giovedì 23 gennaio 2014
May you rest in peace, Maestro Abbado.
Grazie Abbado, amico e grande uomo semplice.
di Dario Fo | 23 gennaio 2014.
Qualche giorno fa ho dovuto subire una pesante tristezza.
E’ morto un mio carissimo amico, il Maestro Claudio Abbado. Con lui ho avuto la fortuna di lavorare in molti teatri prestigiosi a partire dalla Scala di Milano, da lui ho imparato come montare un’opera e come leggere la musica. Tra le tante esperienze insieme ricordo l’allestimento imponente che nel 1978 abbiamo realizzato con Histoire du Soldat di Igor Stravinsky: il successo fu tale per cui la Scala dovette organizzare una tournée per tutte le più importanti città italiane che si prolungò per mesi e mesi, ma non nei teatri dei normali circuiti bensì in palazzetti dello sport e sotto grandi chapiteau da circo equestre che tenevano fino a cinquemila spettatori e più.
Claudio era un uomo di una generosità sconvolgente!
Lo rammento come una persona riservata ma che, come me e Franca, è sempre stata in prima linea nel difendere gli ultimi e a prendersi cura degli emarginati della società.
Infatti tra le molteplici imprese che ha realizzato, già in là con gli anni, ha accettato di formare un’enorme orchestra composta da bambini e di dirigerla, come aveva visto fare da José Antonio Abreu, maestro straordinario del Venezuela che gestiva il più importante teatro di Caracas.
Erano bambini presi dalla strada, già condannati a finire vittime della malavita.
Come Abreu, Abbado sognava scuole di musica gratuite aperte a tutti i fanciulli, senza alcuna selezione, collocate proprio nelle periferie, là dove stanno gli ultimi degli ultimi.
Sull’onda del suo coraggio che ho assorbito a mia volta, due anni fa, in occasione della mia mostra al Palazzo Reale di Milano, ho portato in scena ben tre orchestre composte da bambini – raccolte da associazioni gestite da persone straordinarie a Milano, a Campolongo presso Venezia e a Reggio Emilia – e che hanno debuttato sul palco insieme a me davanti ad un pubblico di cinquecento persone.
Quest’anno poi, con il complesso nato a Reggio Emilia, per il Natale ho realizzato un concerto fra le mura del carcere di San Vittore di Milano: i piccoli orchestrali si sono esibiti davanti alle detenuti del carcere, donne e uomini privati di ogni speranza a causa della condizione drammatica in cui si trovano a vivere.
La commozione era palese e quella musica suonata dai ragazzini e dalle figliole ha portato a quegli emarginati un alito di speranza, commuovendoli fino alle lacrime.
Una bambina di colore che suonava la viola si rese conto che fra gli ascoltatori c’erano anche dei detenuti come lei scuri di pelle. Alla fine del concerto mi aveva chiesto: “Ho visto dei prigionieri della mia terra, forse l’Africa. Perché sono qui?”.
E io gli ho risposto: “Perché c’è una legge che impone che per giungere qui da noi e viverci bisogna avere il benestare del nostro governo”.
E lei di rimando: “Quindi non hanno fatto niente di male!”
“No, il male l’hanno fatto i nostri governanti!”.
Claudio era un uomo attento, oltre che alle dinamiche degli ultimi, anche all’ambiente, ed era amante della natura. Come tutti i grandi, era un uomo estremamente semplice, ricordo che sapeva intrattenere le persone per ore parlando degli alberi e di ecologia.
Grazie Abbado!
Con la tua vita hai dato una lezione irripetibile a noi tutti: portare con la musica un alito di speranza…E certamente anche qualcosa di più prezioso, la gioia!
domenica 12 gennaio 2014
La vita non finisce con la morte fisica.
"La vita non finisce con la morte fisica"
di: WSI Pubblicato il 09 gennaio 2014.
La teoria di un famosissimo scienziato prova a spiegare come la vita va avanti per sempre. Tramite la nostra coscienza.
La teoria implica che la morte della coscienza esiste solo sotto forma di pensiero
NEW YORK (WSI) - Vi è un libro dal titolo abbastanza complesso: "Biocentrism: How Life and Consciousness Are the Keys to Understanding the Nature of the Universe" che sta avendo un notevole successo su Internet. Il concetto di fondo prova a spiegare come la vita non finisce quando il nostro corpo muore, ma invece può andare avanti per sempre. Tramite la nostra coscienza.
L'autore di questa pubblicazione, il dottor Robert Lanza, è stato votato come il terzo miglior scienziato in vita dal New York Times, stando a quanto riportato su Spirit Science and Metaphysics.
Lanza, esperto in medicina rigenerativa e direttore del Advanced Cell Technology Company negli Stati Uniti, è anche conosciuto per la sua approfondita ricerca sulle cellule staminali e per l'aver clonato diverse specie di animali in via d'estinzione.
Ma da un po' di tempo ha deciso di dedicarsi anche alla fisica, meccanica quantistica e astrofisica. Questa miscela esplosiva di conoscenze ha dato vita ad una sua nuova teoria, quella del biocentrismo. Essa insegna che la vita e la coscienza sono fondamentali per l'universo e praticamente è la coscienza stessa che crea l'universo materiale in cui viviamo e non il contrario.
Prendendo la struttura dell'universo, le sue leggi, forze e costanti, queste sembrano essere ottimizzate per la vita, il che implica che l'intelligenza esisteva prima alla materia. Lanza sostiene inoltre che spazio e tempo non siano oggetti o cose, ma piuttosto strumenti della nostra comprensione: "portiamo lo spazio e il tempo in giro con noi, come le tartarughe con i propri gusci". Nel senso che quando il guscio si stacca (spazio e tempo), noi esistiamo ancora.
La teoria implica che la morte della coscienza semplicemente non esista. Esiste solo sotto forma di pensiero, perché le persone si identificano con il loro corpo credendo che questo prima o poi morirà e che la coscienza a sua volta scomparirà. Se il corpo genera coscienza, allora questa muore quando il corpo muore, ma se invece il corpo la riceve nello stesso modo in cui un decoder riceve dei segnali satellitari, allora questo vuol dire non finirà con la morte fisica.
In realtà, la coscienza esiste al di fuori dei vincoli di tempo e spazio. È in grado di essere ovunque: nel corpo umano e fuori da esso.
Lanza ritiene inoltre che universi multipli possano esistere simultaneamente. In un universo, il corpo può essere morto mentre in un altro può continuare ad esistere, assorbendo la coscienza che migra in questo universo. Ciò significa che una persona morta, durante il viaggio attraverso un tunnel non finisce all'inferno o in paradiso, ma in un mondo simile, a lui o a lei, una volta abitato, ma questa volta vivo. E così via, all'infinito.
Senza ricorrere a ideologie religiose lo scienziato cerca quindi di spiegare la coscienza quantistica con esperienze precendenti alla morte, proiezione astrale, esperienze fuori del corpo e anche reincarnazione.
