martedì 2 agosto 2011

I problemi reali, oltre il bunga bunga. Esempio: la campagna, con la globalizzazione, muore.



Stanotte non riesco a prendere sonno. Qualcuno qua deve dividere la mia incazzatura. E' arrivato un supermercato in un posto dove ci sono allevatori, apicultori e contadini. Il Comune ne è stato contento. Un supermercato! Siamo avanti! Incassi gli oneri di urbanizzazione e te ne fotti dei produttori locali. I beni alimentari arrivano trasportati in Tir da chissàdove, arrivano ogni giorno. Portano frutta, verdura, carne, miele, latte. Tutta roba che qui produciamo da sempre. Così chiudiamo. E il tessuto sociale di secoli è devastato. Trasformare un allevatore in un commesso (o in un disoccupato...) è una bestemmia. Ricreare le capacità di chi vive della terra non è semplice, forse impossibile. Ci guadagnano i grandi supermercati, in particolare quelli francesi, ma anche gli italiani fanno la loro parte. Oggi sono furioso. Produco latte e formaggi e sono andato in Comune. Ho due figli che vanno alle scuole elementari. Ho chiesto perché il cibo per la mensa dei bambini non viene comprato da chi lo produce nel territorio, da me o da altri, invece che dal supermercato. Mi hanno liquidato come se fossi un fesso. Ma io non sono un fesso, sono loro che verranno cacciati a calci nel culo. Scusate lo sfogo." Giovanni, un allevatore


dal sito di Beppe Grillo

E Berlinguer si rivolta nella tomba


Filippo Penati (Imagoeconomica)

"Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?" Marco Travaglio, domande a Bersani


L'imprenditore e «Farfallino»
Così è partita l'inchiesta

Dalle aree dismesse alla Milano-Serravalle e ai conti all'estero


dal Corriere della Sera



MILANO - Due grandi accusatori e un principale accusato. Gli accusatori: l'imprenditore di 59 anni Piero Di Caterina, proprietario di 15 aziende tra le quali la Caronte attiva nel trasporto pubblico, e il costruttore di 81 anni Giuseppe Pasini. L'accusato: Filippo Penati, 58 anni, politico ex di tanti incarichi. Sindaco (1994-2001) di Sesto San Giovanni e presidente della Provincia di Milano (2004-2009), già capo della segreteria politica del leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani, Penati si è dimesso dalla vicepresidenza del Consiglio regionale. Perché? È coinvolto nell'inchiesta di due pm della Procura di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia. Lavorano su un presunto giro di tangenti relative all'ex Falck e all'ex Marelli. Ramo acciaierie la prima e metalmeccanico la seconda, hanno contribuito a dare a Sesto San Giovanni il soprannome di Stalingrado d'Italia. Il sistema delle mazzette ha al centro i piani di riconversione di questi spazi chilometrici. Penati, indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti, si dice innocente. Avrebbe incassato 2,94 milioni di euro per favorire imprenditori interessati alle riqualificazioni.


Dalla Falck alle banche in Svizzera
Basata su Sesto San Giovanni, la geografia di questa storia ha altre ramificazioni: prende l'asfalto della Milano-Serravalle (società che gestisce 180 chilometri di autostrade e tangenziali, con sede ad Assago), il Consorzio cooperative costruzioni di Bologna e le corsie del San Raffaele (l'ospedale di Milano 2 fondato da don Luigi Verzé, amico di Silvio Berlusconi). Ma le ramificazioni portano anche all'estero. Svizzera. Lussemburgo. Le sedi dei conti alimentati dalle tangenti. Così come emerso dagli interrogatori di Pasini e Di Caterina, e con un riscontro materiale: tracce di movimenti di denaro.
Pasini, alias «farfallino» per il papillon presenza fissa al colletto, nel 2007 candidato per il centrodestra alle elezioni comunali di Sesto, di una cosa è certo. «Ho pagato 4 miliardi di lire in due tranche a Di Caterina all'estero perché così mi era stato chiesto da Penati in relazione all'approvazione del piano regolatore dell'area Falck». Interessato a rilevare le antiche acciaierie, Pasini, prosegue nel racconto ai pm, andò a chiedere a Penati della possibilità - in caso di acquisto dell'area - di «arrivare a una licenza». Bene, «Penati disse che avrei dovuto dare qualcosa al partito. Disse che a prendere accordi con me sarebbe venuto Di Caterina». Pasini spiegò di aver versato due miliardi di lire trasferendoli in Canton Ticino con mediatore l'indagato Giordano Vimercati, 61 anni, noto come «cardinale Richelieu», a lungo braccio destro di Penati, e di essersi girato un bonifico di due miliardi di lire in Lussemburgo su una banca coi soldi in un secondo tempo ritirati da Di Caterina. Il quale più volte si è lamentato per mancati introiti, per intoppi nel flusso delle tangenti. Pur conservando ricevute, cedolini, pagine con somme elencate. La contabilità del «Sistema Sesto». Ora sotto l'esame degli investigatori.


