martedì 12 luglio 2011

L'Euro così fra un anno non ci sarà più

Allen Sinai è un economista cresciuto alla scuola di Milton Friedman a Chicago. E' stato chief economist della Shearson Lehamn negli anni '70, poi consulente della Federal Reserve e due presidenti americani, Bush padre e Clinton. Oggi presiede il «think-tank» Decision Economist


«Manovra giusta, no ad altri sacrifici per soddisfare i mercati»

PAOLO MASTROLILLI INVIATO A NEW YORK per La Stampa


Tra un anno l’euro non ci sarà più, o almeno non sarà più come lo conoscevamo. I Paesi più deboli, come Grecia, Portogallo e Irlanda saranno fuori: i prossimi mesi ci diranno se l’Italia e la Spagna riusciranno a restare dentro».


Allen Sinai, presidente della società di consulenza Decision Economics, vede nero. E soprattutto non vede molte vie d’uscita per l’Italia dall’attacco della speculazione: «Non potete varare altre misure di austerità, oltre quelle già in discussione, solo per accontentare i mercati. Dovete solo aspettare e sperare che gli speculatori si fermino, ma io dubito che lo facciano».

Perché quest’attacco proprio ora?

«La situazione economica e finanziaria dell’Eurozona è molto peggiorata, e questo ha fatto aumentare la pressione sul debito italiano. Siete le vittime di una serie di circostanze, che solo in parte dipendono da voi. L’Eurozona si sta indebolendo, l’economia americana continua a deludere, e ora anche la Cina cerca di tirare un po’ il freno. Tutti questi fattori hanno vari impatti negativi, tra cui quello di frenare anche le esportazioni tedesche, che finora avevano tenuto in piedi l’economia della Germania e quindi difeso l’euro. In questo circolo vizioso, i Paesi più deboli della moneta unica vengono colpiti dalla speculazione».

Perché cominciare con l’Italia, che ha il secondo debito pubblico più alto in Europa, ma un deficit sotto la media?

«Perché a questo punto cominciano a esserci delle possibilità, piccole ma non più ignorabili, che Paesi come l’Italia e la Spagna siano costretti a chiedere fondi. Il problema non è solo il debito, che comunque è elevato, ma il rischio economico. Per voi questo rischio è molto alto, e ciò rende nervosi i mercati».

Alcuni analisti sostengono che la speculazione è scattata quando sono emerse le divergenze tra Berlusconi e Tremonti, e quindi la spaccatura nel governo sulle misure di austerità.

«E’ ovvio che in situazioni del genere servirebbero governi coesi, con piani precisi e condivisi, però le tensioni tra Berlusconi e Tremonti sono solo un elemento marginale di questa vicenda. Il problema più importante, purtroppo, è la situazione economica che vi circonda. Dico purtroppo, perché se si trattasse solo della lite tra il premier e il ministro, sarebbe più facile risolvere la crisi. Ma il problema è a monte, credo che la speculazione vi avrebbe colpiti anche senza i contrasti fra Berlusconi e Tremonti».

E ora cosa dobbiamo fare per difenderci?

«Nulla, non c’è molto che potete fare contro queste forze superiori e in gran parte esterne. Le misure di austerità proposte da Tremonti vanno bene, ma non è che adesso ne potete aggiungere altre solo per fare contenti i mercati, anche perché avete un serio problema di crescita. E’ un circolo vizioso. Ogni default significa più pressione sulle banche, e il debito così diventa sempre più oneroso».

L’euro sopravviverà a questa crisi?

«No, almeno nella sua forma attuale, anche perché senza la moneta unica i Paesi più deboli avrebbero potuto seguire la strada della svalutazione e della deflazione. A lungo andare le misure di rigore richieste per rimanere nell’euro non saranno più sostenibili sul piano politico, e quindi i Paesi più in difficoltà ne usciranno».

La moneta unica sparirà?

«Forse no, ma verrà ristretta a pochi paesi virtuosi».

Quali?

«Credo che Grecia, Portogallo e Irlanda usciranno. Nella lista seguono Spagna e Italia, ma voi volete restare dentro e potreste farcela».


Quanto tempo abbiamo?


