutto questo, perché è terrificante, ma anche rassicurante". "Però - ammonisce i suoi connazionali - non dovremmo restare a bocca aperta e ridere. Perché ora l'Italia minaccia la stabilità finanziaria di tutta l'Europa". "Il cammino dell'Italia dalla gloria al ridicolo - continua Bruni - spianato dalle distrazioni legali e carnali del premier, non dà benefici a nessuno. L'Italia ha una storia che dovrebbe rappresentare un monito per molte democrazie occidentali che si sono fatte cullare dal comfort nella compiacenza di sè. Aver tollerato troppe buffonerie ha provocato troppi danni".

Più lavoro, più Marx




L'emergenza che non vediamo

di Massimo Mucchetti, dal Corriere della Sera


L' Economist dedica la copertina alla ricerca del lavoro che non c'è in tutto l'Occidente. Nei 34 Paesi dell'Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall'attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I posti che mancano nell'area Ocse diventerebbero così 100 milioni.

Il diavolo che minaccia l'Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l'enfasi dell'antica testata liberale sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che deprimono l'economia, e dunque l'occupazione. Certo, da tempo la Banca d'Italia invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella, peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire, del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella stagione. E allora torniamo a chiederci se ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato dall'insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare loro le paghe. E poi crediamo davvero che l'Italia possa basarsi soltanto sull'estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre più componenti? E l'Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di cittadini non torneranno a spendere?

Forse non è un caso se George Magnus, l'economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg : «Date a Marx una chance di salvare l'economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un'impresa riceverà applausi, se batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l'accortezza di non costringere poi i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve pagare il conto.

Se non vogliono resuscitare il rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i governi dovrebbero porre in cima all'agenda il lavoro, non il deficit dei conti pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un po' di inflazione.

Sul Financial Times , sir Samuel Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della stagnazione salariale né gli auspici d'inflazione. Del resto, la Bank of England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E pur avendo conti peggiori dell'Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo chieda. E l'euro trema.

In queste condizioni, l'Italia non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito. Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell'economia reale attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un'altra Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a parità di gettito, trasferire almeno in parte l'Irap alle retribuzioni e al tempo stesso aumentare l'Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche un atto di giustizia. E se si vuole fare un po' di inflazione, a sollievo del debito pubblico, l'Italia dovrebbe convincere l'Eurozona ad aumentare l'Iva, così da spostare un po' di peso anche sulle importazioni, avendo cura di salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell'Irpef. Insomma, possiamo rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica estera.