Secondo la sua teoria, l'energia della coscienza a un certo punto viene riciclata in un corpo diverso e nel frattempo esiste al di fuori del corpo fisico ad un altro livello di realtà e forse, anche, in un altro universo.
LA GIOIA DELLA SOLITUDINE, ANALIZZATA SUL GUARDIAN.
Why do we have such a problem with being alone?
Personal freedom has never been more celebrated, yet we are terrified of being alone, and regard those who choose to be so with suspicion. Sara Maitland on the joy of solitude.
Sara Maitland
The Guardian, Saturday 11 January 2014
I live alone. I have lived alone for more than 20 years now. I do not just mean that I am single – I live in what might seem to many people to be "isolation" rather than simply "solitude". My home is in a region of Scotland with one of the lowest population densities in Europe, and I live in one of the emptiest parts of it: the average population density of the UK is 674 people per sq mile (246 per sq km). In my valley, we have (on average) more than three sq miles each. The nearest shop is 10 miles away, and the nearest supermarket more than 20. There is no mobile-phone connection and very little through-traffic uses the single-track road that runs a quarter of a mile below my house. On occasion, I do not see another person all day. I love it.
But there is a problem, a serious cultural problem, about solitude. Being alone in our present society raises an important question about identity and wellbeing. In the first place, and rather urgently, the question needs to be asked. And then – possibly, tentatively, over a longer period of time – we need to try to answer it.
The question itself is a little slippery but it looks something like this: how have we arrived, in the relatively prosperous developed world at least, at a cultural moment that values autonomy, personal freedom, fulfilment and human rights, and, above all, individualism, more highly than ever before, while at the same time those who are autonomous, free and self-fulfilling are terrified of being alone with themselves?
We apparently believe that we own our bodies and should be allowed to do with them more or less anything we choose, from euthanasia to a boob job, but we do not want to be on our own with these precious possessions. We live in a society that sees high self-esteem as a proof of wellbeing, but we do not want to be intimate with this admirable and desirable person.
We see moral and social conventions as inhibitions on our personal freedoms, and yet we are frightened of anyone who goes away from the crowd and develops "eccentric" habits.
We believe that everyone has a singular personal "voice" and is, moreover, unquestionably creative, but we treat with dark suspicion anyone who uses one of the most clearly established methods of developing that creativity – solitude. We think we are unique, special and deserving of happiness, but we are terrified of being alone.
We declare that personal freedom and autonomy is both a right and good, but we think anyone who exercises that freedom autonomously is "sad, mad or bad". Or all three at once.
"In 1980, US census figures showed that 6% of men over 40 never married," wrote Vicky Ward in the London Evening Standard in 2008, "now 16% are in that position … 'male spinsters' – a moniker that implies, at best, that these men have 'issues' and, at worst, that they are sociopaths.
"One fears for these men, just as society has traditionally feared for the single woman. They cannot see how lonely they will be. But in time to ease my anxiety, a British friend came through town … 'I want to get married,' he said. Finally. A worthwhile man."
In the middle ages, the word "spinster" was a compliment. A spinster was someone, usually a woman, who could spin well; a woman who could spin well was financially self-sufficient – it was one of the very few ways that medieval women could achieve economic independence. The word was generously applied to all women at the point of marriage as a way of saying they came into the relationship freely; from personal choice not financial desperation. Now it is an insult, because we fear "for" such women – and now men as well.
Being single, being alone – together with smoking – is one of the few things that complete strangers feel free to comment on rudely: it is so dreadful a state (and probably, like smoking, your own fault) that the normal social requirements of manners and tolerance are superseded.
Usually, we are delicate, even overdelicate, about mentioning things that we think are sad. We do not allow ourselves to comment at all on many sad events. We go to great lengths to avoid talking about death, childlessness, deformity and terminal illness. It would not be acceptable to ask someone at a dinner party why they were disabled or scarred. It is conceivable, I suppose, that a person happy in her relationship thinks anyone who is alone must be suffering tragically. But it is more complicated than that: Ward's tone is not simply compassionate. Her "fears for these men" might at first glance seem caring and kind, but she disassociates herself from her own concern: she does not fear herself, "one fears for them". Her superficial sympathy quickly slips into judgment: a "worthwhile" man will be looking for marriage; if someone is not, then they have mental-health "issues" and are very possibly "sociopaths".
Could it be that she is frightened? In her article she comments that, in New York, where she is based, there is a greater number of single women than single men, so if she feels that a committed partner is necessary to a woman's sense of wellbeing then she might well feel threatened by men who want something different.
My mother was widowed shortly after she turned 60. She lived alone for the remaining 25 years of her life. I do not think she was ever reconciled to her single status. She was much loved by a great many, often rather unexpected, people. But I think she felt profoundly lonely after my father died, and she could not bear the fact that I was enjoying solitude. I had abandoned marriage, in her view, and was now happy as a pig in clover. It appalled her – and she launched a part-time but sustained attack on my moral status: I was selfish. It was "selfish" to live on my own and enjoy it.
Interestingly, this is a very old charge. In the fourth century AD, when enthusiastic young Christians were leaving Alexandria in droves to become hermits in the Egyptian desert, their bishop, Basil, infuriated, demanded of one of them: "And whose feet will you wash in the desert?" The implication was that in seeking their own salvation outside the community, they were neither spreading the faith nor ministering to the poor; they were being selfish. This is a theme that has cropped up repeatedly ever since, particularly in the 18th century, but it has a new edge in contemporary society, because we do not have the same high ethic of "civil" or public duty. We are supposed now to seek our own fulfilment, to act on our feelings, to achieve authenticity and personal happiness – but, mysteriously, not to do it on our own.
Today, more than ever, the charge carries both moral judgment and weak logic. I write a monthly column for the Tablet (a Catholic weekly magazine) partly about living on my own. One month I wrote about the way a conflict of duties can arise: how "charitable" is the would-be hermit meant to be about the needs and demands of her friends? One might anticipate that a broadly Catholic readership would be more sympathetic to the solitary life because it has such a long (and respected) tradition behind it. But I got some poisonous letters, including one from someone who had never met me, but who nonetheless felt free to send a long vitriolic note that said, among other things: "Given that you are obviously a person without natural affections and a grudging attitude towards others, it is probably good for the rest of us that you should withdraw into your own egocentric and selfish little world; but you should at least be honest about it."
And yet it is not clear why it is so morally reprehensible to choose to live alone. It is hard to pin down exactly what people mean by the various charges they make, probably because they do not know themselves. For example, the "sad" charge is irrefutable – not because it is true but because it is always based on the assumption that the person announcing that you are, in fact, deeply unhappy has some insider knowledge of your emotional state greater than your own. If you say, "Well, no actually; I am very happy", the denial is held to prove the case. Recently, someone trying to console me in my misery said, when I assured them I was in fact happy: "You may think you are." But happiness is a feeling. I do not think it – I feel it. I may, of course, be living in a fool's paradise and the whole edifice of joy and contentment is going to crash around my ears sometime soon, but at the moment I am either lying or reporting the truth.
