lunedì 6 maggio 2013

I MIGLIORI NECROLOGI.

E' morto Giulio Andreotti. Il Feretro partira' dalla Stazione di Bologna a bordo di un treno Italicus destinazione Milano - Piazza Fontana . Ritornerà' nel pomeriggio verso Bologna dove a bordo di un DC9 dell' ITAVIA raggiungerà Palermo. Da lì partirà da via D'Amelio ed entrando al casello di Capaci rientrerà a Roma passando per Via Caetani. Le ceneri verranno sparse in mare. A Ustica. Dario Bertelli +++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++ «Non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell'insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Non Le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che Le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice. Che cosa ricordare di Lei? Durerà un po' più, un po' meno, ma passerà senza lasciare traccia...». Aldo Moro.

Storia d'Italia in romanesco, come alternanza di Logge.

(scritto a dagospia da un giornalista che vuole rimanere anonimo) ER MARCHESE DER GRILLO DAR MONNO DE LI MORTI. A guardalla dall'Empireo sta situazzione se capisce abbastanza bene. Armeno noi, ar tempo de la Questione Romana, quanno ero uno dei capi della Guardia Nobile der Santo Padre, 'o sapevamo che c'ereno li Massoni. Er conquibus se discuteva pubblicamente a quer tempo. Nun era, come adesso, 'na cosa che se ne parli te guardeno male. Er Papa l'aveva puro scomunicati. Da subbito. Famo a capisse: in quer primo Loggione torinese fatto ner 1859 nun erano tutti uguali. Garibardi era 'n bravo ragazzo, Mazzini era 'n po' buio ma serio, Vittorio Emanuele II e Cavour però erano du' paraculi de sette cotte. Quer loggione, l'Ausonia, c'aveva 'n mandato secco. Un mandato profano: pijate er Regno de Napoli e poi, quanno sarà ora, fate fori er Papa. E così hanno fatto. Coi sordi, co' le armi e co' le navi de li Massoni che li finanziavano, sia da Londra che da Parigi. Dar 1870 alla fine de la Prima Guera Mondiale in Italia c'è stato anche er "two parties system": la famosa destra e sinistra storica. Era già una bella presa pe' li fondelli. Erano già du' Logge che s'arternavano ar Governo, ma pareva 'na specie de' democrazia. Er problema vero cominciò quanno er Puzzone diventò Primo Ministro, doppo la marcia su Roma. Anche er Puzzone aveva preso li sordi dai massoni e sperava de diventà Gran Maestro, ma Quarcuno da Londra je disse: "Nun se po' fa' ... te puzzano li pensieri. Nun solo, ma te chiudo tutte le Logge italiane" . Er Puzzone a quer punto prese talmente d'aceto che pensò: "Ah sì? Me chiudi le Logge? E io m'envento er Concordato co' li vecchietti de' la Santa Sede. Te li tiro fori da quel fortino ch'e' diventato er Vaticano e me gioco 'n mozzico de' sovranità nazionale. Te brucio puro er debito pubblico 'n piazza". Poi se sa come so' annate le cose: er Fascio ha perso la partita e ha messo l'Italia 'n brachette de tela, ovverosia 'n mutande . Ner dopoguera li Servizi segreti e li militari anglo-americani se guardaveno intorno e se dicevano: "e mò a chi a lasciamo sta nazzione? Qui c'è rischio che ce diventeno comunisti." Allora hanno riaperto le Logge, co' na certa fatica perchè nel frattempo 'na ventina de micchi s'erano autonominati Gran Maestro e nun se sapeva più co' chi parla'. Hanno fatto fori quel nano de Vittorio Emanuele III. J'hanno detto a Gelli e a Cuccia, "fate 'n po' come ve pare, basta che restate drento a la Nato". Hanno assicurato ai Giudei italiani un futuro de' prosperità. Poi je s'è presentato Andreotti. L'hanno squadrato e j'hanno fatto er test: "Te la senti de tenè er mazzo co' quattro pali. Devono da giocà e vince 'n po' tutti". " E chi sarebbero?" "Li Massoni de certo, sia Piazza der Gesù che er GOI; li Cattolichi che è robba tua, li Giudei e quelli de Cosa Nostra". "Puro Cosa Nostra?" "E' ovvio". "Ce penso io" - ja detto er Gobbo- "Famo finta che ce stanno li Partiti Politici e intanto manno avanti er vapore co' sti quattro. Però me dovete da dà 'n sacco de sordi ... er Piano Marshall, er rilancio de l'IRI e tutto er resto e io v'assicuro che li comunisti nun li vedrete mai, né ar Colle né a Palazzo Chigi. Quarcosina in Parlamento però je la dovemo dà". "Vabbè" - je dissero l'anglo-americani - " Vai e faccè sapè. Te raccomannamo Cosa Nostra che ce deve ave' er suo perchè sinno cor cazzo che sbarcavamo in Sicilia e risalivamo a liberavve da li Crucchi". " Macchè me li devo abbraccià?" "Se serve!" - je risposero - "Fa te! Basta che restate drento a la Nato." I CORPI DI BENITO MUSSOLINI E CLARETTA PETACCI La partita sur tavolo Italia è cominciata così e intanto li Massoni grossi se giocavano la partita cor Monno intero. E c'è da dì che so' stati bravi... No come li massoni italiani, che so' nati e resteno all'obbedienza de le Logge internazionali. Quelli de Londra, de Washington, de Parigi, de Francoforte, de Bruxelles, pe' timona' bene er seguito de la II Guerra Mondiale, se so' messi d'accordo co li capi de ogni possibile tribbù: giudei sionisti e meno sionisti, mafiosi, cattolichi 'nnanzi tutto e poi co' carma, a botte de petrodollari, hanno fatto entra' drento er casinò dell'ONU e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio tutti l'artri: sauditi, giordani, eggizziani, africani, sudamericani ... So' stati bravi a convince' thailandesi e sudcoreani ... so' stati bravi a fa casca' er muro de Berlino ... e hanno ritirato fori la bandiera russa de na vorta, co' quei tre colori: bianco, rosso e blu, che come li vedi capisci che er capo a da esse' n' Fratello, "n'fijo de la vedova", come je piace dì a lloro. Aho so' stati così bravi che puro Fidel e Putin nun hanno disdegnato er grembiulino. So' stati così bravi che puro un ber numero de' cardinali je danno de' compasso e majetto. E fin qui tutto bene, ce mancherebbe artro... so' stati bravi ... hanno preso er piatto e chi pija er piatto, se sa che c'ha raggione... scrive e riscrive 'a Storia, fa i firms a Hollywood, lancia li razzi, s'enventa er web e, già che ce sta, cambia puro la geografia. Qui ner monno de li morti nesuno ce l'ha co' loro. Je se riconosce la parte che hanno fatto... come l'artri. Ognuno ar tempo suo. So' stati bravi. Loro ! Quarcuno dice che hanno puro 'ncontrato quarche tribbù de' extraterestri e se so' fatti spiegà quel'è la mejo arma da usa' quanno sarà er momento che er dollaro diventerà carta straccia. Stamo aspettà che more Kissinger pe' capì bbene de che se tratta. Ma tornamo a casa nostra. Quer popolo de pavidi che se chiamano italiani nun s'è reso conto che je annata a burro e alici fino ar 1990. Sarvo quarche stragge e diversi morti ammazzati strani, hanno magnato, bevuto, hanno fatto er Festival de Sanremo e de Venezia, hanno fatto er Campionato de Carcio, se so seduti ar tavolo der G 8 e all'ONU, hanno messo quarche ber papavero ar Fondo Monetario Internazionale e insomma: c'hanno avuto un Passaporto rispettato e rispettabile. Poi è successo l'incredibile! E' cascato er Muro de Berlino, è finita la Guera Fredda e so' cominciate a arrivà le telefonate da Washington: "Nun contate più un cazzo " - je dicevano- "sete stati 'na bella vetrina pe' fa di' all'Orso Russo: "anvedi come stanno bene li servi der capitalismo". Mo' è finita la Festa" . Puro Agnelli, che la sapeva lunga perchè era uno dei capi dei Bilderberg, glielo disse all'Italia. Chiaro e tondo. In tv, ar TG1: " Vagazzi è finita la festa." Era il 1991. Bisognava ridà i sordi a tutti quelli che l'avevano fatti ricchi. Era 'n ber problema. Andreotti ner frattempo s'era messo insieme a du' compari gajardi: Craxi e Forlani. E, in 3 se magnavano quasi tutto. "Ah sì?" - dissero le Logge internazionali - " er CAF dice che nun c'è na lira ? Date li dossier a quer magistrato abbruzzese e fateje sistemà sta storia." Fu così che nacque la II Repubblica. "Però basta co' sta stronzata der sistema elettorale proporzionale. Sti italiani so' troppo paraculi e speciarmente li cattolichi ce impediscono er "two parties system", ar punto che nun potemo fa alternà du' Logge ar potere. Chiamate quarcuno ... magari er fijo de 'n ex Presidente de fidata Loggia sarda e fateje fa' un ber referendum. In Italia devono da succede arcune cose chiare. 