«Un anno, non di più. Tra un anno sapremo che fine farà l’euro».

lunedì 11 luglio 2011

Azzi amari



I gravi rischi della tempesta perfetta






MARIO DEAGLIO dalla Stampa

La telefonata del cancelliere tedesco Angela Merkel al primo ministro italiano Silvio Berlusconi, apparentemente rassicurante e di appoggio alla manovra finanziaria che si appresta ad essere esaminata dal Parlamento, costituisce in realtà un duro monito - mentre è riunito un vertice europeo di crisi - a procedere speditamente sulla via del risanamento finanziario, un invito pressante a resistere alle forti tentazioni, emerse in questi giorni, di un annacquamento della manovra appena presentata.

Ed è un segnale di quanto profonda sia la crisi attuale e di quanto limitate siano le opzioni di un’Italia almeno parzialmente sotto tutela europea.
Il limite delle opzioni italiane deriva dal fatto che l’Italia si trova in una situazione che qualcuno ha chiamato «tempesta perfetta» e che si verifica quando tutte le dimensioni di una crisi si influenzano e si aggravano a vicenda. La «tempesta perfetta» che si è scatenata in questi giorni sull’Italia è a un tempo finanziaria, economica e politica. È illusorio pensare di «sistemare» una di queste dimensioni senza sistemare anche le altre; e senza tener conto che, in realtà, l’attacco speculativo che coinvolge il debito pubblico italiano e la Borsa italiana potrebbe essere il culmine di uno scontro più vasto tra euro e dollaro in una situazione di forte disordine monetario mondiale.

Tra moneta americana e moneta europea è in atto una sorta di duello tra due debolezze: gli americani devono fare i conti con un rilancio non riuscito della loro economia, con un «tetto» del debito pubblico di fatto già sfondato, senza il consenso parlamentare, con qualche preoccupante segnale di inflazione incipiente; gli europei con i conti pubblici pericolanti di molti Paesi dell’euro. L’attacco al debito pubblico italiano - oggi tecnicamente non più debole di ieri - potrebbe essere una sorta di diversivo per cercar di evitare, o quanto meno di procrastinare, una diffusa perdita di fiducia nel dollaro che rischia di lasciarsi sfuggire la sua posizione di punto centrale del sistema valutario mondiale.

Per l’Italia, la «tempesta perfetta» comporta pericoli molto gravi. Significa che tutti i nodi vengono al pettine nello stesso momento: la manovra finanziaria non può essere disgiunta da un nuovo equilibrio politico (di questo si è già avuto qualche sentore nel mutare dei rapporti tra Lega Nord e Popolo della Libertà, con una maggiore forza dialettica della prima) e probabilmente da un nuovo patto sociale, il che richiede consensi più vasti di quelli dell’aritmetica parlamentare. Perché questi consensi si materializzino è necessario che il tutto si collochi nell’ottica di una fondata speranza di ripresa quanto meno nel medio periodo.

La manovra finanziaria contiene al suo interno numerosi elementi di elasticità, forse già pensati per poter essere anticipati in una situazione di emergenza: lo slittamento in avanti di quanto è previsto dalla manovra per il 2013 e per il 2014 rappresenterebbe un «indurimento» apprezzato dai mercati. Occorrerebbe però anche l’introduzione di alcuni elementi non presenti nel progetto attuale, che potrebbero attenuare gli eccessi dell’attuale compressione della spesa pubblica, chiaramente insostenibile nella sua forma attuale, da parte della maggioranza degli enti locali: un programma di vendita, almeno parziale, di poste e ferrovie (due imprese pubbliche di grandi dimensioni che potrebbero avere motivi di interesse per i mercati), una vendita di oro che, per quanto relativamente modesta dati i vincoli internazionali che l’Italia deve rispettare, darebbe un’idea del carattere strutturale dei rimedi che si stanno approntando, e un inasprimento delle misure per la compressione del costo della politica. Naturalmente si dovrebbero scordare provvedimenti volti a sanare situazioni particolari come quelli che possono coinvolgere la Fininvest, tolti dal testo definitivo della manovra attuale, ma che qualcuno pensa di ripresentare.