The charges of being mad or bad have more arguability. But the first thing to establish is how much solitude the critics of the practice consider "too much". At what point do we feel that someone is developing into a dangerous lunatic or a wicked sinner? Because clearly there is a difference between someone who prefers to bath alone and someone who goes off to live on an uninhabited island that can only be reached during the spring tides; between someone who tells a friend on the telephone that they think they'll give tonight's group get-together a miss because they fancy an evening to themselves, and someone who cancels all social engagements for the next four months in order to stay in alone. If you are writing great books or accomplishing notable feats, we are more likely to admire than criticise your "bravery" and "commitment". Most of us did not find Ellen MacArthur sad, mad or bad when she broke the single-handed sailing circumnavigation record in 2005, even though it meant being entirely alone for 71 days, 14 hours, 18 minutes and 33 seconds.
There are no statistics for this, but my impression is that we do not mind anyone being alone for one-off occasions – particularly if they are demonstrably sociable the rest of the time – or for a distinct and interesting purpose; what seems to bother us are those individuals who make solitude a significant part of their life and their ideal of happiness.
It is all relative anyway. I live a solitary life, but Neil the postman comes most days. The cheerful young farmer who works the sheep on my hill roars by on his quad bike at least three or four days a week, passing with a cheerful wave. I have a phone; I go to church every Sunday. I have friends and children, and sometimes they even come to visit me. Small rural communities are inevitably, oddly, social – I know the names and something of the circumstances of every single person who lives within five miles of me. (There is nothing in the world more sociable than a single-track road with passing places.) And even if I lived in deeper solitude I would live with a web of social dependencies: I read books that are written by people; I buy food that is produced by people and sold to me by people; I flick on the light switch and a constantly maintained grid delivers electricity and my lights come on.
So it is useful to ask oneself how much solitude it takes to tip over into supposed madness or badness; it is certainly useful to ask those who are being critical of anyone who seems to enjoy more aloneness than they themselves feel comfortable with.
In his book Solitude, Philip Koch attempts to break down the accusations into something resembling logical and coherent arguments, so as to challenge them: he suggests that the critics of silence find the desire for it "mad" (or tending towards madness) for various reasons.
Solitude is unnatural. Homo sapiens is genetically and evolutionarily a herd or pack animal. We all have a basic biosocial drive, according to Paul Hamlos in Solitude and Privacy: "sharing experience, close contiguity of comradeship and face-to-face co-operative effort have always been a fundamental and vital need of man (sic) … the individual of a gregarious species can never be truly independent and self-sufficient … Natural selection has ensured that as an individual he must have an abiding sense of incompleteness." People who do not share this "force of phylic cohesion" are obviously either deviant or ill.
Solitude is pathological. Psychology, psychiatry and particularly psychoanalysis are all insistent that personal relationships, ideally both intimate and sexually fulfilled, are necessary to health and happiness. Freud originated this idea and it has been consistently maintained and developed by attachment theorists (such as John Bowlby) and particularly object-relation theorists (such as Melanie Klein) – and is generally held and taught throughout the discipline. (This may also underpin the idea that you are not "really" happy on your own. Since you need other people to be mentally well, then thinking you are happy alone is necessarily deluded.)
Solitude is dangerous (so enjoying it is masochistic). It is physically dangerous because if you have even a minor accident there will be no one to rescue you, and it is psychically dangerous because you have no ordinary reality checks; no one will notice the early warning signs.
These three arguments are based on assumptions that – were they correct for all people at all times – would indeed need to be answered. I personally think (and I'm not alone) that they are not correct in themselves and do not allow for individual difference.
The "moral" arguments, however, at least as Koch defines them, are rather more absurd. This second group of objections to solitude tend to be exactly the opposite of the first group.
Solitude is self-indulgent. The implication here is that it is hedonistic and egotistical – that somehow life alone is automatically happier, easier, more fun and less nitty-gritty than serious social engagement, and that everyone in the pub is exercising, comparatively at least, noble self-discipline and fortitude, and spending hours a day in the unselfish miserable labour of serving their neighbours' needs.
Solitude is escapist. People who like being alone are running away from "reality", refusing to make the effort to "commit" to real life and live instead in a half-dream fantasy world. They should "man up", get real, get a grip. But if social life is so natural, healthy and joyous as contemporary society insists, why would anyone be "escaping" from it?
Solitude is antisocial. Well, of course it is – that's the point. This argument is tautological. But "antisocial" is a term that carries implicit rather than explicit moral condemnation; it is clearly a "bad thing" without it being at all clear what it might mean. All this actually says is "solitude is preferring to be alone rather than with others/me [the speaker] and I am hurt". It is true, but is based on the assumption that being alone is self-evidently a bad thing, and being social is equally self-evidently a good thing.
Solitude evades social responsibility. This implies that all of us have something called a "social responsibility", without defining what that might be or consist of, but whatever it is, for some unexpressed reason it cannot be done by a person who is – for however much of their time – alone.
Now, clearly, even here, there are some interesting discussions to be had. What exactly do personal relationships provide that nothing else can offer? Could, for example, Anthony Storr be right about creative work offering compensatory alternative or even better gratification? Or a sense of meaningfulness? Could some people's peaceful, happy solitude function as an antidote, or even a balance, to the frenetic social activity of others? What, exactly, is our social responsibility in a society in which most people feel powerless? How does multiculturalism work in terms of individuals as opposed to groups? Why do other people's claims to be happy in a different way from oneself provoke so much anxiety – and why is that anxiety so commonly expressed as judgment and condemnation, rather than genuine concern? How does a society choose which issues it allows itself to be judgmental about, if it has no clear idea of the ultimate good? And, above all, why are these conversations not happening? I believe it is because of fear. Fear paralyses creativity, stultifies the imagination, reduces problem-solving ability, damages health, depletes energy, saps intelligence and destroys hope. And, also, it does not feel good.
Fear muddles things up; it is difficult to think clearly when you are scared. When we are frightened, we tend to project this on to other people, often as anger: anyone who seems different starts to feel threatening. And one problem with this is that these projections "stick". If you tell people enough times that they are unhappy, incomplete, possibly insane and definitely selfish, there is bound to come a cold, grey morning when they wake up with the beginning of a nasty cold and wonder if they are lonely rather than simply "alone". There is a contemporary phenomenon which adds to the problem: the mass media make money out of fear.