1) Ce dovete venne i gioielli de stato. E quello lo fa Prodi; 2) Un ex comunista deve da fa' la sponda de la loggia de sinistra. E quello lo fa D'Alema; 3) Uno dei nostri deve comincia a fa' le grandi manovre sui risparmi der ceto medio in banca. E quello lo fa Amato. 4) Bisogna fa l'Elezzioni che prevedono l'alternanza delle Logge: 4 anni la Loggia de destra, l'anglo americani, coll'Aspen Institute e la Trilateral e 4 anni la Loggia de sinistra, i brussellesi coi Bilderberg. Se fa così e basta. In ogni grande nazione massonica se fa così. "E 'a Santa Sede ?" "Sti cazzi. Che se aggrappi de quà e de là. E questo lo fanno Casini da 'na parte e Rutelli dall'artra. Ciao, se sentimo." Ner frattempo li Massoni mondiali sereno stancati de fa li Capitalisti tradizionali. Er braccio de fero tra chi mette li Baiocchi e chi mette er Lavoro già puzzava de stantio. Cominciava er tempo in cui i Baiocchi grossi nun se faceveno più 'n fabbrica ma drento a li supermercati e quindi in Italia avevano messo in pista un brianzolo, allevato da Gelli, e j'avevano detto: "Te damo la pubblicità. Tanta. Vai ... fa la tv commerciale. Faje fa' la bocca ar popolo, falli abituà a tutta la cacca murtinazionale e fai scansà da sopra li scaffali la robba italiana. Ce serve spazio." Er brianzolo, cresciuto nella Loggia angloamericana, s'era dato 'n gran da fa e stava a vince, ma je piaceva 'mbroja' e l'artre Logge, che facevano finta de esse più lige e ossequiose de la legge, cercavano da azzannallo, speciarmente da quando i vecchi Editori, quasi tutti massoni de' sinistra che faceva più chic, s'erano visti passà le camionate de pubblicità sotto ar naso senza potecce mettè le mani e se l'erano presa veramente a male. "Ma come" - diceveno- " ariva sta 'nfornata de miliardi e se la pija tutta lui. Sti cazzi nun vanno. Er brianzolo sta a stecca puro co' uno che odora de Cosa Nostra e noi dovemo sta a guardà." Nun potevano immagginà che, a 'n ber pezzo de' Logge americane, Cosa Nostra nun solo je stava bene, ma la consideravano 'na garanzia che i sordi de la pubblicità tornaveno, in quarche modo, a casa. Voi o nun voi se scatenò 'na guera tra Massoni italiani che era destinata a durà. Le Logge de' sinistra, chissà perchè, c'avevano 'n ber numero de' magistrati all'obbedienza e quindi li scatenarono contro er brianzolo. Ma lui era 'na lenza e quanno er fijo der presidente, che aveva vinto er referendum, disse co 'n accento sardo: "Avevo vinto la lotteria ma ho perso er bijetto", pur de nun annà in galera er brianzolo se presentò all'Ambasciata Americana a Roma e se lanciò: " A fratè che volete ? Er "two parties system" ? Voo faccio io, ho già scatenato 'n famoso conduttore de' talks shows che sta' a convince D'Alema". Alle Logge anglo americane j'annava bene tutto e je dissero le stesse cose che avevano detto a Andreotti. "Taa senti?" L'omo der network accettò e trasformò ogni loggetta esistente qui e là 'n sezioni der partito suo. Ce mise 'n attimo: la struttura c'era, i sordi puro ... lo chiamò Forza Italia. L'Italia, c'aveva -se fa pe' di'- n' po' d'ossigeno. Ma: l'italiani nun c'avevano capito 'n cazzo. Le Logge j'avevano messo alle carcagna l'omini der Fondo Monetario Internazionale e er monno se cominciava a preparà pe' nantra fase: da lo sfruttamento 'n fabbrica, a "ridamme i sordi ne li supermercati", a "te spremo co' le tasse e si nun basta te vengo a levà quei quattro risparmi dar conto corente". 'Na squadretta de esattori se cominciò a allena'. Eravamo entrati in un brutto labirinto senza uscita. Da 'na parte l'anglo americani ce facevano prestà li baiocchi dal Fondo Monetario e dalle Banche e guardavano er debbito pubblico come un pupone che cresceva pronto a fa' danni. Dall'artra parte le Logge brussellesi se preparavano a mazzolà l'italiano gargarozzone quanno che sarebbe stato er turno loro. Ce furono molti Su e Giù pe' diversi anni. Quer mozzico de sovranità, de cui c'è traccia all'articolo 1 de quer po' po' de Costituzione, se sbriciolò sempre de più. Prodi fece er mestiere suo e cominciò a svende: l'IRI e altri gioielli de stato. Co' na botta sola riuscì a svendè anche er 25% de' tutta la valuta italiana pe' fa contenti quelli che volevano fa' l'Unione Monetaria. Riuscì perfino a svende la Borsa agli inglesi, che è una cosa che nun se fa mai. A meno che nun sei costretto da un Gran Maestro co' la Corona 'n testa. Uno che hai incontrato sur Britannia per esempio, insieme a Draghi e a Monti. Però litigava co' D'Alema. Parevano cane e gatto. Er secondo lo fecero puro sedè pe' 'n po' de tempo a Palazzo Chigi, ma je toccò fa' la guera in Kosovo. Er brianzolo intanto inciarmò qualche legislatura ma perdeva 'n sacco de tempo a parla' coll'avvocati per nun anna' 'n galera . L'americani e Cosa Nostra lo reggevano da 'na parte (così pareva), 'a Magistratura de' sinistra je sparava addosso tutti i giorni. La Santa Sede, che Dio l'abbia sempre in gloria, c'aveva un Papa polacco santo e questo je permise de sopravvive, aggrappata a na Loggia de qua e a 'na Loggia de là. C'avevano puro er Presidente de la Repubblica massocattolico. La finanza però le Logge nun je la lasciarono. Je la fecero a pezzi. Prima lo IOR, poi Fazio, l'Antonveneto e tutto er resto. Je rimase quarcosa solo in Sudamerica, grazie a li Gesuiti. Prodi tornò da Bruxelles pe' fasse la staggione sua a Palazzo Chigi. Je diedero la vittoria ar fotofinish, ma era fraggile. Per di più fece 'n casotto co' la Loggia de San Marino e je scatenarono addosso De Magistris, che poi pe' premio diventò sindaco de Napoli. Er brianzolo allora se rimise in sella 'nantra vorta. Sempre pe' nun anna' 'n galera, se ritrovò a Palazzo Chigi co' 'n branco de nani, ballerine e guitti che, nun sapendo più che acchiappà, cominciarono a mannà diverse migliaia di poveri cojoni 'n guera. Più le guere erano lontane, più erano stronze, più interessavano le Logge mondiali e più insistevano. Dicevano "E' 'n sostegno all'export." Export de che? "Export de' democrazia". E invece annavano a piantonà er barile ... er barile de petrolio e l'oleodotto. E più facevano così più er prezzo della benzina saliva. Strano ! E mentre le Logge italiane s'addobbavano, er Monno se gonfiava de turbolenze. Nasdaq faceva er primo botto. Zompavano 'du grattaceli importanti a Nuova Yorke. L'Islam pijava foco. La Cina, la Russia, l'India, er Brasile ... un serbatoio fori misura de produttori e consumatori crescevano. Crescevano e 'nchiodavano er vecchio Impero Usa a la croce de tutte le cazzate che aveva fatto e che continua a fa'. Arrivò er conto salato a quello che chiameno "Occidente". Nel 2008, dovendo sceglie' tra chi buttà giù da 'n arta Torre de' 'npicci, er Governo Usa buttò giù la più grossa Banca d'Affari masso-giudea, la Lehman Brothers, gente che comunque se lo meritava e sarvò invece la Merril Lynch ch'era massonica a 24 carati. Schioppò la guera. Se ruppe 'n alleanza che annava avanti da Hiroshima. Alla finanza giudea je se 'ncazzarono i nervi e attaccò su li Mercati facenno carne de porco