Le grandi linee di un nuovo patto sociale dovrebbero essere rappresentate da sacrifici paralleli per «capitale» e «lavoro». I sacrifici per il «capitale» sarebbero rappresentati da una qualche forma di imposta patrimoniale. I sacrifici per il «lavoro» dall’attenuazione di alcune conquiste del passato nell’ambito dei contratti nazionali; la falsariga dovrebbe essere rappresentata dai grandi accordi sindacali tedeschi dell’anno scorso che hanno fortemente contribuito al robusto rilancio dell’economia della Germania. Naturalmente i dettagli sarebbero tutti da studiare e toccherebbe a chi si trova al governo gestire questo parallelismo con la necessaria credibilità e decisione. Tutto ciò sarebbe probabilmente sufficiente a «mettere in sicurezza» il sistema italiano e a prepararlo per una nuova fase espansiva dell’economia europea, se questa ci sarà davvero, oppure a conferirgli particolare solidità se questa fase espansiva non dovesse materializzarsi.

La logica di un simile insieme coordinato di provvedimenti è che questo Paese si merita qualcosa di meglio del piccolo cabotaggio che ha caratterizzato la sua politica e la sua economia negli ultimi anni, qualcosa di meglio del dissolversi della sua coscienza pubblica in uno scetticismo privo di qualsiasi moralità, purtroppo evidente nella successione di scandali pubblici e privati che l’hanno caratterizzato di recente. A centocinquant’anni dalla formazione dello Stato italiano, l’Italia ha ancora molte cose da dire sull’orizzonte mondiale e non dovrebbe aver bisogno di una telefonata del Cancelliere tedesco per sapere che cosa deve fare.
mario.deaglio@unito.it

venerdì 8 luglio 2011

Forse se ne va


E il Cavaliere annuncia il ritiro

"Nel 2013 lascio, tocca ad Alfano"

Intervista al presidente del Consiglio. Che parla di tutto e tutti: "Avrei voglia di lasciare già adesso, ma non lo farò. Dopo Napolitano, al Quirinale andrà Letta. Tremonti? Il solo che non fa gioco di squadra. La P4 è solo fango e se la struttura Delta esistesse sarebbe una struttura di coglioni. La manovra la cambieremo in Parlamento"

di CLAUDIO TITO da Repubblica 8/07/2011


ROMA - "Ma quand'è che smetterete di attaccarmi? Provate a essere più equilibrati. Se ci riuscite". Silvio Berlusconi ha appena presentato il libro del "responsabile" Domenico Scilipoti. Esce dalla sala del Mappamondo alla Camera, dribbla le telecamere e alcuni parlamentari del Pdl in attesa di un colloquio. Ma davanti al cronista di Repubblica fa partire l'offensiva.

Attacca, per difendersi e difendere il suo governo. Si dice convinto che non ci saranno le elezioni anticipate e che le inchieste in corso che lo riguardano "finiranno nel nulla". Spara ad alzo zero contro i magistrati ("il partito dei giudici si sta preparando all'appuntamento elettorale del 2013"), sferza il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti ("è l'unico che non fa gioco di squadra") e blinda il cosiddetto Lodo Mondadori ("L'ha scritto il Tesoro e il Guardasigilli").

Soprattutto annuncia formalmente che tra 18 mesi il candidato premier del centrodestra non sarà più lui. Bensì Angelino Alfano, il nuovo segretario del Pdl. E la carta che il centrodestra giocherà per il Quirinale sarà invece quella di Gianni Letta.

Il premier è un fiume in piena. Non si ferma nemmeno quando un paio di deputati del suo partito cercano di salutarlo. Si infila nell'ascensore che lo porta verso il tunnel "segreto" tra Montecitorio a Palazzo Chigi. E fa di tutto per mostrarsi sereno e deciso a proseguire la legislatura.

Lei dice che dobbiamo essere più equilibrati, eppure contro di lei sembra ormai schierarsi tutto il centrodestra.
"Ma non è vero. Qualcuno cerca solo un po' di visibilità. Nient'altro".

Scusi, e i nervosismi della Lega?
"Guardate che l'intesa con Bossi è solidissima. E ho un buon rapporto anche con Maroni e Calderoli".