I debiti milionari e Tangentopoli
La Procura ha in mano anche una lettera. Del 2008. Di Caterina la scrisse a Penati e Bruno Binasco, arrestato sotto Tangentopoli per aver finanziato in maniera illecita il Pci. Premesso che «dal 1999 ho versato a vario titolo notevoli somme di denaro a Penati che ha promesso di restituire», ecco, di quel denaro l'imprenditore non è mai tornato in possesso. Il 66enne Binasco, principale collaboratore dell'imprenditore Marcellino Gavio, morto nel 2009, è amministratore della Milano-Serravalle. Nel mirino degli inquirenti c'è una triangolazione di denaro fra Di Caterina, Penati e Binasco. Triangolazione avente come base l'acquisizione, da parte di Binasco, di un immobile di Di Caterina a un prezzo più alto in maniera tale da estinguere un debito per conto di Penati. Penati e Binasco si conoscevano da prima. Nel 2005 la Provincia di Milano presieduta da Penati acquisì dal Gruppo Gavio-Binasco il 15% della Milano-Serravalle. Il prezzo? 8,9 euro per azione. Ogni azione era in precedenza costata 2,9 euro. L'operazione venne censurata dalla Corte dei Conti. La perizia chiesta dalla Procura ha giudicato il prezzo «congruo».


Bonifiche, ospedali, sigle misteriose
Nel luglio d'un anno fa Pasini iniziò a parlare e lasciarsi andare con Guardia di Finanza e Procura. Gli investigatori avevano appena perquisito Di Caterina. Cosa cercavano? False fatture con Luigi Zunino, l'immobiliarista interessato a comprare l'ex Falck e nei guai per le bonifiche ambientali nel quartiere fantasma di Santa Giulia. Anche Di Caterina cominciò a sfogarsi. Ma per quale motivo, lui e Pasini, farlo in forte ritardo? Perché «cantare» anni e anni dopo? Le prime tangenti sono datate tra la fine degli anni 90 e il 2001. Peraltro coinvolgendo, e da subito, le Cooperative di costruzioni. A suo dire, Pasini si sarebbe visto imporre un dazio da Omar Degli Esposti per avviare il cantiere: tirar dentro nel progetto due professionisti vicini alle Cooperative. Degli Esposti, 63 anni, direttore dei lavori del colosso delle costruzioni afferma il contrario. «Pasini? Gli faceva comodo il nostro nome». Degli Esposti è indagato. La Procura ha indagato un'altra persona del mondo del centrosinistra. L'architetto Renato Sarno.


Il 65enne Sarno, ex dirigente del Comune di Sesto, ha disegnato per don Verzé il «San Raffaele Quo Vadis», l'ospedale «del benessere» che il nuovo Cda dell'ospedale schiacciato da un miliardo di euro ha messo fra le priorità degli investimenti da tagliare. Nell'ufficio di Sarno, durante le perquisizioni, è spuntato il file in formato Pdf dal titolo «Documento finanziamento sig. Penati». Fu Sarno l'intermediario di quella triangolazione con Di Caterina e Binasco. In mezzo ad altro materiale, nell'ufficio dell'architetto c'erano le cartellette «H.S.R. San Raffaele» e «Serravalle». Misteri, veleni. Forse semplicemente nuovi indizi.