Massimo Mucchetti

lunedì 12 settembre 2011

Il cerone non regge più




l'Estetica di Berlusconi

di G.Stella, dal Corriere


«Esiste un nesso indissolubile tra il corpo fisico e il corpo politico di Silvio Berlusconi», diceva il suo «cappellano» Gianni Baget Bozzo.
Anzi, aggiungeva: «Il suo messaggio fa corpo con la sua persona». Se è così, il Cavaliere visto alla festa di Atreju non ha reso un buon servizio a sé e al suo governo. Spalmando se stesso e la manovra con una dose così esagerata di cerone e di ottimismo da creare un nesso funesto. Nocivo alla credibilità sia della sua baldanza giovanile sia della manovra.
È umano il tentativo di Sua Emittenza di rallentare il più possibile lo scorrere del tempo. Lo scriveva già, angosciato, Francesco Petrarca: «La vita fugge, et non s'arresta una hora, / et la morte vien dietro a gran giornate...». E certo lui dirà di non essere il solo ad avere certe debolezze, come quella chioma artificiale che sembra una calotta dai bagliori fluorescenti bollata da Beppe Grillo col nomignolo di «testa d'asfalto». Anche Romano Prodi fu accusato di essere un po' troppo nero-crinito. E la cosa gli seccò al punto che mandò una lettera di suo pugno per lamentarsi di un articolo dove si accennava «senza se e senza ma, alla "tintura dei capelli" di Prodi». Falso, giurò: «Mai ho trattato i miei capelli con alcuna tintura, brillantina, prodotto di qualsiasi genere, naturale o sintetico».
Il Cavaliere, anzi, è addirittura convinto del valore morale del ritocco. E anche se davanti alle ironie su una aggiustatina disse «io il lifting non lo volevo fare, è stata Veronica a spingermi» (immediata smentita dell'allora consorte: «No: idea sua»), ha spiegato cosa pensa della chirurgia estetica: «Io stimo le donne che si sottopongono a queste operazioni. Sono ancora più belle, perché la loro bellezza se la sono meritata». Di più, ha teorizzato una sorta di training autogeno: «Ogni mattina davanti allo specchio io mi guardo e mi ripeto: "Mi piaccio, mi piaccio, mi piaccio". Ricordatevi: se uno piace a se stesso, piacerà anche agli altri!». E tanto ha insistito su questo punto da concedere compiaciuto ai suoi collaboratori di rivelare qualche piccolo segreto. Come quelli raccontati al Times da Massimiliano Lucci, il truccatore che secondo il quotidiano londinese gli aveva tolto «un po' di colorito arancione». Dichiarò dunque il visagista che il premier «ha una bella pelle, per lui uso una crema idratante ultraleggera Chanel e dei fondi francesi, tutto qui. Niente agli occhi: né rimmel, né quel kajal bianco, quella matita bianca dentro gli occhi che ho visto utilizzata anche per alcuni leader politici. Sul viso del presidente bastano soltanto un buon fondotinta, qualche ombra e una cipria dorata». Fondotinta che lui stesso, come rivelò una foto galeotta scattata da Alessandra Tarantino, ripassa con frequenza e mano esperta anche durante le cerimonie ufficiali fingendo di asciugarsi il viso con un fazzoletto che nasconde il tampone.
Non c'è nulla, spiegò un giorno Filippo Ceccarelli, che lui faccia per caso: «Via la cravatta (discorso del predellino), maglione sotto la giacca (operativo in Abruzzo), maglione e maniche rimboccate (operativissimo)». Va da sé che in mezzo ai giovani di Atreju della Giovane Italia si è presentato in camicia blu-nera, gajarda e sbottonata. Giovane tra i giovani. Anzi, giovanissimo tra i giovanissimi.
L'aveva già fatto, tra quei ragazzi che sente «suoi», nel 2008: «Mi fa piacere stare qui tra coetanei». E poi nel 2009. E ancora nel 2010. È un gioco che adora: «Su di me dicono molte falsità, persino che sono un vecchietto e che non mi sento bene. Ma io mi sento giovanissimo e sto benissimo». «Quando mi guardo allo specchio mi piace sentirmi giovane. Mi sento di avere 40-42 anni e faccio ancora i cento metri in un ottimo tempo». «Il mio cuore è bradicardico, perché in gioventù ho fatto un sacco di sport. Ora mi sento forte, giovane e prestante e sono pronto a innamorarmi». «In realtà di anni ne ho 35: sentite che muscoli!».
Il fatto è che i suoi, davanti a questo gioco, sorridono bonari. O si concedono al massimo una battuta, come quella che gli dedicò il Foglio di Ferrara per la penna birbante di Mattia Feltri: «Che bello il Cav. con il lifting. Non gli si darebbe più di quarant'anni. Con le attenuanti generiche, anche trentacinque». Gli altri, però, sono meno benevoli. E troppo spesso capita di trovare sui giornali stranieri vignette o giudizi come quelli del francese Le Monde : «Berlusconi è un uomo vanitoso, che cerca di mantenere un aspetto giovanile, a volte con uno zelo quasi comico».
Chi gli è vicino e gli vuole bene glielo dovrebbe dire: basta, lasci perdere il modello della Zia Marina, che «a ottant'anni siccome nessuno le diceva che era bella un giorno si è messa davanti allo specchio con un vestito a fiori e si diceva: "Marina, cume te se bela!"». Perché in fondo a quel percorso c'è solo la maschera di Wanda Osiris che a 89 anni mi ricevette assisa su una specie di trono, i capelli avvolti in un turbante rosso, le labbra rosse, le unghie rosse, le ciglia lunghissime, la pelle tirata e impiastricciata da non so quanti strati di unguenti e pomate e pareva una vecchissima bambola di cera che ormai muoveva solo la boccuccia cinguettando: «Un giorno scesi dalle scalinate con l'intera orchestra sotto la gonna del mio vestito di 36 metri di diametro! Trentasei! Oh, caro! Quanto mi amavano!». Ne vale la pena? La storia dice che i giovani possono essere incantati da certi vecchi. Si pensi a Giovanni Paolo II o Nelson Mandela, Mario Monicelli o Sandro Pertini. Tutta gente che, alla sola ipotesi di tirarsi la pelle o tingersi i capelli, l'avrebbe buttata sul ridere citando magari il medievale «Bestiario di Cambridge» dove si legge che «lo sterco di coccodrillo è usato come unguento dalle vecchie e rugose prostitute che se ne coprono il viso, ottenendo così un temporaneo rimbellimento, che dura finché il sudore non asporta la maschera».
Lo stesso Giorgio Napolitano gode d'una popolarità stratosferica, rispetto al resto del mondo politico. E tutti questi vecchi hanno avuto o hanno un immenso ascendente sui giovani «anche» perché erano e sono vecchi. Coi loro acciacchi. I loro pallori, le loro calvizie e le loro macchie bluastre. E quella loro emotività che a volte gli fa perdere il filo facendoli cedere a un singulto di commozione. Funzionano per quello: perché sono veri. Non nascondono, non mimetizzano, non abbelliscono niente. E proprio questa accettazione della propria età, dei propri limiti, delle proprie caducità di vecchi appare come testimonianza e prova di trasparenza, rigore, saggezza, credibilità: non mento su me stesso, come potrei mentirvi sul resto?
Questo è il nodo: non vorremmo che la maschera giovanilista e sempre più irreale del Cavaliere che rifiuta lo scorrere del tempo fosse letta davvero, alla Baget Bozzo, come metafora di una politica che tende a rinviare la resa dei conti. Che dopo avere nascosto per anni la crisi sotto sorrisi di smagliante ottimismo e cercato poi di posticipare i sacrifici più duri agli anni a venire, tenta di spacciare oggi per «un miracolo» una manovra che perfino osservatori non ostili, prima ancora dei mercati, hanno bollato come insufficiente. Il cerone può pure funzionare, in senso cosmetico e figurato, finché non fa troppo caldo. Ma se l'aria si fa rovente... Gian Antonio Stella