Le ipotesi di governo tecnico per sostituirla, però, non le tira fuori Repubblica.
"Non c'è alcuna possibilità che nasca un esecutivo del genere. Anche i leghisti, dove vuole che vadano? Tutti quelli che si staccano fanno una brutta fine. Pensate a Fini e Casini. Quelli del Fli ormai sono inesistenti. Il loro progetto politico - una volta fallito l'assalto del 14 dicembre - è il nulla. Ero solo io il loro obiettivo".

A questo punto il Cavaliere accelera il passo. La scorta lo aspetta alla fine del tunnel. Continua a parlare. Tra le mani una cartellina azzurra e il libro di Scilipoti "Il re dei peones".

Il suo patto con il Senatur sarà pure granitico, ma nel Carroccio non è per tutti così. Lì qualcosa si sta muovendo.
"Sono le nuove generazioni. È giusto. Capiscono che io e Umberto prima o poi dobbiamo essere sostituiti. E si preparano. Con una piccola differenza rispetto al Pdl: ci sono tanti giovani di valore come Reguzzoni o Cota, ma non hanno ancora trovato il successore di Bossi".

Vuol dire che invece il suo partito l'ha trovato e che lei verrà sostituito?
"Certo".

Non si candiderà alle prossime elezioni politiche?
"Assolutamente no. Il candidato premier del centrodestra sarà Alfano. Io, se potessi, lascerei già ora...".

A questo punto si ferma. Come se fosse indeciso: continuare a sfogarsi oppure no. Davanti, la porta del suo studio. Un sospiro ed entra. Si siede su un divano giallo pallido. Un analcolico e qualche tartina al peperone sul tavolo. Lo interrompe il suo portavoce, Paolo Bonaiuti: "Non devi dire che ti dimetti...".

"Infatti non mi dimetto - ricomincia, ma con un tono più stanco -, però verrebbe voglia. In ogni caso alle prossime elezioni non sarò io il candidato premier".

Crede che la coalizione lo accetterà? E la Lega? Tremonti lo accetterà?
"Perché no? Ne ho già parlato. Credo che siano tutti d'accordo. Io farò la campagna elettorale e aiuterò Angelino. Farò il "padre nobile". Cercherò di costruire il Ppe in Italia. Ma a 77 anni non posso più fare il presidente del consiglio".

Le servirà l'aiuto dei centristi di Casini.
"Mah! Pier non ha ancora deciso. Ha due possibilità. O va da solo come Terzo polo o - come penso - farà un patto di apparentamento con noi quando saprà che il candidato premier non sono io. A sinistra non può andare perché altrimenti perde i due terzi dei suoi elettori. E la legge elettorale resta questa. Non se ne esce".

Se Alfano sarà il candidato premier, lei cercherà di andare al Quirinale?
Stringe gli occhi e scuote la testa. Si appoggia sullo schienale del divano e abbassa la voce: "Non è per me. Al Quirinale ci andrà Gianni Letta. È la persona più adatta. Anzi è una grande persona. È un buono e ha ottimi rapporti anche con il centrosinistra. Avrebbe anche i loro voti".

E questa doppia candidatura trova d'accordo pure Tremonti?
"Non lo so. Sa, lui pensa di essere un genio e crede che tutti gli altri siano dei cretini. Lo sopporto perché lo conosco da tempo e va accettato così. Ma è l'unico che non fa gioco di squadra".

E perché, secondo lei, lo fa?
"Non lo so. È carattere. Ma alla fine non può fare niente. Anche lui: dove va? Anche nella Lega hanno un po' preso le distanze".

Certo pure Brunetta non sarà tanto contento di come è stato apostrofato dal collega.
"Quel 'cretino' è emblematico. Brunetta, giustamente, parlava ai nostri elettori. Lui invece parla solo ai mercati".

Non vi siete spiegati nemmeno sulla norma "Salva-Fininvest".
"Era tutto chiaro".

L'ha fatta mettere lei nella manovra?
"Hanno fatto tutto Tremonti e Alfano. Io nemmeno la volevo. Ma resto dell'idea che sia un provvedimento sacrosanto".

Ma sembra costruita per la sua azienda.
"Niente affatto. La riproporremo in Parlamento. Anche perché, ne sono sicuro, i cinque magistrati della Cassazione ribalteranno il verdetto".