You may have noticed that the UK experiences waves of grim killer diseases – even though, proportionately, very few people actually get these illnesses. A successful "media illness" has to meet quite particular criteria – among other things, it has to have a very complex official name and a very vivid popular one: bovine spongiform encephalopathy (and its human counterpart, variant Creutzfeldt–Jakob disease) AKA mad cow disease was perfect. The illness should also be terminal but rare (CJD only occurs in one in 1 million people a year, worldwide, and the majority of these cases have no link whatsoever to contaminated beef products) so that it is most unlikely that any readers will contract it; and, if possible, it has to be caused by the greed and stupidity of someone else (the food industry and farmers in this case).
Diseases are quite easy to manipulate in order to rack up the right sort of fear – the sort that sells papers. And there are other fears to play on. At the moment, a very popular media-inspired terror is the threat of the "loner".
Once upon a time, and not very long ago, the word "lone" had rather heroic and adventurous connotations: the Lone Ranger was not sad, mad or bad; Texas freely and proudly adopted its nickname: the Lone Star state. But if you look up "loner" on Wikipedia you will find this alphabetical list of related terms:
Avoidant personality disorder
Autism
Byronic hero
Dysfunctional family
Hermit
Hikikomori
Introversion
Loneliness
Lone wolf (trait)
Major depressive disorder
Misanthropy
Recluse
Schizoid personality disorder
Social phobia
Social rejection
Solitude
Tragic hero
Greta Garbo chose to retire at the age of 35 to 'live another life'. Photograph: Cine Text/Allstar/Sportsphoto Ltd
I have put into italics the four terms that do not directly correlate with "sad, mad or bad", although the context of the list raises questions about even them – is it OK to be "introverted"? Are hermits actually crazed? Is solitude like major depressive disorder? Are Byronic heroes lonely? But what are more interesting are the absences: adventurer, sensitive, mystic, creative genius, bereaved, castaway/Crusoe, victim of solitary confinement, wanderer.
Greta Garbo was a famous loner, though, in fact, she never said "I want to be alone" (the Russian ballerina Grusinskaya, whom Garbo played in Grand Hotel, said it). She was a very great actor: the film historian David Denby wrote in 2012 that Garbo introduced a subtlety of expression to the art of silent acting, and that its effect on audiences cannot be exaggerated. "Worlds turned on her movements." She was sufficiently successful to retire at 35 after making 28 films. Near the end of her life – and she lived to be 85 – she told Sven Broman, her Swedish biographer (with whom she was co-operating), that she "was tired of Hollywood. I did not like my work. There were many days when I had to force myself to go to the studio … I really wanted to live another life." So she did. In retirement she adopted a lifestyle of simplicity and leisure, sometimes just "drifting". But she always had close friends with whom she socialised and travelled. She did not marry but did have serious love affairs with both men and women. She collected art. She walked, alone and with companions, especially in New York. She was a skilful paparazzi-avoider. Since she chose to retire, and for the rest of her life consistently declined opportunities to make further films, it is reasonable to suppose that she was content with that choice.
It is evident that a great many people, for many different reasons, throughout history and across cultures, have sought out solitude to the extent that Garbo did, and after experiencing that lifestyle for a while continue to uphold their choice, even when they have perfectly good opportunities to live more social lives. On average, they do not turn into schizoid serial killers, predatory paedophiles or evil monomaniacs. Some of them, in fact, turn into great artists, creative thinkers and saints – however, not everyone who likes to be alone is a genius, and not all geniuses like to be alone.
giovedì 19 dicembre 2013
Buon anno a tutti.
da "Il grande Gasby".
«Il postino ha smesso di starmi simpatico», scrive Fitzgerald, «così come il droghiere, il direttore del giornale, il marito della cugina, che a sua volta ricambierà la mia antipatia, e la vita non sarà più piacevole come un tempo; l'avviso Cave canem resterà perennemente appeso sulla mia porta. In ogni caso, ce la metterò tutta per essere un animale educato, e se mi getterete un osso con abbastanza carne intorno, potrei perfino leccarvi la mano».
venerdì 13 dicembre 2013
FINALMENTE: DUE ANALISI DEGNE, DEI FORCONI
MARCO REVELLI. L'invisibile popolo dei nuovi poveri.
Torino è stata l’epicentro della cosiddetta “rivolta dei forconi”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cercarla, la rivolta, perché come diceva il protagonista di un vecchio film, degli anni ’70, ambientato al tempo della rivoluzione francese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sinceramente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sembrata una massa di fascisti. E nemmeno di teppisti di qualche clan sportivo. E nemmeno di mafiosi o camorristi, o di evasori impuniti.
La prima impressione, superficiale, epidermica, fisiognomica – il colore e la foggia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muoversi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impoveriti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprattutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impoverito: gli indebitati, gli esodati, i falliti o sull’orlo del fallimento, piccoli commercianti strangolati dalle ingiunzioni a rientrare dallo scoperto, o già costretti alla chiusura, artigiani con le cartelle di equitalia e il fido tagliato, autotrasportatori, “padroncini”, con l’assicurazione in scadenza e senza i soldi per pagarla, disoccupati di lungo o di breve corso, ex muratori, ex manovali, ex impiegati, ex magazzinieri, ex titolari di partite iva divenute insostenibili, precari non rinnovati per la riforma Fornero, lavoratori a termine senza più termini, espulsi dai cantieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
Le fasce marginali di ogni categoria produttiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sottili, oggi in rapida, forse vertiginosa espansione… Intorno, la piazza a cerchio, con tutti i negozi chiusi, le serrande abbassate a fare un muro grigio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloccate da un filtro non asfissiante ma sufficiente a generare disagio, anch’essa presa dai propri problemi, a guardarli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un funerale. E si pensa «potrebbe toccare a me…». Loro alzavano il pollice – non l’indice, il pollice – come a dire «ci siamo ancora», dalle macchine qualcuno rispondeva con lo stesso gesto, e un sorriso mesto come a chiedere «fino a quando?».Altra comunicazione non c’era: la “piattaforma”, potremmo dire, il comun denominatore che li univa era esilissimo, ridotto all’osso. L’unico volantino che mostravano diceva «Siamo ITALIANI», a caratteri cubitali, «Fermiamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripetevano era: «Non ce la facciamo più». Ecco, se un dato sociologico comunicavano era questo: erano quelli che non ce la fanno più. Eterogenei in tutto, folla solitaria per costituzione materiale, ma accomunati da quell’unico, terminale stato di emergenza. E da una viscerale, profonda, costitutiva, antropologica estraneità/ostilità alla politica.