un po' qui un po' là. La povera Unione Europea, senza Costituzione, senza esercito, senza politica estera comune, se trovò col culo scoperto e co' 'na Banca Centrale che se comportava come 'na SrL e scaricava li buffi, fatti dai Governi, sui Popoli. Caro italiano, tu nun lo sapevi, ma i cambialoni firmati dai Governi e approvati dai Parlamenti che hai eletto tu, ar dunque so' garantiti anche da quei quattro sordi che c'hai in banca. Nun è proprio giusto giusto ... però è così. Tornamo a casa nostra. Doppo er Presidente massocattolico sale ar Colle 'n omo de le Logge de sinistra. Pare 'n equilibrio. Er solito: er brianzolo anglo americano a Palazzo Chigi e 'n brussellese ar Quirinale. Se scazzano, ma se sopportano anche perchè, un fidato de Prodi, Bersani aspetta er turno suo in tranquillità. C'è 'na specie de legge elettorale che dovrebbe garanti' er two parties system? Tra 'n po' tocca a lui. Pare tutto chiaro fino a quando quarcuno s'accorge che, in piena guera finanziaria schioppata ar centro dell'Impero, noi italiani (e tanti artri) stamo fori coll'accuso. "Chi cazzo li paga quei 2000 miliardi de euro der debbito pubblico?" Ar G 20 de Cannes ar brianzolo i tedeschi e i francesi je dicono che le chiacchere stanno a zero. Bigna scassa' li dindaroli! Er brianzolo fa spallucce. Nun se po' move. In fin de' conti er suo è er partito der lavoro nero. A fa pagà le tasse nun ce pensa pe gnente. "Ah sì !" - dicono li Mercanti - " pensi de potè svicola'? Te famo er culo a strisce in Borsa sur titolo de casa tua". Mediaset è ridotta 'n pedalino in un paio de' giorni. Er brianzolo molla, anche perchè a forza de' tromba' regazzine s'è messo 'n mezzo a guai seri. Er brussellese der colle nun po' fa artro (dice lui): chiama 'n esattore de stato internazionale che c'ha tutte le medaje possibili: Bilderberg, Trilateral, Goldman Sachs, Commissione Europea, Bocconi ... che voi de più? Je dice: "Fa finta de fa' 'n governo tecnico. Così, solo pe' fa vedè che l'Italia comincia a pagà li buffi." Ma sti buffi so' troppi. Se capisce subito che er problema der fiscal compact nun se risolve coll'IMU, né co' le mazzate ai pensionati, né co le scampagnate de la Guardia de Finanza a Cortina e a Capri. Passa 'n anno e nun succede gnente de serio. Le cose peggiorano: la gente se suicida, l'azziende chiudono, la benza costa più der vino, le banche se mettono 'n panza vagoni de sordi presi da le tasche der popolo e manco glieli riprestano più. Però, come sempre, mentre er bastone bastona se sventola 'na carota. Annamo all'elezzioni. Er brianzolo affretta i tempi. Er brussellese Bersani va da quer gremlin de Van Rompuy e je dice "'o faccio io l'esattore, state in un ventre de vacca". L'omo è sicuro che è arrivato er momento suo. Er momento che aspetta da quattro anni. Ma dar nulla digitale appare er Movimento 5 Stelle. Er capo è un comico (e nun potrebbe esse' artrimenti). Li sondaggi impazzeno. Le logge de destra e de sinistra se trovano da subbito 'n difficorta'. Er comico li pija per culo, er popolo lo segue. Alla fine l'urna se pronuncia : n'terzo a ognuno. So' cazzi ! "Stamo ae solite - dicono le Logge mondiali - artro che two parties ... se so' 'nventati er three parties system e stavorta er terzo 'ncommodo nun'è la Santa Sede". Er brusselese Bersani, de corta misura, se fa da' l'incarico dall'artro brussellese der colle e je dice ar comico: "Daje, sali su carro". Er comico se mette a ride: "Nun se ne parla proprio" . Er Monno se interroga. Er Movimento se spacca, ma poi se ricompone. Er brussellese riesce a fa nomina' i Presidenti de Camera e Senato, ma er Governo nun se fa. Passano 50 giorni. E' un grosso guaio. Li buffi intanto crescheno. Qui se finisce de ride e de scherza'. Er comico dice: "Fate pure la mappata... tanto nun durate" Nun dice però fate la mappata massonica. Lo sa o nun lo sa? Lo sa e fa finta de nun sapè ? Er monno s'enterroga. Se dice ar bar: "E' un gran giocatore". Se dice: " pe' forza, gioca cor culo der popolo !". Se dice " vole fa solo l'opposizione e così pe' legge je devono da' anche la Commissione de Controllo sui Servizi Segreti ". Sarà pe' questo che er sottosegratario americano è venuto in Italia er giorno doppo l'elezzioni ? S'è raccomannato de pija tempo? De trova 'na scappatoia? Chissà ... dovemo aspetta' che more Kissinger pe' capi' anche st'aspetto. Bersani intanto s'è logorato. Er brianzolo invece aspetta che quarcuno je dica: "Ok famo la mappata" Ma la mappata nun se po' fa': er Libero Muratore nun mischia le Logge. So' cazzi profani. Eppoi c'è vecchia ruggine tra li maestri. Quarcuno allora dice: "Ariannamo alle elezzioni" Er comico fa sape': "So' cazzi vostri ... se riannamo a votà io faccio er pieno". E nun se sa se è vero. Però ... potrebbe esse! A un certo punto, er brussellese der Colle, uno che se ne dovrebbe annà perchè je scade er mandato, comincia a fa' na serie de stranezze. Dice: "Vabbè è inutile che chiedo a quarcuno de fa er Governo. C'è già un Premier" e richiama l'esattore internazionale, che non solo s'era dimesso co tutto er Governo suo de' tecnici, ma s'era pure presentato co' 'n partito suo alle Elezzioni. " Insieme a 'sto Premier" - dice l'omo der Colle - "nomino 'na decina de Saggi che se devono occupà de un po' de emergenze". L'Italia sobbarza. "Se occupano de lavoro?" "No, de buffi!". Er popolo pija sta bastonata ma sogna già 'nantra carota. E già perche' ner frattempo è arrivato anche er momento de elegge er nuovo Presidente de la Repubblica. "Sarà quarcuno che risorve" se dicono tutti. E invece no ! Arriva 'nantra bastonata: er vecchio Presidente, visto che er Parlamento nun ce riesce a fanne uno novo, "accetta" de rimanè. E viene liberamente rieletto. Ma da chi? Stavorta è chiaro: da li massoni tutti insieme, de destra e de sinistra. 736 su quasi 1000 parlamentari. Che vor di'? La mappata sur Presidente del Consijo no, la mappata sur Presidente de la Repubblica si' ? Allora ditelo che volete 'na Repubblica presidenziale. Er monno se interroga. Ner partito der Brussellese Bersani intanto schioppa er casino totale e er povero segretario, doppo ave' aspettato 4 anni pe' fa' er Primo Ministro, se dimette e lascia la palla a chi nun vede l'ora de fa la mappata anche de Governo. Er comico a sto punto, che sperava in quarche giro de carte 'n più, grida "è 'n golpe" e chiama le piazze a raccolta. Poi j'arriva quarche telefonata e se corregge: "Ma no! Volevo di' è 'n golpetto fatto da furbetti" e placa er popolo. Mica tutti però perchè quarche piazza se riempie. Ma so' pochi e meno male che so' Gandhiani sennò j'avevano già menato. Comunque sia la frittata è fatta. Ar Colle ce rimane un ber massone. "Come sempre!" - me dicono tutti li presidenti che incontro qui ner monno de li morti. E er Governo se farà ? Certo che se farà... a Washington e a Bruxelles nun ne possono fa' a meno. Ma il Primo Ministro e li vice saranno Massoni? Mbè, perchè no? E saranno esperti de debbito pubblico? Un paro senza dubbio. Cari taliani preparateve a 'no scippo da 100-120 miliardi. "Ma - dice er ceto medio - dar conto corente ?" Po' esse ! Qui da noi, ner monno de li morti ce pare tutto chiaro. Ma voi vivi ? Sete stupidi ? Nun volete capì! E' vero che li massoni so' stati bravi a recuperà l'antica pratica der segreto che je consente de sapè , a loro, co' chi stanno a parlà e a voi invece no. Ma mò c'e' er web. C'è scritto 'ggni cosa. Studiate. 'Nformateve. Ce stanno 'e foto, 'e date, li nomi, li cognomi, l'indirizzi. Nun dico de legge Dagospia, che puro se sforza, ma manco de continuà a guardà Porta a Porta e Ballarò.