Per un momento recupera il sorriso di un tempo. Si gira ancora verso Bonaiuti e dice: "Paolo, hai visto Milanese (collaboratore di Tremonti, ndr)? Richiesta di arresto". Spalanca le braccia e non aggiunge altro. Cerca di cambiare discorso.

Lei dice che va tutto bene, ma ci sono tante inchieste che la riguardano e che vedono coinvolti diversi uomini del suo governo.
"Sa qual è la verità? È che il partito dei giudici si sta preparando alle prossime elezioni. Tutti cercano dei meriti per farsi candidare. La loro è semplice invidia sociale".

Nell'inchiesta P4, però, le prove ci sono. I documenti sono tanti e il quadro si presenta grave.
"È tutta roba che finirà nel nulla. Io poi in quell'inchiesta non sono proprio entrato. Quel Bisignani non l'ho mai conosciuto".

Non negherà il coinvolgimento di Letta?
"Sul dottor Letta posso mettere la mano sul fuoco. Nessuno è più limpido di lui. Gli dobbiamo essere grati, è un lavoratore instancabile".

Ma quell'inchiesta dice ben altro. Fa riferimento ad un uso illecito di notizie riservate.
"È solo fango e finirà nel nulla".

E anche la Struttura Delta sarebbe solo fango?
"Ma quale Struttura Delta. Se fosse vero, sarebbe una struttura di coglioni. Non hanno condizionato un bel nulla. La Rai ci è sempre stata contro. Le sembra che siamo mai riusciti a farci fare un favore dalla Rai? Nel Cda poi... meglio che non parlo".

È scontento anche della Lei, il nuovo direttore generale?
"Non la conosco e non mi intrometto".

Ammetterà che la manovra messa a punto da Tremonti non è affatto quella che voleva lei.
"Dobbiamo tenere conto delle circostanze".

Il Pdl è in rivolta, la Lega protesta. La riforma fiscale rischia di saltare e i soldi per finanziarla potrebbero essere utilizzati per saldare il debito.
"Sulle tasse andiamo comunque avanti. È chiaro che la situazione è difficile. Abbiamo cercato soprattutto di non mettere le mani nelle tasche degli italiani. Negli altri paesi lo hanno fatto. Hanno tagliato i dipendenti pubblici e i loro stipendi. Detto questo, la modificheremo: correggeremo il superbollo sulle autovetture e qualcosa sulle tasse la faremo".

E come convince Tremonti?
"Lui è preoccupato dei mercati, lo capisco. Ma io gli ricordo sempre che in politica il fatturato è composto dal consenso e dai voti. A lui il consenso non interessa, a noi sì. Quindi, fermi restando i saldi, noi la manovra la cambieremo in Parlamento".

martedì 5 luglio 2011

In spagnolo si direbbe : "sinverguenza"



Quando manca la coscienza

di BARBARA SPINELLI, da Repubblica 6 luglio 2011



VALE LA PENA meditare su cosa significhi precisamente partito degli onesti, visto che a proporlo è stato il nuovo segretario del Pdl. Ossia della formazione che sin qui non aveva la rettitudine come stella polare. Può darsi che Alfano abbia emesso un mero suono, un flatus vocis senza rapporto alcuno con la realtà, ma i realisti che credono nella consistenza delle parole hanno tutto l'interesse a ripensare vocaboli come onestà, morale pubblica, virtù politica.

A meno di non essere incosciente, il ministro della Giustizia non può infatti ignorarlo: i passati diciassette anni non sono stati propriamente intrisi di probità (lui stesso ne è la prova vivente, avendo aiutato Berlusconi a inserire nella manovra economica un codicillo ad personam, che tutelando il premier dalla sentenza sul Lodo Mondadori nobilita a tutti gli effetti il concetto di insolvenza nel privato).

Alle spalle abbiamo un'epoca corrotta, molto simile al periodo dei torbidi che Mosca conobbe fra il XVI e il XVII secolo, prima che i Romanov salissero al trono e mettessero fine all'usurpazione di Boris Godunov.