Andrea Galli
agalli@corriere.it
02 agosto 2011 10:38

Il mitico Arturino nella sua suite

Arturino è il mio nuovo papero, che arriva dall'Agriturismo Beneficio per far compagnia a Paperina rimasta prematuramente vedova, ma non inconsolabile...Sono piaceri grandi, in questi giorni bui malgrado il solleone...
PS Arturino è il papero più scuro, che sguazza nell'acqua...

I tempi fra le recessioni capitalistiche si accorciano, direbbe il maestro...

...era ieri il 2008, quando si sfiorava l'apocalisse...



E’ paura per la recessione mondiale
E Piazza Affari brucia 15 miliardi



Nonostante il rischio default gli Usa restano molto più stabili di un'Europa che ha impiegato oltre un anno per stilare un piano di salvataggio in favore dell Grecia. Ora il rischio sfiora l'Italia. Ma fino a che punto al Germania riuscirà a garantire la stabilità del debito di paesi come il nostro
La paura di un double dip, di una seconda recessione mondiale, vanifica gli effetti positivi dell’accordo sul debito statunitense e alimenta un’ondata speculativa facilitata da scambi molto rarefatti per il periodo festivo. Così Piazza Affari ha registrato un altro tonfo (l’indice Ftse Mib ha registrato un – 3,87%) ritrovandosi con gli indici ai livelli dell’aprile del 2009 dopo aver bruciato in una sola seduta quasi 15 miliardi, 14,9 miliardi di euro per la precisione che ha portato il valore della Borsa italiana a 396 miliardi contro i 411 miliardi di venerdì scorso.

Milano è stata la peggiore ma male è andata anche Madrid (-3,42%), Parigi (-2,27%) e Francoforte (-2,42%). A trascinare nel baratro i listini il giudizio negativo di Citigroup sulle banche europee, comprese le italiane. Non è un caso che l’unico istituto in rialzo ieri sia stato Hsbc dopo l’annuncio inatteso del maxi-taglio di 30mila dipendenti. Il giudizio negativo di Citigroup sulle banche europee ha pesato sui titoli del settore con gli ordini di vendita che hanno piegato i finanziari. La peggiore è stata FonSai (-9,19%) e, a seguire, i bancari: Ubi Banca (-7,93%), Mps (-7,87%), Intesa SanPaolo (-7,86%), Banco Popolare (-7,69%), Bpm (-5,3%), Unicredit (-4,3%).

Significativo il commento di un trader raccolto dalla Reuters: “Sull’onda di qualsiasi motivazione il mercato ha voglia di testare i suoi minimi relativi. Se si guardano i minimi e i massimi di alcuni importanti titoli si possono vedere oscillazioni anche del 10% nell’arco di una sola seduta”. Ma non si tratta solo di speculazione in senso stretto. C’è un continuo movimento di flussi finanziari dall’area euro verso quella del dollaro che sta danneggiando pesantemente la moneta unica. L’ultimo rapporto pubblicato dal Council of Economic Advisor (allegato) evidenzia che nel 2010 il flusso di capitali esteri verso gli Stati Uniti è cresciuto del 48% rispetto all’anno precedente, confermando gli Usa come il paese che raccoglie maggiori flussi finanziari in assoluto a livello mondiale.