domenica 5 maggio 2013

L'Italia sotto Re Giorgio di Savoia.

Condizioni impossibili hanno fermato Bersani. di ANDREA FABOZZI, da il manifesto. Intervista a Lorenza Carlassare: due mesi di sospensione, poi si è favorita la conservazione. Napolitano ha chiesto la certezza della fiducia, ma in politica i numeri si verificano nel voto. La Costituzione non si può stravolgere. Le scelte degli elettori sono state tre volte disprezzate «Se mi chiede di trovare un filo rosso nelle vicende politiche degli ultimi giorni mi viene da rispondere: il disprezzo per i cittadini». A Lorenza Carlassare non è piaciuto il modo in cui il parlamento è uscito dallo stallo post elettorale - il governo Letta - e ancora meno piace la piega che sta prendendo il dibattito sulle riforme costituzionali. Riforme che ancora una volta vengono proposte in maniera strumentale, stavolta per puntellare un governo fragile. E non solo: «Secondo me - dice l'illustre costituzionalista - l'obiettivo principale è ancora quello di rimandare la modifica della legge elettorale. Si propongono percorsi che il minimo che si possa dire sono lunghi e complicati e intanto si cancella dall'orizzonte l'unica riforma che invece si potrebbe fare velocemente. Che è tanto più urgente vista la pessima prova della legge Calderoli e visto che siamo in presenza di un governo insicuro, che può andare in crisi in qualsiasi momento. Evidentemente - aggiunge Carlassare - gli estimatori di questa legge elettorale si tengono nascosti ma sono ancora la maggioranza». Professoressa, come giudica la Convenzione costituente, tratteggiata dai «saggi» del Quirinale e proposta ufficialmente dal presidente del Consiglio Letta? Mi pare un'assurdità. Semplicemente non si può fare. È una proposta illecita: la procedura di revisione costituzionale, l'articolo 138, prevede modifiche limitate e omogenee. Non è una porta attraverso la quale si può far passare la redazione di una diversa Costituzione, come mi pare si voglia fare. La procedura non può essere saltata. E la Costituzione non può essere modificata nei principi fondamentali e nella struttura di base, la forma di stato. Né possono essere cancellati i diritti e le limitazioni al potere, il principio democratico e l'appartenenza continua della sovranità al popolo (non solo in occasione delle elezioni). I rapporti fra gli organi costituzionali sono stati disegnati conformemente al principio della divisione dei poteri: se concentriamo tutto il potere in un solo organo, primo ministro o presidente della Repubblica che sia, si cambia la forma di stato non solo quella di governo. E poi l'idea che un piccolo gruppo prenda in mano i destini del paese mi fa paura, è un ulteriore segnale dello spirito autoritario che si sta affermando. Cosa pensa delle alternative in campo, premierato forte e semipresidenzialismo? Si tratta della riproposizione di contenuti non voluti dal corpo elettorale. Quella Costituzione di tipo autoritario, col rafforzamento dei poteri del primo ministro in modo tale da renderlo capace di superare qualsiasi ostacolo, era già stata proposta da Berlusconi e dalla Lega ed era stata respinta dagli elettori. Tornare lì adesso è un primo schiaffo ai cittadini che nel 2006 hanno bocciato quella riforma con il referendum. Un secondo schiaffo è immaginare di approvare di nuovo queste modifiche con una maggioranza tale da impedire un altro referendum confermativo, come è accaduto da poco con l'articolo 81. Sono riforme oltretutto inutili, che si spiegano solo con l'eterna pulsione a non attuare la parte sociale della Costituzione. Così ogni volta che, magari per caso, si profila la possibilità sviluppare i principi sociali della Costituzione con un governo che non sia espressione della pura conservazione, succede qualcosa che lo impedisce. Sta parlando del fallimento, tra marzo e aprile, del tentativo di Bersani? I risultati delle elezioni di febbraio sono stati come sospesi per due mesi. Eppure una cosa era apparsa chiara da subito, lo ha scritto Gianni Ferrara: senza il centrosinistra non sarebbe potuto nascere nessun governo. Il presidente della Repubblica - in un regime non (ancora) presidenziale - ha scelto però di porre al leader della coalizione che, di poco, era risultata vincente una condizione quasi impossibile: la garanzia di una fiducia certa. In politica non si può mai essere sicuri di avere i numeri fino al momento della prova, e del resto abbiamo già avuto nella storia repubblicana governi sfiduciati all'indomani della nomina. Questa volta, al limite, avremmo sostituito un governo dimissionario lontanissimo da qualsiasi gradimento del parlamento (di quello vecchio e di quello nuovo), parlo del governo Monti, con un governo Bersani, dimissionario anch'esso e in carica solo per gli affari correnti, ma almeno rappresentativo della coalizione più votata dagli elettori. Invece abbiamo avuto il governo Letta, che ha messo insieme gli avversari delle elezioni. Questo è il terzo segno di evidente disprezzo degli elettori. Chi ha votato per Berlusconi mai avrebbe voluto l'alleanza con Bersani, e viceversa. È stata fatta invece l'unione degli opposti, degli incompatibili. Una soluzione che mi pare condannata alla paralisi, come si vede dai primi ricatti. Un governo di coalizione si può fare con un sistema elettorale proporzionale, come in passato, quando comunque ad unirsi erano le forze più vicine e non quelle assolutamente contrastanti. Il Pd e il Pdl, o almeno i loro elettori, sono due mondi opposti. Paragonare il loro esecutivo al «connubio» tra Cavour e Rattazzi - espressione entrambi di un gruppo ristretto di elettori della stessa classe sociale - mi pare un insulto alla storia.

DOPO IL DEMOCRACK.