Meditare sull'onestà dei politici significa che da quest'epoca usciremo - se ne usciremo - a condizione di capire in concreto cosa sia la morale pubblica, e come la sua cronica violazione abbia prodotto una propensione al vizio quasi naturale, che va ben oltre la disubbidienza alle leggi. Soprattutto, significa guardare al fenomeno Berlusconi come a qualcosa che è dentro, non fuori di noi: la cultura dell'illegalità, i conflitti d'interesse vissuti non come imbarazzo ma come risorsa, non sono qualcosa che nasce con lui ma hanno radici più profonde, non ancora estirpate.

Sono un male italiano di cui il premier è il sintomo acutizzato: chiusa la parentesi non l'avremo curato ma solo preteso d'averlo fatto. L'inferno non sono gli altri, ogni giorno lo constatiamo: dal dramma dei rifiuti a Napoli alle vicende che scuotono il partito di Bersani e D'Alema.

Il fatto è che ci stiamo abituando a restringere la nozione di morale pubblica. L'assimiliamo a una condotta certamente cruciale - l'osservanza delle leggi, sorvegliata dai tribunali - ma del tutto insufficiente. Perché esistano partiti onesti, altri ingredienti sono indispensabili: più personali, meno palpabili, non sempre scritti. Attinenti alle virtù politiche, più che a un dover-essere codificato in norme scritte. Precedenti le stesse Costituzioni.

Di che c'è bisogno dunque, per metter fine alla leggerezza del vizio che riproduce sempre nuovi boiardi e nuovi disastri trasversali come la monnezza napoletana e la corruttela? Gli ingredienti mancanti sono sostanzialmente due: una memoria lunga della storia italiana, e un'idea chiara di quelle che devono essere le virtù politiche a prescindere dalle norme scritte nel codice penale.

La memoria, in primo luogo. Non si parla qui di un semplice rammemorare. Le celebrazioni ci inondano e forse anche ci svuotano; esistono date che evochi continuamente proprio perché sono stelle morte. Per memoria intendo la correlazione stretta, e vincolante, tra ieri e oggi: ogni atto passato (come ogni omissione) ha effetti sul presente e come tale andrebbe analizzato. Diveniamo responsabili verso il futuro perché lo siamo del passato, di come abbiamo o non abbiamo agito. Il ragionamento di Tocqueville sull'individuo democratico vale anche per le sue azioni, specialmente politiche: la "catena aristocratica delle generazioni" viene spezzata, e lascia ogni anello per conto suo. Così come avviene per l'individuo, l'atto - sconnesso dalla vasta trama dei tempi - "non deve più nulla a nessuno, si abitua a considerarsi sempre isolatamente (...) Ciascuno smarrisce le tracce delle idee dei suoi antenati o non se ne preoccupa affatto. Ogni nuova generazione è un nuovo popolo (...) La democrazia non solo fa dimenticare a ogni uomo (a ogni azione) i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei: lo riconduce incessantemente a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del suo cuore".

La citazione si applica perfettamente alla calamità napoletana. Sono settimane che i leghisti sbraitano, negando la solidarietà con una città che precipita. Se la memoria funzionasse, non potrebbero. Dovrebbero dire, a se stessi e agli italiani, la verità: se Napoli e la Campania sono diventate un'immensa mefitica discarica di rifiuti tossici e non tossici, è perché il Nord da vent'anni ha perpetuato quello che Tommaso Sodano, ex senatore e oggi vice di de Magistris, chiama lo "stupro del Sud": una "specie di guerra etnica, giocata con l'arma del rifiuto, alimentata dalla camorra, ma anche da una catena di falsificazione e di enti di controllo assenti". Il Nord è responsabile di quanto avviene a Sud, quali che siano le colpe delle amministrazioni campane. La sua industrializzazione ha prodotto rifiuti tossici smaltiti senza trattamento nel Sud, sancendo con la connivenza di clan camorristi la morte del Mezzogiorno, e avvelenando uomini, animali, fiumi, piantagioni (Tommaso Sodano, La Peste, Rizzoli 2010).