Un Nobel contro la politica restrittiva della BCE, sullo sfondo un possibile baratro



Crisi: "Un impeccabile disastro":il Nobel Krugman contro Trichet

New York, 12 set. (TMNews) - Non piace al premio Nobel per l'Economia Paul Krugman, professore a Princeton, la politica monetaria restrittiva seguita dalla Banca centrale europea, colpevole a suo giudizio di alzare i tassi di fronte alla crisi facendo l'opposto di quello che sarebbe necessario per far ripartire l'economia. E rischiando di accelerare la dissoluzione dell'euro. In un commento sul New York Times, Krugman se la prende con il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ("il Ben Bernanke d'Europa", spiega a beneficio dei lettori che potrebbero non conoscerlo) e con la sua recente dichiarazione che la banca si è comportata "impeccabilmente" nel suo ruolo di guardiana della stabilità dei prezzi. Proprio questo per Krugman è il problema: "l'ossessione per la lotta all'inflazione" che spinge la banca "ad alzare i tassi proprio quando dovrebbe invece stimolare la crescita, per fermare rischi d'inflazione che esistono solo nella fantasia". Quanto al problema del debito pubblico, Krugman, noto come sostenitore della spesa pubblica come incentivo alla crescita economica, "questa storia riguarda, se mai, la sola Grecia. La Spagna aveva un avanzo primario e un debito basso prima della crisi del 2008. Difficile dire che fiscalmente stia peggio della Gran Bretagna". Ma Spagna e Italia, quest'ultima "con un debito più alto ma deficit più piccoli", sono di fronte a vendite di massa dei loro titolo di stato che alzano i rendimenti a livelli record. Potrebbero evitare questo dramma, scrive Krugman, se la Bce comprasse debito spagnolo e italiano proprio come fanno la Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra. Ma queste ultime hanno una loro moneta, e una banca centrale propria, mentre l'Europa ha un'autorità centralizzata, e un gruppo di "moralizzatori, non solo tedeschi" secondo i quali "i problemi del continente sono una semplice storia fatta di eccesso di debito seguito dalla punizione" e che quindi va risolta con una ricetta di austerità fiscale. Un disastro impeccabile, scrive Krugman quasi prendendo in giro Trichet, e avvertendo: "Non stiamo parlando di anni, potrebbe finire tutto nel giro di giorni. E tutto il mondo ne soffrirebbe".

Nuovi vignaioli crescono




Massimo D’Alema che mette in vendita
Ikarus II è il segnale economico più
preoccupante degli ultimi mesi. Più del
default americano, dello spread tra Btp
italiani e Bund tedeschi e del crollo della
Borsa. Si dice che a costringerlo sia
stata la moglie Linda Giuva (stimata
anche da Licio Gelli che volle stringerle
la mano): “O la barca o la vigna”. Il
liquidatore di Telecom italia venduta a
debito ha dovuto scegliere la tenuta La
Madeleine di 15 ettari per la produzione
di vino pregiato. Cantava Enzo
Jannacci: “Ho visto un fiore rosso
chinarsi dentro a un fosso. Per un
bicchier di vino il mio destino non
cambierà”. Altri tempi, stesse facce.

Beppe Grillo