Non erano una scheggia di mondo politico virulentizzata. Erano un pezzo di società disgregata. E sarebbe un errore imperdonabile liquidare tutto questo come prodotto di una destra golpista o di un populismo radicale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squadre. E i cultori della violenza per vocazione, o per frustrazione personale o sociale. C’era di tutto, perché quando un contenitore sociale si rompe e lascia fuoriuscire il proprio liquido infiammabile, gli incendiari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il fenomeno. Non s’innesca così una mobilitazione tanto ampia, diversificata, multiforme come quella che si è vista Torino. La domanda vera è chiedersi perché proprio qui si è materializzato questo “popolo” fino a ieri invisibile. E una protesta altrove puntiforme e selettiva ha assunto carattere di massa…Perché Torino è stata la “capitale dei forconi”? Intanto perché qui già esisteva un nucleo coeso – gli ambulanti di Parta Palazzo, i cosiddetti “mercatali”, in agitazione da tempo – che ha funzionato come principio organizzativo e detonatore della protesta, in grado di ramificarla e promuoverla capillarmente. Ma soprattutto perché Torino è la città più impoverita del Nord. Quella in cui la discontinuità prodotta dalla crisi è stata più violenta. Parlano le cifre.Con i suoi quasi 4000 provvedimenti esecutivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno precedente, uno ogni 360 abitanti come certifica il Ministero), Torino è stata definita la “capitale degli sfratti”. Per la maggior parte dovuti a “morosità incolpevole”, il caso cioè che si verifica «quando, in seguito alla perdita del lavoro o alla chiusura di un’attività, l’inquilino non può più permettersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si preannunciano, come ha denunciato il vescovo Nosiglia, per gli inquilini delle case popolari che hanno ricevuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro mensili imposti da una recente legge regionale anche a chi è classificato “incolpevole” e che non se lo possono permettere.
“Maglia nera” anche per le attività commerciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esistenti, 15 al giorno) in città, e 626 in provincia (di cui 344 tra bar e ristoranti). E’ l’ultima statistica disponibile, ma si può presupporre che nei mesi successivi il ritmo non sia rallentato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Mentre per le piccole imprese (la cui morìa ha marciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiusure al giorno in Italia) Torino si contende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “forconi”) la testa della classifica, con le sue 16.000 imprese scomparse nell’anno, cresciute ancora nel primo bimestre del 2013 del 6% rispetto al periodo equivalente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono portate al prefetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese artigiane chiuse nella provincia.E’, letta attraverso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi succedutisi nella transizione all’oltre-novecento, tutta intera la composizione sociale che la vecchia metropoli di produzione fordista aveva generato nel suo passaggio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fabbrica centralizzata e meccanizzata nel territorio, la disseminazione nelle filiere corte della subfornitura monoculturale, la moltiplicazione delle ditte individuali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo produttivo automobilistico, le consulenze esternalizzate, il piccolo commercio come surrogato del welfare, insieme ai prepensionamenti, ai co.co.pro, ai lavori a somministrazione e interinali di fascia bassa (non i “cognitari” della creative class, ma manovalanza a basso costo… Composizione fragile, che era sopravvissuta in sospensione dentro la “bolla” del credito facile, delle carte revolving, del fido bancario tollerante, del consumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finanziaria ha allungato le mani sul collo dei marginali, e poi sempre più forte, e sempre più in alto.
Non è bella a vedere, questa seconda società riaffiorata alla superficie all’insegna di un simbolo tremendamente obsoleto, pre-moderno, da feudalità rurale e da jacquerie come il “forcone”, e insieme portatrice di una ipermodernità implosa. Di un tentativo di una transizione fallita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui riproposti in alto, nei gazebo delle primarie (che pure dicevano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei talk show televisivi. E’ sporca, brutta e cattiva. Anzi, incattivita. Piena di rancore, di rabbia e persino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella soggettività”) del ciclo industriale, con il linguaggio del conflitto rude ma pulito. Qui la politica è bandita dall’ordine del discorso. Troppo profondo è stato l’abisso scavato in questi anni tra rappresentanti e rappresentati. Tra linguaggio che si parla in alto e il vernacolo con cui si comunica in basso. Troppo volgare è stato l’esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita. E forse, come nella Germania dei primi anni Trenta, saranno solo i linguaggi gutturali di nuovi barbari a incontrare l’ascolto di questa nuova plebe. Ma sarebbe una sciagura – peggio, un delitto – regalare ai centurioni delle destre sociali il monopolio della comunicazione con questo mondo e la possibilità di quotarne i (cattivi) sentimenti alla propria borsa. Un ennesimo errore. Forse l’ultimo.
FRANCO BIFO BERARDI – I forconi e la deflagrazione dell’Europa.
Ciò che sta accadendo in Italia va letto nel contesto della deflagrazione dell’Unione europea, provocata dall’aggressione finanzista guidata dalla Banca centrale europea e dal governo tedesco.
Da Maastricht in poi, il ceto finanzista globale ha deciso di cancellare in Europa le tracce della forza operaia del passato, la democrazia, la garanzia salariale, la spesa sociale. In nome del fanatismo liberista ha finito per sradicare le radici del consenso su sui si fondava l’Unione europea. L’effetto, però, non è solo il dimezzamento del monte salari dei lavoratori europei, la distruzione della scuola e della sanità pubblica, l’abolizione del limite dell’orario di lavoro, la precarizzazione generalizzata. E’ anche la guerra.
Era prevedibile, era previsto, ora comincia ad accadere.
La disgregazione finale dell’Unione europea possiamo leggerla sulla carta geografica.
Cominciamo da est. L’insurrezione ucraina è prova di come sia mutata la natura d’Europa. Nata come progetto di pace tra tedeschi e francesi, e quindi di pace in tutto il continente, l’Unione è oggi divenuta l’esatto contrario. Gli europeisti ucraini usano l’europeismo come arma puntata contro l’imperialismo russo, e risvegliano fantasmi del nazismo. L’ingresso in Europa è visto come una promessa di guerra, e la precipitazione del conflitto in Ucraina non potrà che avere conseguenze spaventose per l’Europa intera. Bruxelles reagirà aprendo un confronto con la Russia di Putin, oppure lascerà che la Russia di Putin soffochi una rivolta che è nata nel nome dell’Europa?
Spostiamoci a ovest. Il Parlamento catalano ha indetto il referendum indipendentista per l’autunno del 2014. I franchisti del governo madrileno hanno risposto che il referendum non si farà mai.
Nel frattempo, in Francia i sondaggi prevedono che il Front National diverrà partito di maggioranza alle prossime elezioni. A quel punto il patto franco-tedesco su cui si fonda l’Unione sarà cancellato nella coscienza della maggioranza dei francesi, e la balcanizzazione del continente precipiterà.
Questa dinamica mi pare il contesto in cui leggere le convulsioni agoniche della penisola italiana.
Il governo Letta Alfano Napolitano, filiale del partito distruttori d’Europa, è in camera di rianimazione. Può durare o crollare poco importa: non è in grado di mantenere nessuna promessa, neppure quelle fatte ai suoi padroni di Francoforte.
Il movimento dei forconi è tracimare del nervosismo sociale. Nel 2011 il movimento anticapitalista tentò di fermare l’aggressione finanzista, ma non ebbe la forza per mettere in moto una sollevazione solidale. La precarizzazione ha sgretolato la solidarietà tra lavoratori, e il movimento si risolse in una protesta che il ceto politico-finanziario, per criminale interesse e per imbecillità conformista, rifiutò perfino di ascoltare.