Il secondo ingrediente, essenziale, è la virtù personale del politico. Indipendentemente dal codice penale, essa dovrebbe escludere frequentazioni di mafiosi, connivenze con personaggi come Cosentino, assuefazione infine alla droga che è il conflitto d'interessi. Piano piano cominciamo a capire come mai, sul conflitto d'interessi berlusconiano, la sinistra non ha mai fatto nulla, anche quando governava: il conflitto era droga anche per lei. Come definire altrimenti il caso Franco Pronzato? Ecco infatti un uomo, vicinissimo ai vertici Pd, che nello stesso momento in cui agiva nel consiglio d'amministrazione dell'Enac (Ente nazionale per l'aviazione civile), era coordinatore nazionale del trasporto aereo nel Pd. Pronzato ha percepito tangenti sulla rotta Roma-Isola d'Elba e il suo corruttore, Morichini, ha fatto favori finanziari a D'Alema. "L'incarico pubblico assegnato senza neppure mascherare la sua finalità lottizzatoria viene notato ora solo perché Pronzato va in carcere", ha scritto Gad Lerner su Repubblica (30 giugno).

Lo scandalo esiste solo quando la magistratura interviene: qui è il male italiano che precede Berlusconi, e per questo è urgente pensare la morale pubblica. Il mondo si rimette nei cardini così: individuando il punto dove la legge non arriva, e però cominciano le indecenze, le cattive frequentazioni, la triviale leggerezza del politico. Non tutte le condotte sono perseguibili penalmente (il doppio incarico di Pronzato non è illegale) ma politicamente non denotano né probità né prudenza: due virtù fra loro legate. Si parla di giustizialismo, del potere dei giudici sulla politica. Se questo accade, è perché la morale pubblica ha come unico recinto la magistratura, e non anche la coscienza.

Borsellino ha detto, in proposito, cose che restano una bussola: "La magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire: ci sono sospetti, anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica (...) Però siccome dalle indagini sono emersi fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi". Se le conseguenze non sono state tratte, "è perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza". (La presenza di grossi sospetti) "dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, non soltanto a essere onesti ma a apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche non costituenti reati". Era questo il fresco profumo di libertà che augurava all'Italia, prima d'esser ammazzato. Non era flatus vocis, il suo, anche se è stato preso per tale da un'intera classe politica.

Dopo Berlusconi, la morale pubblica sarà da reinventare: non uscirà come Afrodite dalle acque. S'imporranno farmaci forti, perché gli italiani osino fidarsi del Politico. Oggi non si fidano: i No-Tav pacifisti di Val di Susa dicono questo. Possiamo sprezzarli, possiamo denunciare la sindrome Nimby (Not In My Backyard, "non nel mio cortile"). Ma non senza dire, prima, che tutti soffrono la stessa sindrome, a cominciare dal Nord di Bossi.

venerdì 1 luglio 2011

Un paese grande e maledetto






DIETRO LE quinte DEL POTERE

L’insicurezza e la fragilità



Quanti degli interessi colpiti dai provvedimenti finanziari approvati ieri dal governo avrebbero fatto ricorso nei giorni scorsi, per tutelarsi, se solo avessero potuto, ai buoni uffici di Luigi Bisignani? Non lo sapremo mai. Così come non sappiamo se nel frattempo qualche emulo intraprendente magari lo ha sostituito nella sua attività. Perché comunque una cosa è certa: che i ministri della Repubblica passino le loro giornate al telefono con personaggi come Luigi Bisignani e che nella Penisola prosperi da decenni una fauna di faccendieri suoi pari non è un fatto di costume sia pure deplorevole. Tanto meno è un fatto casuale. È qualcosa, invece, che inerisce a una certa natura profonda del potere italiano, ad alcuni suoi meccanismi decisivi. Soprattutto è qualcosa che racconta più e meglio di tante analisi dotte come quel potere è sentito è vissuto da coloro che lo rappresentano: specialmente quando si tratta del potere e dei politici della destra. Non voglio dire che con la sinistra sarebbe tutt’altra musica, ma sicuramente è con la destra che certi tratti oscuri della nostra sfera politica sembrano aver acquistato un r i s a l t o e una tipicità particolari.