La nuova casa della sinistra. di MARCO REVELLI, da il manifesto. «Ti avverto. Adesso guarderò questo schifo, dato che me lo ordini. Ma è l'ultima volta...». Così dice Clov a Hamm nella celebre piéce di Samuel Beckett Finale di partita. E in effetti forse il teatro dell'assurdo beckettiano è l 'unica chiave con cui rappresentare la farsesca tragedia italiana delle ultime settimane. A cominciare dalla resurrezione del Cavaliere, appena pochi mesi fa sbalzato di sella - politicamente morto, relitto di un naufragio dalle cui vicinanze fuggivano anche gli uomini (e le donne) più fidati - e ora ricomparso miracolosamente a cavallo, assurto al ruolo di salvatore della patria, "statista" nientemeno, colui che con la propria benevolenza ha permesso di uscire da una crisi istituzionale senza precedenti, un padre della patria che si candida addirittura a presiedere una nuova Costituente senza che si levi nel Palazzo non dico un urlo di Munch ma almeno un autorevole coro di «non est dignus»!!! Certo, ha ragione Ezio Mauro quando scrive che si tratta in buona misura di una finzione, necessaria per sostenere la sua exit strategy dai giganteschi guai giudiziari in cui si è cacciato. Di una "bolla", insomma, costruita dagli spin doctors al suo servizio - tanti, distribuiti trasversalmente dentro il sistema mediatico -, perché ingigantire la figura e il ruolo di Berlusconi significa rimpicciolire il peso dei suoi vizi, ridimensionarli a dettaglio marginale permettendone l'asportazione chirurgica silenziosa, come si rimuove un foruncolo dal corpo di un gigante. Ma - bisogna aggiungere - si tratta purtroppo di una "finzione reale", se la bolla che cresce non trova almeno uno spillo che la buchi. Se chi dovrebbe contrastarla la subisce e tace. Fuor di metafora, se un Pd allo sbando, intontito dal tracollo strategico subìto e vittima di un'atavica subalternità allo spirito berlusconiano, l'avalla aprendo la strada - attraverso il foro d'entrata della Convenzione - alla costituzionalizzazione dell'anomalia italiana (per usare ancora un'espressione del direttore di Repubblica). Alla riconciliazione definitiva non degli italiani tra di loro, ma dell'Italia con i propri eterni vizi. Con le proprie peggiori tare storiche. Per intanto quell'anomalia selvaggia è stata istituzionalizzata, e pesa come un macigno sulle condizioni di esistenza e sull'immagine esterna di questo governo. L'aver incorporato Silvio Berlusconi e il suo partito personale in un'unica, totalitaria maggioranza politica di governo guidata dalla forza che ne avrebbe dovuto costituire l'antitesi morale, lasciando l'opposizione a quella che ci si accanisce a definire l'anti-politica, equivale a dire, ufficialmente, che nella politica italiana quell'anomalia è neutralizzata. Che la politica italiana è quella cosa lì, senza differenze discriminanti. Il che la dice lunga sulla cecità degli strateghi, anche di altissimo rango, che hanno concepito questo orribile connubio pensando di trovare una soluzione alla drammatica crisi di sistema delle nostre istituzioni. In realtà preparando un nuovo, forse più grave, cedimento strutturale. In primo luogo perché il governo che nasce da questo assemblaggio contro natura è debole, anche sul piano del numeri. Non ci si lasci ingannare dai valori percentuali, come fanno gli aedi del potere che esibiscono trionfalmente numeri da maggioranza bulgara (oscillanti intorno al 75 per cento del consenso), come a dire: il paese è col governo Letta-Berlusconi. Si tratta di un'illusione ottica. Se anziché alle percentuali si guarda ai valori assoluti si scopre che i due partiti che costituiscono l'architrave su cui si regge lo sbilenco edificio del governo, tutti e due insieme, Pd e PdL, non fanno più di 16 milioni di voti, su un "corpo elettorale" di 47 milioni di cittadini: a malapena un terzo. Aggiungendoci anche i montiani e i cespugli del Pdl, si arriva a sfiorare il 50 per cento. Metà del Paese sta fuori. E in prevalenza contro. Ne fanno parte gli oltre 13 milioni di astenuti e di schede bianche o nulle, e gli 8 milioni e mezzo di "grillini". Insieme, queste due forme di exit dalla politica tradizionale avevano espresso una domanda esplicita di discontinuità. Un segnale d'allarme, potente, forse ultimativo, che è stato platealmente ignorato (in primis dal Capo dello Stato). In secondo luogo questo governo è debole perché la sua nascita, la sua filosofia, la sua composizione riesce, contemporaneamente - e non era facile - a contraddire la volontà degli elettori di tutte e tre le principali forze rappresentate in Parlamento. Gli elettori Cinquestelle, naturalmente. Ma anche gli elettori del Pd, che avevano espresso il proprio consenso come "voto utile" per farla finita una volta per tutte col berlusconismo, e che ora vedono i propri voti usati dai gestori di quel capitale elettorale per un risultato esattamente opposto, un po' come fanno i banchieri fedifraghi col capitale finanziario dei propri clienti. E persino gli elettori del Pdl, in fondo - che avevano creduto alla balla della resistenza contro i "comunisti" -, hanno buone ragioni per sentirsi traditi. Cosicché quella che nasce, lungi dall'essere la somma di due forze, finisce per essere l'assemblaggio informe di due debolezze, destinate a galleggiare su un magma elettorale instabile, sofferente e smarrito, soprattutto sul versante del centro-sinistra dove sembra impossibile un ricupero della fiducia così platealmente dilapidata. Ma c'è un terzo fattore, dirimente, di debolezza di questo governo. E sta nel fatto che, con la cecità dei folli, a Berlusconi è stato dato in mano il congegno con cui può far brillare in ogni momento la carica esplosiva che sta sotto i piedi del governo che ha contribuito a far nascere. O, per usare la metafora nautica di un suo ministro, lo spillone con cui può bucare il gommone su cui, non a caso, ha fatto salire i suoi uomini meno fidati - quelli che erano pronti a tradirlo nei tempi duri -, tenendo a terra i fedelissimi... Il Caimano ha cioè una sorta di diritto di vita e di morte sul governo dei "due vice", e possiamo star certi che ne farà buon uso al primo accenno di sentenza sfavorevole dei giudici. O quando un sondaggio favorevole, o un nuovo segno di cedimento economico gli consiglierà di cavalcare la tigre del populismo e della rivolta (magari fiscale) che stanno nelle sue corde, e di incassare il relativo premio elettorale. Si dirà che non c'era più tempo. Che l'Europa e i mercati imponevano una qualche fine del vuoto politico. E, comunque, che non c'erano alternative, visto il fallimento del tentativo di Bersani di "agganciare i grillini". Si crede forse che questo governo avrà la necessaria autorevolezza in Europa, per condurre - come dovrebbe - una seria battaglia per modificarne strutturalmente le linee guida, con sulle spalle l'ombra dell'uomo che ci ha condotto, un anno e mezzo fa, sull'orlo del fallimento e che con la sua volgarità ci ha alienato la stima universale? O che, d'altra parte, se scegliesse, come è più probabile, di sottostare ai vincoli dell'Agenda Monti, riuscirà a contenere gli appetiti da rentier di quel socio ingombrante, esperto in falsi in bilancio e pronto ai rilanci più spericolati pur di compiacere un elettorato affollato di affaristi e speculatori. E quanto all'alternativa, esisteva eccome. Sarebbe bastato che il Capo dello Stato avesse affidato l'incarico a una personalità di alto profilo indipendente dai partiti, con un programma limitato alla riforma elettorale e alle emergenze economiche, e la convergenza dei 5 stelle sarebbe stata a portata di mano. Il fatto è che sull'irto colle si diffidava molto di più di chi portava una domanda di discontinuità politica che di chi ne incarnava la peggiore continuità. Che faceva assai più paura un "nuovo radicale", che non la riproposizione del "vecchio peggiore". E che in fondo, con l'anomalia selvaggia di destra si era convissuto amichevolmente in questo ventennio di compromesso strisciante, mentre con l'anomalia dirompente venuta dal basso si rischiava lo stato di natura. Per questo i mesi che ci aspettano non saranno di stabilizzazione, ma di turbolenza. La tempesta perfetta non è affatto alle spalle, forse ci sta davanti. In una situazione in cui il presidenzialismo di fatto inaugurato un anno e mezzo fa da Giorgio Napolitano e consolidato dopo febbraio (in una forma cripto-monarchica) ha finito per corrodere e infine assorbire in sé gli altri corpi istituzionali - Parlamento e Governo - e per accelerare la crisi dei partiti politici, lasciando lo Stato nudo, senza più significative mediazioni con la società (e le sue convulsioni). Per questo sarà decisiva nei prossimi mesi la partecipazione e la mobilitazione dal basso, delle reti organizzate che ancora resistono. Intanto - è il minimo - per impedire che si metta mano alla Costituzione, almeno finché sarà in gioco la presenza eversiva del Grande inquinatore. E poi per offrire una casa (nuova e organizzata) ai tanti - troppi - esodati della politica che vivono oggi l'esperienza sradicante di uno spaesamento che non ha precedenti nella storia della nostra Repubblica. Sapendo che la crisi del Pd è divenuta, dopo gli ultimi strappi, irreversibile: che da un gruppo dirigente ridotto a viluppo di personalismi tra loro conflittuali non ci si può aspettare la spinta ideale e la determinazione collettiva indispensabili per rimediare a una caduta così catastrofica («Mi sento troppo vecchio, e troppo lontano, per formare nuove abitudini », dice Hamm a Clov prima di uscire di scena). E che la nuova casa, se saprà sorgere, dovrà essere ricostruita lontano da Bisanzio, dai veleni del Palazzo, dai giochi e dai tiri incrociati di un ceto politico esaurito, dalle macerie fumanti del centro-sinistra. La manifestazione della Fiom, il 18 maggio, è una prima occasione per guardarsi e per contarsi. Ma sarebbe importante che in ogni città si organizzassero assemblee (come va proponendo Alba): si aprisse uno spazio libero di incontro e di riflessione, per non trasformare l'esodo in una disfatta. Se non ora, quando?

mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio. Festa del nonlavoro.

GLI STRUZZI DEL PRIMO MAGGIO Beppe Grillo sul suo blog, www.beppegrillo.it Il primo maggio era la festa dei lavoratori. Ora è la festa dei disoccupati e del concertone a Roma. C'erano un tempo "panem et circences", sono rimasti i circences, ma solo una volta all'anno con in tribuna, al posto di Caligola o Diocleziano, i reggenti della Triplice Sindacale. Chiude un'azienda al minuto, la disoccupazione giovanile "ufficiale" ha raggiunto il 38,4%. L'Italia è diventata una Nazione di cassintegrati, esodati, disoccupati, precari e emigranti. In passato erano i ragazzi del Sud a emigrare al Nord, a Milano, Torino, Bologna. Adesso i ragazzi del Sud e del Nord emigrano insieme all'estero. Laureati, diplomati. E' un travaso di sangue, di intelligenze. L'Italia è la seconda nazione europea per numero di emigrati dopo la Romania. Il Paese si regge sul nulla. Chiacchiere e inciucio. Il gettito fiscale e Irpef sta crollando per la scomparsa di aziende e lavoratori dipendenti. Il traffico su strada è diminuito in un anno del 34%, gli autogrill sono deserti. L'Italia si sta fermando come una grande macchina colpita dalla ruggine, un componente dopo l'altro, fino all'immobilità. Quattro milioni di dipendenti pubblici, 19 milioni di pensionati, mezzo milione di persone che vive di politica sono insostenibili per un Paese senza sviluppo da 15 anni, con un Pil in discesa libera ben prima della crisi del 2008. Festeggiare il Primo Maggio è uno stanco rito assolutorio dei responsabili, dei sindacati complici, dei "prenditori" di appalti pubblici di Confindustria, dei partiti che hanno occupato lo Stato. E' la celebrazione di Caporetto e dell'otto settembre a reti unificate. Capitan findus Letta promette tagli e ritagli senza alcuna copertura economica e in piazza si balla mentre la cassa integrazione sta finendo. Un'allegria di un giorno che ha il profumo forte e rancido del 2 novembre dei lavoratori. La Cgil ha detto che "è un fatto positivo" che il Nipote di suo Zio abbia "toccato molti punti che sono stati sollevati anche dai sindacati", ciò denota "sensibilità e attenzione all'ascolto". Prosit.

Speculazione finanziaria sedata?

“Cala lo spread. Fiducia nel nostro Paese? No, merito di Stati Uniti e Giappone”. ANALISI DELL'ECONOMISTA LORETTA NAPOLEONI. Le nostre obbligazioni fanno gola per due motivi: i rendimenti sono alti rispetto a quelli del resto dei paesi occidentali e la caduta dei tassi d’interesse in atto ne fa crescere il valore. Se gioca bene le sue carte, il nuovo governo italiano potrebbe, almeno nel breve periodo, trarre vantaggio dalle mutate condizioni del mercato delle obbligazioni di stato, e cioè la corsa all’acquisto del debito della periferia di Eurolandia. Ci troviamo di fronte ad uno di quegli spettacolari colpi di scena che l’alta finanza sferra quando uno meno se lo aspetta? Pare proprio di sì, ma chi pensa che dietro ci sia l’ennesima dietrologia di organizzazioni come il Bilderberg sarà deluso: ciò che sta avvenendo è frutto di politiche economiche e monetarie rivoluzionarie perseguite principalmente da due paesi: gli Stati Uniti ed il Giappone. Politiche che nell’era della globalizzazione hanno un raggio di gettata che va ben oltre i confini nazionali. Chiediamoci perché lo spread scende in tutt’Europa, perché all’apice della nostra crisi politica delle scorse settimane i tassi ai quali l’Italia si indebitava erano quasi la metà di quelli dell’autunno del 2011. La risposta più frequente è che c’è fiducia nel nostro paese, ma è la risposta sbagliata. Le nostre obbligazioni fanno gola per due motivi: i rendimenti sono alti rispetto a quelli del resto dei paesi occidentali e la caduta dei tassi d’interesse in atto ne fa crescere il valore. Vale la pena spiegare questi due punti. Dal 2010 il rendimento delle obbligazioni dei paesi emergenti e di quelli cosiddetti di frontiera – a ridosso dei primi ma ancora in fase di decollo, come il Ruanda – sono scesi dall’11 al 6 per cento, durante la crisi del credito del 2009 questi erano arrivati al 20 per cento. Oggi giorno soltanto il debito pubblico pachistano, venezuelano ed argentino, di nazioni in default insomma, offre rendimenti al di sopra del 10 per cento. Il motivo è la politica monetaria espansiva perseguita dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e da poche settimane dal Giappone. L’ingresso del Giappone, poi, tra i tipografi del danaro, nazioni che stampano moneta per far fronte alla deflazione, ha causato un’ulteriore e più profonda ondata di tagli nei tassi di rendimento. Ondata che perdurerà per almeno due anni, questa la durata ufficiale di questa politica. Più il denaro rende poco a livello globale più la caccia ai tassi più elevati diventa difficile, più i tassi scendono più sale il valore delle obbligazioni già in portafoglio. Ecco spiegata la spirale di guadagno sui titoli. L’appetito per il debito della periferia è alimentato dalla caduta mondiale dei rendimenti che ha ridimensionato il rischio della periferia. Oggigiorno le obbligazioni della Costa Rica o del Ruanda rendono meno di quelle della Grecia, che fa parte dell’Unione Europea. Di fronte a queste anomalie l’investitore alla ricerca di alti rendimenti deve necessariamente riassestare il rischio Grecia. E veniamo ai paesi della periferia di Eurolandia dove i tassi sono di pochi punti percentuali al di sotto di quelli di nazioni africane. Dal 2010 ad oggi gran parte del debito nazionale è stato riacquistato dai singoli paesi. Si tratta di un fenomeno che sta trasformando questi paesi nei replicanti del Giappone dove quasi il 100 per cento del debito nazionale è detenuto da cittadini ed istituzioni nazionali. Ciò implica che il pericolo di default è minino dal momento che lo stato è allo stesso tempo debitore e creditore. Ma c’è un altro elemento importante da prendere in considerazione: l’alta e crescente percentuale di fallimenti nell’economia reale. Dall’autunno del 2011 la Banca centrale europea ha immesso nel sistema bancario circa 2mila miliardi di euro, a questo va aggiunto l’aumento dei depositi in euro, 44 miliardi a marzo in Italia, Spagna e Francia. Dove finiscono tutti questi soldi? La risposta è semplice: nel mercato obbligazionario perché è l’investimento più redditizio e sicuro. L’andamento dei prestiti non onorati o restituiti in Italia ce lo conferma. Dal 2008 ad oggi la percentuale di questi sul totale dei prestiti è passata dal 2 al 6 per cento. Questi dati ci dicono che nei prossimi mesi non dovremmo affrontare crisi finanziarie come quella del 2011, abbiamo insomma un attimo di respiro. Ma se in questo intervallo non iniziamo a rimettere in ordine la nostra economia facendola ripartire, dietro l’angolo ci aspetta un destino simile a quello del Giappone: deflazione ventennale o forse qualcosa di peggio. Come ha scritto un blogger finanziario londinese: la grande abbuffata del mercato dei titoli della periferia è ricominciata, comprate, comprate, comprate fino a quando inizieranno i disordini in strada.

venerdì 26 aprile 2013

NAPOLITANO DI SAVOIA?