Ma la sollevazione non si ferma, perché ha i caratteri tellurici di una disgregazione della base stessa del consenso sociale. E’ una sollevazione priva di interna coerenza, priva di strategia progressiva. Ci sono dentro elementi di nazionalismo, di razzismo, di egoismo piccolo-proprietario, ma anche elementi di ribellione operaia, di democrazia diretta e rabbia libertaria. Non è importante la sua confusa coscienza, le contrastanti ideologie e i contrastanti interessi che la mobilitano. Conta il fatto che il suo collante obbiettivo è l’odio contro l’Europa. Questo odio non può che essere portatore di disgrazie.
Franco Bifo Berardi
(13 dicembre 2013)
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giovedì 12 dicembre 2013
Il partito unico dei liberisti.
La sinistra e il Pd renziano: liberi tutti.
Dunque, i dati prima di tutto. Un’affluenza altissima alle Primarie del Pd e un’affermazione mastodontica del nuovo segretario, Matteo Renzi. Due dati che non consentono scorciatoie né letture furbette: al netto delle piccole e grandi polemiche (il voto degli esterni, la grandinata di presenza televisive, la simpatia dei grandi media, anche non di sinistra), Matteo Renzi si prende il Pd con l’appoggio massiccio della base, con una procedura democratica e con pieno merito rispetto agli sfidanti. Gli elettori del Pd, in larga maggioranza gli danno fiducia e gli chiedono di guidare un partito che non ne azzecca una da anni, appesantito da un apparato vecchio e inefficiente (e non parlo solo dei soliti nome-parafulmine, i D’Alema, le Bindi, eccetera, ma del corpaccione del partito, specie nelle realtà locali) e indeciso a tutto. Dunque, ora non resta che vedere.
Non mancano molti elementi di “antipatia” (categoria non solo politica, a dire il vero), che non varrebbe nemmeno la pena di elencare. L’aplomb da “rampanti” di una parte della sua base militante, per dirne una. Le lodi al decisionismo che ricordano un po’ il craxismo dei primi tempi, la capacità mimetica di un leader che si è saputo vendere come nuovo e viene dritto dritto dallo stesso apparato che dice di voler abbattere. Eccetera. Aggiungo: un sapiente capitalizzare le energie delle generazioni de-ideologizzate, quelle cresciute nell’era del berlusconismo, quelle convinte che siano state le generazioni prima a rovinargli la vita e non invece la vittoria senza se e senza ma delle politiche liberiste. E’ questo – solo questo, ma non è poco – il “berlusconismo” renziano che a volte si evoca. Oltre, s’intende, ad intendere "nuovo" come sinonimo di "migliore", che non è vero quasi mai, specie se non è nemmeno tanto nuovo.
Insomma, un bel mix che andrà controllato passo passo.
Basti dire che c’è oggi tra chi esulta per Matteo Renzi, gente che sperò nella riforma Fornero (uh, vedrai… i precari… lasciamola lavorare…), che sorrise nei primi tempi di Monti, eccetera eccetera. Inesperienze da perdonare. Così come sono comprensibili, anche se non ammirevoli, certe esagerazioni nei toni: un’aspirante classe dirigente che sgomita e aspira ad occupare i posti evacuati dai “rottamati”, a piazzarsi, a far parte dell’onda perché in cima all’onda c’è odore di incarichi e di carriera.
Tutto normale, già visto in altre circostanze e in qualche modo comprensibile. Aggiungerei una componente che ha, nel successo di Renzi (il renzismo verrà), un peso notevole, ed è l’irresistibile fascino della vittoria. Dopo tante delusioni, e pareggi stiratissimi, e sconfitte a iosa, vincere non pare vero, tanto che il “vincere perché”, il “vincere per far cosa” sembra passare in secondo piano. Il leader del primo partito della sinistra italiana è costretto a urlare nel suo discorso di insediamento che “la sinistra non finisce”, come a convincere e a convincersi, bizzarra puntualizzazione, parole dal sen fuggite. E si capisce anche perché, visto che i discorsi sulla tattica impongono ora di verificare lo scontro tra un capo del governo (Letta, Pd, area cattolica, Margerita, Dc) e un capo del partito (Renzi, Pd, area cattolica, Margherita, Dc).
Ma la strategia è quello che più interessa.
Le politiche di Renzi sono state largamente annunciate. A cominciare dall’ideologo finanziere Davide Serra, per proseguire con l’appoggio di vecchi apparati di lungo e lunghissimo corso, per continuare, come corollario, anche alcune gaffes o fughe in avanti (o indietro?) di certi suoi ultras (Blair, la Thatcher…). Insomma, il disegno non è ancora chiarissimo, ma si vede in filigrana la trama portante: un liberismo con la faccia più buona, la sostituzione di una lotta generazionale alla lotta di classe (ne ho scritto sul nuovo numero di MicroMega), l’assenza quasi totale di discorsi sulla redistribuzione del reddito e, invece, un ditino alzato verso quelle componenti della società (i pensionati, per dirne una) considerate una zavorra. La meritocrazia senza uguaglianza, cioè di fatto la promessa alle classi dirigenti attuali che a dirigere saranno ancora e sempre loro. Niente di nuovo, a parte i toni, i colori e il linguaggio (non nuovissimo nemmeno quello, peraltro, come dimostra l’ampio uso di stilemi pubblicitari e a volte addirittura veri e propri spot commerciali di grandi marche).
Dunque il paradosso è questo: mentre diventa diverso da sé (rinnovandosi), il Pd diventa sempre più uguale agli altri, al pensiero unico corrente, alle ricette note, ai discorsi già sentiti, ed alcuni, addirittura, sentiti in Europa venti e più anni orsono – e in larga parte falliti (penso alle ricette blairiane, per esempio).
Del discorso primo e sostanziale che un partito di sinistra dovrebbe fare (vorrei dire: sarà prima o poi costretto a fare) non c’è traccia. Non c’è traccia di un programma che punti a stringere un po’ quella forbice tra lavoro e rendita, tra produzione e finanza, tra poveri e ricchi, che in questi ultimi trent’anni si è invece costantemente allargata. Meno poveri e meno ricchi, più garanzie e meno privilegi. Di più per tanti e meno per pochi. Di questo non c’è traccia.
Nemmeno un minimo sindacale. La Cgil, per dire (che ha un milione di difetti, si sa, e si vedano gli ultimi discorsi autocritici di Landini sulla necessità di dare rappresentanza ai milioni di lavoratori precari che non ce l’hanno) è stata attaccata nella campagna di Renzi più della classe imprenditoriale e delle politiche che l’hanno favorita, più dei grossi finanzieri (che lo guardano con simpatia, tra l’altro); più dei poteri forti (che ne seguono attentamente le mosse, spesso applaudendo). Sul palco di Renzi abbiamo visto imprenditori (tanti), finanzieri, “affluenti” delle professioni, ma lavoratori zero.