In una competizione internazionale gli Stati sovrani, che hanno speso decine di migliaia di miliardi di dollari per salvare il sistema finanziario (ultima stima dell’Fmi è 18000 miliardi), stanno ora giocando una pericolosa partita per l’attrazione delle risorse indispensabili per finanziarie deficit e debiti. In questo senso gli Stati Uniti, nonostante la difficile trattativa tra democratici e repubblicani, risultano molto più stabili e determinati rispetto ad un Europa che ha impiegato quasi un anno per raggiungere un modesto accordo per il salvataggio della Grecia e rimane ancora divisa sulle caratteristiche degli Eurobond, l’unico strumento reale contro la speculazione. Il nodo è fino a che punto la Germania può permettersi di contribuire a garantire la stabilità del debito di paesi come l’Italia che è la settima economia mondiale. In un recente studio di due economisti del Breguel Institute , Jacques Delpla e Jacob Von Weizsacker, ripreso sulle colonne del Sole 24Ore da Luigi Zingales e Roberto Perotti, si ipotizza l’emissione di due tipi di Eurbond, blu fino al 60% del Pil, con garanzia congiunta dei paesi membri, e rossi, cioè senza garanzia e subordinati ai bond blu. Alchimie che se non verranno risolte a breve difficilmente potranno frenare un meccanismo fortemente speculativo (l’indice di volatilità Vix, chiamato anche della paura, è tornato sopra quota 25 ed è quasi raddoppiato nelle ultime settimane) che ha fatto tornare gli spread tra Btp decennali e Bund tedesci a quota 355 punti base cioè con un rendimento per i titoli italiani sopra al 6%.

di Andrea Di Stefano, dal Fatto Quotidiano

Quando Vasco sta male



lunedì 1 agosto 2011

Abbiam perso un grande giornalista - Breaking news: Andreotti invece è sempre vivo



E' morto Giuseppe D'Avanzo era un campione di giornalismo-

di Attilio Bolzoni, da Repubblica

L'ultimo pezzo di strada che abbiamo fatto insieme è stato lungo venticinque anni. L'amico di una vita. Al giornale e fuori dal giornale. È cominciato tutto a Palermo tanto tempo fa e sarebbe ricominciato tutto un'altra volta a Palermo fra qualche settimana. A Peppe piaceva la mia Sicilia, Palermo lo rapiva. C'eravamo conosciuti prima ma amici siamo diventati dopo. Quando lui era già venuto in cronaca a Roma - da Napoli, dove prima era alla redazione di Paese Sera e poi corrispondente di Repubblica - e io stavo ancora laggiù a farmi mangiare dalla paura. Scrivevo di mafia. Solo Peppe aveva capito sino in fondo la mia solitudine e con la sua generosità aveva fatto capire a tutti gli altri cosa significava fare quel mestiere a Palermo. Era l'inizio del 1987, forse primavera. Sulla sua pelle c'erano ancora i segni di chi era sopravvissuto in terra di camorra. Lui il Natale di due anni prima l'aveva passato nel carcere di Carinola, arrestato per avere pubblicato un articolo su capi crimine e neri coinvolti nella strage del rapido 904. Uno scoop. Il primo di tantissimi altri scoop che hanno fatto la storia di Repubblica.

Viveva per quello Peppe. Era giornalista. Un vero giornalista. Con il carattere che aveva, la sua lealtà, il suo metodo - non a caso si era laureato in filosofia - era il migliore di tutti noi. Cronisti che viaggiavano nel profondo Sud per descrivere le facce sconce di coloro che se n'erano impossessati, denunciare i maneggi di quei politicanti amici dei boss. Ma Peppe andava sempre oltre, scavava di più, "vedeva" sempre più lontano. Arrivava su una strada per un omicidio eccellente o entrava in una stanza per intervistare qualcuno, con cura maniacale prendeva appunti, non perdeva mai tempo in cerimonie: "La palla: dobbiamo seguire sempre la palla", mi diceva scherzando quando io o altri colleghi ci concedevamo una piccola distrazione.

Di questo suo stile - asciutto, rigoroso - se ne accorse un giorno Giovanni Falcone, uno che con i giornalisti non parlava molto. Diffidente com'era, fu una sorpresa per tutti scoprire che il giudice istruttore più famoso e più guardingo d'Italia era rimasto affascinato da Peppe. "Proprio tu che sei napoletano?", lo prendevamo in giro noi amici siciliani, sempre superbi nei confronti degli altri meridionali. Sarà stato anche napoletano ma Falcone intuì che lui aveva capito tanto della Sicilia. E sapeva quanto era svelto di cervello, intransigente, determinato. Così Peppe cominciò a scendere sempre più spesso a Palermo. Per la Tangentopoli siciliana che scoppiò prima di quella milanese, per gli intrighi dei reparti speciali contro la procura di Caselli, per rintracciare i grandi pentiti di Cosa Nostra. Memorabile la sua intervista a Tommaso Buscetta appena tornato dagli Usa, firmata a quattro mani con Eugenio Scalfari.