Perché Giorgio Napolitano è il peggiore Presidente della storia della Repubblica dicembre 2012 di Giuseppe Angiuli Quello che ascolteremo nelle prossime ore sarà l’ultimo discorso di fine anno di Giorgio Napolitano pronunciato dalla scrivania di Presidente della Repubblica italiana. È mia ferma impressione che egli sia stato senz’ombra di dubbio – da Enrico De Nicola fino ad oggi - l’uomo peggiore tra tutti coloro i quali hanno ricoperto la carica di Capo dello Stato dal 1948 ad oggi. Provo a spiegarne il perché. Il settennato di “Re George” (2006-2013) verrà verosimilmente identificato con la fase storica in cui la cosiddetta Costituzione materiale del nostro Paese ha subito il suo più clamoroso stravolgimento e le più evidenti manomissioni, con conseguenze purtroppo destinate a lasciare un segno indelebile (oltreché nefasto) nella vita democratica dei cittadini italiani, per un periodo lungo di qui a venire. Intendo affermare che lo spirito con il quale il vecchio (post)comunista napoletano, da sempre sospettato di genealogia regale (1,) ha interpretato il ruolo di Capo dello Stato in questi sette anni, ha finito per imprimere una svolta in senso oligarchico all’assetto dei Poteri dello Stato al punto da porre Giorgio Napolitano aldilà e al di fuori di qualsiasi confronto con tutti coloro i quali lo avevano finora preceduto, facendoci rimpiangere finanche le figure presidenziali più “opache” tra quelle passate dal Quirinale in questi 60 anni, vale a dire Antonio Segni, Giovanni Leone e Francesco Cossiga. Per comprendere appieno la reale gravità delle responsabilità storiche che penderanno a lungo sul capo di Napolitano occorre soffermarsi attentamente sulla locuzione Costituzione materiale. La nozione di Costituzione materiale fu introdotta grazie all’elaborazione del giurista Costantino Mortati in contrapposizione a quella di Costituzione scritta o formale. Accanto alle regole scritte – intendeva spiegare il Mortati – esiste tutta una serie di prassi, atti e comportamenti adottati dagli organi costituzionali, che contribuiscono progressivamente ed inesorabilmente a trasformare di fatto l’assetto dei rapporti civili, sociali e politici tra i cittadini di uno Stato-nazione. In sostanza, oltre alle norme scritte, l’assetto dei poteri di uno Stato soggiace costantemente all’influenza data dai comportamenti concretamente posti in essere dai singoli detentori delle cariche che si avvicendano nella loro effettiva gestione. E dunque, nella storia istituzionale di un Paese, accanto alle norme codificate, si afferma col tempo un insieme di princìpi che, quantunque non presenti formalmente nel corpo della carta costituzionale, assurgono al rango di diritto vivente, assumendo un’importanza che spesso può anche travalicare lo stesso significato letterale delle norme scritte. Pertanto, per verificare quale sia il grado di effettiva democrazia all’interno di un Paese, non è soltanto alla carta costituzionale formale che tocca guardare bensì anche alla Costituzione materiale (2). Orbene, se si analizzano attentamente alcuni comportamenti messi in atto dall’attuale Presidente della Repubblica nel corso del settennato che sta per volgere al termine, non è difficile convincersi che costui abbia attuato dei clamorosi strappi con prassi istituzionali che solo fino a poco tempo fa erano unanimemente considerate intoccabili all’interno delle nostre istituzioni repubblicane. Non è mancato in questi anni chi ha accusato apertamente Napolitano di avere agito non soltanto in violazione delle prassi della nostra Costituzione materiale ma di avere di gran lunga travalicato i confini delle sue stesse funzioni e prerogative formali, così come codificate all’art. 87 della nostra Carta fondamentale (3): a tal proposito, merita di essere quanto meno menzionata la clamorosa azione di cui si è resa protagonista l’avvocatessa sarda Paola Musu, che il 2 aprile del 2012 ha denunciato penalmente Giorgio Napolitano per diversi reati, tra i quali spicca quello di attentato contro la sovranità, l’indipendenza e l’unità dello Stato Italiano, previsto dall’art. 241 del codice penale. La coraggiosa professionista cagliaritana, prendendo spunto dal controverso passaggio politico-istituzionale che nel novembre 2011 aveva visto il tecnocrate Mario Monti proiettato, nel giro di poche ore, dalla cattedra del tempio accademico del pensiero neo-liberista italico (la Bocconi) direttamente a Palazzo Chigi, ha addebitato a Giorgio Napolitano la responsabilità per avere promosso un percorso politico-istituzionale che ci starebbe conducendo da essere una Repubblica democratica, in cui la sovranità appartiene al popolo (come icasticamente recita l’art. 1 della Costituzione) ad una Repubblica aristocratica, cioè quella in cui “alcune famiglie vi godano la suprema potestà” (Montesquieu, “l’èsprit des lois”). Ma senza volere avventurarci nell’esaminare la fondatezza del rilievo penale adombrato dalla Musu nei comportamenti assunti dall’inquilino del Quirinale, è fuor di dubbio che questo settennato si sia caratterizzato per delle situazioni inedite che mai prima d’ora avevano contraddistinto l’operato di un Presidente della Repubblica. Nel nostro ordinamento, la figura del Capo dello Stato, pur rivestendo anch’essa una natura (ovviamente) “politica”, fu concepita dai padri costituenti come quella di un mero arbitro, di un soggetto primus inter pares estraneo alla competizione tra le forze politiche proprio in quanto supremo garante del funzionamento dei meccanismi della democrazia parlamentare. Nessuna norma scritta o prassi prevedono, ad esempio, che il Presidente della Repubblica possa intervenire nel dibattito tra le forze democratiche del Paese, prendendo posizione a favore o contro una particolare scelta politica; men che meno, nessuna norma o prassi prevedono che il Capo dello Stato possa interagire direttamente con gli altri organi costituzionali a carattere decisionale (il Parlamento e l’Esecutivo) al fine di orientarne le scelte fondamentali attorno alle quali si deve sviluppare la libera discussione da cui fare infine scaturire la decisione democratica (4). Giorgio Napolitano, purtroppo per noi, ha fatto entrambe le cose: non soltanto ha agito da vero e proprio attore politico, condizionando pesantemente il “libero agire” delle forze politiche in momenti delicatissimi della dialettica democratica (in cui egli avrebbe dovuto limitarsi ad essere un silenzioso osservatore) ma ha avuto perfino l’ardire di rivolgersi direttamente al Parlamento ed al Governo (creando un precedente gravissimo), intimando loro l’adozione di precise scelte politiche attorno a questioni fondamentali in materia macroeconomica! Due su tutti gli episodi che segnano una rottura con una lunga prassi a cui tutti i precedenti inquilini del Quirinale ci avevano abituati: la guerra di Libia (marzo 2011) e la formazione del Governo dei banchieri a guida Mario Monti (novembre 2011). Quanto alla prima vicenda, difficilmente potremo dimenticare l’immagine di un Presidente della Repubblica che, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nel retrobottega del Teatro dell’Opera a Roma, intima al riluttante Berlusconi di dare il suo pieno avallo ai bombardamenti NATO sulla Libia di Gheddafi. Lo so, era già avvenuto che l’Italia partecipasse all’assalto militare ad una nazione sovrana, spacciando ipocritamente tale crimine per una “missione di pace”. Ma mai era avvenuto che lo sfregio all’art. 11 della Costituzione fosse perorato, incoraggiato e vivamente caldeggiato in prima persona proprio da colui il quale dovrebbe ergersi a supremo garante della nostra grundnorm. È vero, già nel 1999 era accaduto che il primo governo guidato da un ex comunista (D’Alema) fornisse il proprio avallo all’assalto imperialista alla Jugoslavia di Milosevic ma in quel caso lo scaltro Ciampi si era limitato a chiudere tutti e due gli occhi, senza essere l’artefice diretto di una scellerata decisione politica già presa da D’Alema medesimo col pieno apporto di Francesco Cossiga (il quale nelle sue memorie parla apertamente di una scelta assunta nel corso di una “cena a tre” con l’ambasciatore U.S.A. a Roma). Ma anche la sfrontata risolutezza con la quale Napolitano si è rivolto al Governo-Berlusconi ed allo stesso Parlamento italiano per invitarli ad ossequiare il prima possibile i contenuti della lettera-diktat dell’agosto 2011 a firma Draghi-Trichet grida giustizia. Contrariamente a quanto viene fatto credere all’opinione pubblica, le scelte di cosiddetta austerity economica “suggeriteci” dalla Troika B.C.E.