I piccoli passi nel senso di una maggiore giustizia sociale sono vaghi (persino il finanziere Serra parla di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, ma non dice come, né di quanto, né quando, mentre sulle pensioni su fa assai preciso: da lì si aspetta di prendere 10, 15 miliardi, un’enormità, e non parla di pensioni d’oro).
Ora, dunque, buon lavoro.
E ora, che (cazzo) fare?
Per chi da una sinistra moderna spera altre cose è un momento al tempo stesso delicato ed entusiasmante. Delicato perché alternative in giro (sul mercato della politica, dicono quelli che hanno del mercato una venerazione) non se ne vedono. Sel non pare in grado, la paccottiglia nostalgica dà la nausea e le idee forti non si vedono. Entusiasmante, perché cade finalmente (era ora!) il grande equivoco: la sudditanza emotiva, affettiva, politica al Pd come naturale erede del vecchio (anche odioso, anche ingombrante, anche paternalista) Pci non ha più motivo di esistere. Non c’è più. Il Pd è oggi un partito del grande gioco, si misura con enormi differenze dal populismo furbetto e aggressivo di Grillo e dal partito personale e personalissimo di un Berlusconi agli ultimi atti della sua farsa. Ma il disegno grande, quello complessivo, quello che può cambiare la società italiana, non pare così diverso: mercato, mercato e mercato. Ci penserà lui, come ci ha pensato (e si è visto) negli ultimi decenni.
Dunque, liberi tutti.
E trovo ci sia in questo davvero un senso di liberazione, il sospiro di chi si libera di un fardello. Il poco e pochissimo collante ideologico che ancora legava certi “liberi di sinistra” al Pd non c’è più, nemmeno in lontananza.
Si dirà che non è bello essere senza rappresentanza politica, e c’è del vero. Ma tocca anche dire che quando mai c’è stata? Nel Pd dei D’Alema e dei Veltroni? Non direi. Dunque, cade soltanto un equivoco. Sarà bello vedere l’entusiasmo di oggi alla prova dei fatti, sarà istruttivo controllare tra uno, due, tre anni, se chi sta male oggi starà meglio nelle sue condizioni materiali e immateriali. Siccome non c’è una ricetta che prometta di arginare le forze liberiste del mercato (e anzi si promette loro un ritrovato efficientismo), la risposta c’è già.
Ma vederla sarà diverso che intuirlo.
Dunque, auguri a chi ci crede e ci ha creduto, sarà piacevole riparlarne quando le parole lasceranno il posto ai fatti, quando saranno finiti gli spot e comincerà il programma. Quando la nuova classe dirigente che ora grida alla vecchia “tutti a casa” (con toni assai grillini, in qualche caso) avrà preso il comando.
Mi siedo qui, guardo lo spettacolo, aspetto, osservo il filmino della vittoria odierna, che somiglia al seme di una vecchia, e ben nota, sconfitta.
(9 dicembre 2013)
sabato 7 dicembre 2013
FO E VAURO SU GRILLO A GENOVA.
1 - CARO VAURO, PERCHÉ ERO SU QUEL PALCO
Lettera di Dario Fo al "Fatto quotidiano"
Caro Vauro. Poche ore prima di ricevere la tua lettera con la quale mi chiedevi di "scendere da quel palco" montato a Genova per il V-Day, ricevevo una telefonata da Bari da parte di un responsabile del sindacato della Cgil della Puglia, che annullava la richiesta fattami alcuni giorni prima con la quale mi si invitava a intervenire a una loro manifestazione dedicata all'importanza della cultura e con riferimento alle lotte degli operai dell'Ilva. Con molto impaccio l'incaricato mi dichiarava che, per ragioni tecniche, non sarei potuto salire sul palco per parlare ai lavoratori e agli studenti.
Capii subito che la ragione di quel cambio di programma era senz'altro il discorso che avevo tenuto a Genova il giorno precedente, soprattutto in conseguenza della posizione che avevo preso prima e dopo la sentenza e durante il processo a proposito dell'intossicazione di massa causata dalle esalazioni provenienti dagli altiforni che avevano inquinato l'intera città.
Ma cosa mi ero permesso di dire precisamente a Genova davanti a qualche migliaio di intervenuti e, oltretutto, ripreso da tre emittenti televisive nazionali, per non parlare di quelle straniere? Mi ero solo lasciato andare a una breve analisi dei fatti inerenti l'acciaieria di Taranto e gli scarichi tossici, ricordando da quanti anni fosse esploso l'allarme di quella strage annunciata. Per inciso Franca, già nel 2006, aveva denunciato al Senato il protrarsi di quella mattanza che coinvolgeva anche mogli e bambini degli operai.
Come si è potuto da parte del governo e dei partiti, compresi quelli di sinistra per non parlare dei sindacati, tardare in modo così colpevole a prendere posizione e convincere quei lavoratori ad andare a morire pur di mantenere il proprio posto? Ricordavo anche che, proprio nel momento più duro dello scontro il Pd, nella persona del segretario del partito, Bersani, incassò sottobanco un milione di euro per indurre il partito stesso a dimostrarsi più accomodante verso i proprietari, tutti sotto processo e quindi condannati a una media di quattro anni di carcere ciascuno.
Nel mio intervento accennavo anche al vergognoso ricatto imposto da Marchionne al sindacato: "O accettate il mio programma e le mie proposte sul salario o tiro su baracca e burattini e trasloco tutta la Fiat in Romania!". Per finire ricordavo di sfuggita la lotta tuttora in corso in Val di Susa a proposito del Tav.
Concludevo con la strage dei barconi di Lampedusa e l'inchiesta in corso sulle gravi responsabilità della Guardia costiera che, pur essendo in grado di intervenire in tempo, ha evitato di soccorrere quei 200 migranti, comprese donne e bambini, finiti in fondo al mare.
Sbaglio, Vauro, o le proteste su questi fatti ti hanno sempre trovato in prima linea e insieme abbiamo combattuto per anni queste prevaricazioni?
Ti dà fastidio forse che oggi anche il Movimento 5 Stelle si ritrovi con noi con le stesse idee e lo stesso programma? Il discorso di certo cambia con i sindacati. Evidentemente i dirigenti della Cgil non gradivano che io ripetessi più o meno lo stesso discorso a Bari, in quell'incontro dal titolo Cultura è lavoro. Perciò mi avevano ordinato, seppur con garbo, di scendere dal palco.
Mi spiace Vauro, ma sei stato anticipato. A ogni modo, mi ha creato un certo disagio notare che in quella tua breve lettera tu non faccia alcun accenno al mio intervento di circa mezz'ora che ho tenuto davanti a quella straordinaria assemblea composta da giovani e anziani, disoccupati e privi di prospettive, spesso disperati, che mi hanno ascoltato applaudendo e, in alcuni momenti, anche commossi e indignati al tempo.