Le incursioni a Corleone per ricostruire la vita di Totò Riina, le sue denunce sul sistema giudiziario corrotto, i commenti incisivi sui pentiti manovrati. E poi le cronache delle udienze al processo Andreotti, con Giorgio Bocca seduto nell'aula bunker che lo guardava stupefatto e gli chiedeva: "Ma tu, come le sai tutte queste cose?". Peppe si lisciava il baffo folto e cominciava a raccontare i retroscena dell'ultimo mistero palermitano, il vecchio Bocca ogni tanto scriveva qualcosa su un quaderno e poi a cena lo tormentava con le domande. Aveva fonti di primissima mano. Ed era autorevole con le sue fonti. Da Palermo si spostava a Milano, scendeva nella sua Napoli, tornava in Sicilia. Quando uccisero Giovanni Falcone è come se avesse perso un fratello.

In quei mesi c'era Palermo ma c'era anche Milano. Il pool di Mani Pulite, le inchieste sulla corruzione, i ritratti dei grandi protagonisti. Tutti pezzi in prima pagina con la sua firma. Un passo sempre avanti agli altri. Un giorno mi chiama e dice: "Devi venire subito a Roma". Era il 19 marzo del 1994. Anche quella volta Peppe aveva la notizia. Il giorno dopo Repubblica titolò in prima pagina: "Quell'affare di mafia e mattoni". Aveva ricevuto la notizia giusta: qualcuno faceva il nome di Silvio Berlusconi alla vigilia della sua "discesa in campo". E raccontava di latitanti "in una tenuta fra Milano e Monza" amministrata dal boss di Publitalia Marcello Dell'Utri, degli "interessi" palermitani del Cavaliere, delle sue frequentazioni sospette. Era l'inizio di quell'indagine infinita su Berlusconi e la mafia che è ancora sospesa. È stato Giuseppe D'Avanzo a cominciarla. E a continuarla poi sul fronte di Milano, le dieci domande a Berlusconi su Noemi Letizia, gli altri scoop su Ruby. E poi sempre a fare da cane da guardia al potere. Su Gladio e Telekom Serbia, sul Nigergate e il rapimento di Abu Omar.

Con Carlo Bonini aveva scritto un libro sul mercato della paura e la guerra al terrorismo islamico, con lui avevo pubblicato tre libri negli anni '90 su mafia e dintorni. L'ultima nostra passione erano le bici da corsa. Dove avremmo mai potuto passare le vacanze pedalando? In Sicilia, naturalmente. Ma Peppe ieri mattina se n'è andato, sulla strada che ancora una volta facevamo insieme per raggiungere una montagna dove non eravamo stati mai.

Era ora che decressero


L’America entra nell’èra delle aspettative decrescenti

di Federico Rampini da Repubblica

L’accordo annunciato ieri sera da Obama scongiura il default e fa tantissimi scontenti: soprattutto a sinistra, dove pullulano i democratici che si sentono traditi per le enormi concessioni fatte alla destra. Entro poche ore sapremo se le defezioni sono tali da mettere a repentaglio l’approvazione di Camera e Senato. Sembra improbabile: i quattro leader democratici e repubblicani dei due rami del Congresso si sono troppo esposti, è segno che dovrebbero avere fatto i loro conti sui voti. Ma nel lungo termine le recriminazioni e i calcoli tattici su chi ha vinto e chi ha perso sbiadiranno rispetto al segno complessivo di questa manovra: è l’inizio dell’èra della grande austerità americana, un periodo di ridimensionamento non solo della spesa pubblica ma del tenore di vita e delle aspettative.