-F.M.I. e dalla “sergente di ferro” Angela Merkel, lungi dal costituire degli impegni cui l’Italia doveva necessariamente tenere fede in ossequio a non ben precisati princìpi superiori, costituivano delle decisioni di politica economica che, in una democrazia che è tale non solo sulla carta, non possono che costituire il frutto di una meditata e prolungata discussione tra le forze parlamentari, anziché il risultato di una mera imposizione autoritaria: è sotto gli occhi di tutti, dunque, che Giorgio Napolitano, in tale precisa occasione, ha agito apertamente - come mai prima d’ora era accaduto nella storia d’Italia – non già da supremo garante degli interessi del popolo italiano bensì da curatore degli interessi del capitalismo finanziario europeo e dei suoi organismi tecnocratici sovranazionali. La gravità senza precedenti dello strappo istituzionale di cui si è reso protagonista Napolitano sta tutta qui: se alcuni suoi predecessori avevano forse trescato nell’ombra per condizionare l’andamento della vita politica del Paese, egli ha agito sfrontatamente e spudoratamente, alla luce del sole. E così, mentre il vecchio Antonio Segni, nel 1963, aveva avuto il pudore istituzionale di “amoreggiare” dietro le quinte coi Carabinieri del Generale De Lorenzo al fine di scoraggiare con ogni mezzo l’insediamento del gabinetto di centro-sinistra a guida Moro-Nenni (pagandone poi le conseguenze con la sua improvvisa defenestrazione dal Quirinale), Lord George non ha avuto alcun timore di dettare al Parlamento, davanti alle telecamere, quale dovesse essere il Governo da insediare a Palazzo Chigi al posto di Berlusconi, da chi tale nuovo Esecutivo dovesse essere diretto e quale programma politico esso dovesse pedissequamente perseguire. Se il vecchio Leone, negli anni ’70 del secolo scorso, aveva dovuto reagire con pudico imbarazzo alle aggressioni della stampa dell’epoca che lo volevano protagonista di ogni sorta di scandalo, il nostro King George non ha avuto alcun pudore nell’intimare al C.S.M. l’inutilizzabilità di scottanti intercettazioni telefoniche che lo vedevano come (indiretto?) protagonista. Sì, lo so a cosa pensate. Anche Francesco Cossiga, il “gattosardo”, si era caratterizzato, specie nell’ultima parte del suo settennato, per l’utilizzo di un linguaggio poco consono a quello di un arbitro imparziale nella contesa politica. Ma, a ben rivedere i fatti dell’epoca del crepuscolo della Prima Repubblica (1991-92), si capisce che i latrati disordinati del Presidente dell’epoca costituivano un grido quasi irrazionale di un uomo ferito nell’orgoglio il quale, avendo bene compreso che qualcuno “molto in alto” stava azzerando tutti i protagonisti di primo piano della scena politica del tempo, cercava disperatamente di ritagliarsi almeno un posto al sole all’interno della nascente Seconda Repubblica, evitando di fare la fine riservata a Craxi e ad Andreotti. Questo era, a mio avviso, il reale intento delle sue “picconate”. Ma è difficile affermare che Cossiga, con le sue esternazioni spesso scriteriate (ed anche probabilmente favorite da una psiche caratteriale non proprio immune da squilibri), ebbe ad influenzare in modo decisivo gli eventi di quella fase della storia repubblicana: ben altre erano allora le forze in campo a dirigere le danze. Quel che colpisce dell’attivismo di Napolitano è che costui, a differenza di Cossiga, è sempre apparso lucidissimo nei suoi freddi intenti di mestatore del gioco politico. Soltanto i poco e male informati possono sorprendersi di un atteggiamento così servizievole e zelante verso i Poteri Forti come quello messo in atto da Re Giorgio nel corso del suo settennato. Non tutti sanno che a costui toccò il compito, nel 1978, di compiere il primo viaggio negli Stati Uniti di un uomo del Comitato Centrale del P.C.I., inaugurando una lunga stagione di fiancheggiamento che avrebbe portato il (fu) Partito della classe operaia italiana a diventare il supremo garante in Italia degli interessi del capitalismo finanziario trans-nazionale. Dopo avere trovato gli “agganci” giusti negli States, il Nostro fu battezzato da Henry Kissinger come “il mio comunista preferito” e compì un lungo lavoro di limatura dei rapporti che avrebbe portato i dirigenti dell’ex-PCI, tra il 1989 ed il 1992, a stipulare degli accordi strategici di lunga durata con i Poteri Forti (non solo americani) della politica e dell’economia: da una parte gli ex comunisti garantirono la loro inerzia silenziosa di fronte all’avvio del ciclo delle privatizzazioni, dall’altra parte ottennero in cambio quella legittimazione a partecipare al governo del Paese che fino ad allora non avevano potuto avere a causa del loro legame storico con l’Unione Sovietica. Dio solo sa quanti e quali sciagure sono derivate al nostro Paese da questo genere di “patti”. Dio solo sa quante altre ne deriveranno prima che la massa critica degli italiani possa iniziare davvero a capire tutto ciò. Voglio chiudere ricordando un’ultima perla lasciataci dal “comunista preferito da Kissinger” (ed anche dagli israeliani): in un incauto discorso pubblico pronunciato nel gennaio 2007, il Nostro ebbe a dichiarare il proprio sdegnato No all’antisemitismo, “anche quando esso si travesta da antisionismo”, contribuendo così ad alimentare una imperdonabile e dannosissima confusione semantica tra due concetti che è sempre bene tenere distinti, quelli di ebraismo e sionismo (5). Domenica 30 Dicembre 2012 Giuseppe Angiuli 1 E’ abbastanza noto il pettegolezzo che vorrebbe Giorgio Napolitano figlio di Re Umberto II di Savoia, il quale lo avrebbe generato nel corso di una relazione extraconiugale avuta con una delle dame di compagnia della regina Maria Josè. 2 Operando un parallelismo non del tutto fuori luogo, i sostenitori ideologici della recente destabilizzazione della Libia di Gheddafi ad opera della NATO facevano spesso riferimento ai poteri autocratici che il colonnello esercitava di fatto nel sistema politico della nazione africana (ossia nella Costituzione materiale di quel Paese), ancorchè egli non ricoprisse formalmente alcuna carica istituzionale se non quella simbolica di “leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista”. 3 Art. 87: “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”. 4 L’unico strumento che la Costituzione affida al Capo dello Stato per interloquire direttamente col Parlamento è costituito dal messaggio alle camere, al quale diversi Presidenti sono ricorsi in passato per raccomandare il rispetto di meri princìpi a carattere generale, come ad esempio fece Ciampi nel 2002 perorando il rispetto della democrazia nell’informazione. 5 Una memorabile risposta alle improvvide parole di Napolitano pervenne da Mauro Manno, compianto studioso napoletano del sionismo, cfr. G. Angiuli, La fondamentale differenza tra ebraismo e sionismo, pubblicata su questo stesso blog