Perché hai taciuto? Non hai fatto cenno nemmeno a uno dei numerosi temi, spesso drammatici, che andavo elencando. Eppure quante volte, nello stesso tempo, abbiamo condiviso, in anni e anni di lotte, quelle stesse istanze? Problemi che, guarda caso, erano pienamente condivisi anche da quelle migliaia di intervenuti in Piazza della Vittoria. Anche qui, come da parte dei sindacalisti di Bari, mi si era chiesto di parlare della cultura, legata al lavoro.
Era la prima volta da molti anni in qua, credo, che in Italia capitava di poter ascoltare qualcuno trattare, durante un intervento politico, di un fenomeno straordinario, cioè della nascita e dello sviluppo di una cultura unica al mondo nei secoli. Il tutto sottolineando il rispetto e l'alta considerazione in cui eravamo tenuti dai paesi dell'intera Europa. E, concludendo, chiedevo al pubblico: "Che cosa è successo? Perché siamo crollati a livelli da débâcle totale?".
Dico la verità, caro Vauro, mi sarebbe piaciuto che nella tua lettera tu avessi fatto cenno a queste mie disperate parole, invece di indugiare su alcune feroci battute pronunciate da Grillo durante i suoi interventi. Una in particolare ti aveva offeso , quella in cui Beppe, rivolto ai dirigenti politici che compongono oggi il governo delle larghe intese, gridava: "Siete tutti morti, cadaveri!".
Ecco, mi fa specie che questa negatività di linguaggio venga recepita da un satirico spietato e intransigente quale tu sei. Ti dirò che io stesso ho usato più di una volta forme paradossali e irritanti di quel genere. Ho messo in scena e recitato in tutta l'Italia per anni, fra gli altri, lavori con ballate dal sarcasmo macabro tratte dalla Commedia dell'arte, quali il dialogo fra Arlecchino e Razzullo, nelle vesti di becchini.
Questi due zanni, anticipando di un secolo e più Shakespeare negli stessi anni in cui Shakespeare scriveva l'Amleto, estraggono dalla tomba in cui verrà sepolta la bella vedova ossa di scheletri in quantità e subito riconoscono il personaggio del tempo in cui viveva. Sbeffeggiano la salma, ne ripetono battute e atteggiamenti.
Noi, nella ricostruzione, si riesumavano personaggi non di fantasia ma che ricordavano autorità decedute di recente dai trascorsi spesso infami, ma non ricordo che qualcuno si fosse indignato. Almeno, sto parlando degli spettatori, i critici in gran numero, invece, si sono detti orripilati da tanto cattivo gusto. È accaduto lo stesso "crac" psichico anche a te, Vauro? È indegno scherzare con i morti?
E allora cosa dire di Luciano di Samosata, che scendendo in visita nel-l'ade qualche secolo prima del nostro Dante, incontra laggiù addirittura lo scheletro semovente di Achille e, riconosciutolo, gli afferra con le due mani il cranio e gli sputa dentro le orbite vuote urlando: "Tiè! Tiè malnato!"? Di poi se ne va, ma ci ripensa, torna indietro, riafferra il teschio di Achille con le mani e gli risputa nelle orbite vuote.
Tu sei uomo di cultura fine e profonda, Vauro, quindi non puoi esserti dimenticato del finale dell'Amletodi Shakespeare dove, uno dietro l'altro, tutti i protagonisti dell'opera si eliminano a vicenda. La madre del principe di Danimarca trangugia una pozione di veleno e schiatta, l'amante divenuto suo marito (che ha eliminato il proprio fratello pur di farsi re) viene infilzato da parecchi colpi di spada, Laerte, il fratello di Ofelia appena sepolta, viene accoppato in duello da Amleto, il quale a sua volta viene trafitto e sta agonizzando, ma prima di schiattare riesce a dare sentenze veramente straordinarie. Insomma alla fine, sul palcoscenico, vediamo, uno appresso all'altro, una sfilata di cadaveri.
Qual è l'allegoria di quella strage? Ma è chiaro, tutti i regnanti della Danimarca (ma in verità qui si allude al regno d'Inghilterra) son solo degni di essere ammazzati, cancellati dalla Storia. A ‘sto punto come la mettiamo, Vauro? Ti prego, pronuncia qualche commento disgustato anche verso Shakespeare, noto autore di "brutte parole" truculenti. Oltretutto era autore di "verità assolute" e, facendo il verso ai grandi massacratori del suo regno, ripeteva sghignazzando i loro motti come "la vittoria è nelle nostre mani, non la getteremo ai porci!".
Caro Vauro, io, ti giuro, non ho nessun risentimento nei tuoi riguardi e quando ti vedrò per esempio, sul palco di Servizio Pubblico, contornato da personaggi da contrappunto orrendo, mi guarderò bene dal gridarti: "Che ci fai lassù? Scendi, ti prego, compagno!". Ma al contrario ti dirò: "Usa bene le tue battute, raccontaci storie divertenti e piene di ironia", ché questo è il nostro mestiere di pagliacci.
2 - RISPOSTA DI VAURO
Caro Dario,
Per prima cosa ti ringrazio per la tua bella lettera. Per seconda, sento il bisogno sincero di scusarmi con te. È vero, nella mia missiva non ho fatto cenno alle tue parole dal palco e avrei dovuto farlo. Tanto più ché le ho ascoltate e condivise, credo, con la stessa passione con la quale le hai pronunciate. Ho sbagliato e quando si sbaglia ci si chiede il perché. Ecco il mio perché: nelle mie orecchie le tue parole si erano perse, coperte dagli strilli di un pagliaccio.
Dovrei dire di un ex pagliaccio. Perché, a differenza di te e di me che pagliacci siamo e siamo rimasti, quel pagliaccio si è fatto capo. Il giullare che si fa re. Quando il giullare si fa re la magia della satira svanisce. Le stesse parole che dalla bocca del giullare hanno il suono triste e allegro dello sberleffo e del pernacchio, nella bocca del re assumono quello perentorio e arrogante dell'autorità.
Arlecchino danza con la morte,certo,e nella sua danza c'è tutta l'ostinata e gioiosa irriverenza verso ogni forma di potere. Se invece di Arlecchino è il re che balla con la morte non c'è più l'irriverenza ed è solo una danza macabra. Non mi sono mai piaciuti i capipopolo, quelli che parlano "alla pancia della gente".
Mi piacciono ancora meno quando hanno dismesso il costume colorato di Arlecchino per indossare l'armatura cupa del condottiero infallibile. Non ti preoccupare Dario,non mi sono iscritto alla Cgil della Puglia. Il mio mestiere è ancora quello di pagliaccio. Noi due siamo pagliacci e tali vogliamo restare. Per questo sono certo che saremo sempre uniti dalla medesima disperazione e dalla medesima allegria.
Ti voglio bene.
Vauro
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