Nelle registrazioni telefoniche generosamente elargiteci dall’autorità giudiziaria si svela in pieno il dato decisivo: la gracilità, l’insicurezza, vorrei dire il senso di provvisorietà che abita il potere italiano. Tutto vi appare instabile, privo di vera forza, ogni equilibrio si fa e si disfa di continuo, e naturalmente sempre dietro le quinte: alleanze, rapporti d’interesse, cordate. Ogni giorno dunque è una corsa affannosa ad essere informati dell’ultimo retroscena, dell’ultimo pranzo, a sapere chi sta con chi, chi vuole nominare chi e perché. Si passa il tempo non a fare, a governare, ma a parlare, a «sapere», e poi di nuovo a parlare: dal momento che dovunque può nascondersi un’insidia, un trabocchetto, dovunque può nascere una combinazione nuova da cui non bisogna restare esclusi. Il profluvio demenziale delle dichiarazioni quotidianamente rilasciate dai politici alle agenzie di stampa e il furor maniacale con cui gli stessi compulsano ad ogni istante i cellulari che le riportano, nel terrore di perdersene una, sono lo specchio di una egemonia malata della parola sui fatti.

Anche per questa via nel potere italiano ha preso ormai a dominare la non istituzionalità. In almeno due sensi: innanzi tutto perché ciò che davvero conta, le decisioni davvero importanti, non sembrano mai seguire percorsi definiti, procedure stabilite, dipendendo invece quasi sempre da un magma di relazioni informali; ed è in questo magma, dove il merito delle cose e delle persone conta poco o nulla, che si svolge ogni giorno, fuori di ogni regola, una sotterranea battaglia d’influenze, di ricatti, di piaceri, di do ut des, nella quale esponenti dell’alta burocrazia, dell’industria pubblica e privata, i vertici della magistratura e dei vari corpi dello Stato, competono per incarichi, appalti, promozioni, nomine varie. C’è poi un secondo aspetto, più sottile e in un certo senso più g r a v e d e l l a n o n istituzionalità di cui dicevo sopra.

È il fatto che immersi nel magma dell’informalità gli stessi che sono ufficialmente investiti del governo, i ministri (o almeno la maggior parte di essi), danno l’impressione di smarrire del tutto la consapevolezza del proprio ruolo, della propria funzione di comando, e diciamo pure della dignità connessa al proprio rango, per muoversi e parlare come il più scalcagnato portaborse di Montecitorio. La ministra Prestigiacomo che simile a un povera sprovveduta chiede lumi e informazioni a Bisignani confidandogli i propri disappunti è la raffigurazione — non saprei se più patetica o drammatica— di un potere che non sa neppure di essere tale, che non crede neppure lui in se stesso, e che forse, viene da pensare, inconsapevolmente perfino si disprezza.

Sono l’insicurezza di sé e insieme la non istituzionalità diffusa, pervadente, del potere italiano, che producono come un frutto naturale la figura del mediatore, dell’intermediario, del faccendiere. Bisignani non è la patologia, è la normalità del potere italiano. È colui che sa davvero come stanno le cose, che di qualunque ambiente si tratti è a conoscenza della graduatoria aggiornata di chi conta e di chi non conta, colui che mette in contatto, che tesse gli accordi riservati, che tiene le fila, che dà le indicazioni giuste, che indirizza agli interlocutori appropriati, che segnala per ogni nomina le persone fidate. È una figura che in modi nuovi si collega a una lunga galleria di «tipi» della tradizione italiana: qualcosa a metà tra il cortigiano e l’eminenza grigia, una riedizione del «puparo» e insieme di Arlecchino servo di tutti i padroni. I tipi di un Paese che sembra condannato a incarnare in eterno un’apparenza, una «scena»: un Paese grande e maledetto dove la realtà vera non è mai quella che appare.

Ernesto Galli Della Loggia
01 luglio 2011 08:36

NO PASARAN


AMBIENTEVALSUSA


30 Giugno 2011

MANIFESTAZIONE NAZIONALE NO TAV ALLA MADDALENA DI CHIOMONTE 3 LUGLIO 2011

Sì alle piccole opere, no allo spreco e al malaffare

- Perchè l'opera è inutile
- Perchè i dati progettuali sono inattendibili
- Perchè la salute della popolazione è a rischio
- Perchè manca una seria analisi costi-benefici
- Perchè l'economia italiana non regge un simile spreco
- Perchè sui cantieri della Maddalena insistono due ricorsi legali presso il TAR
- Perchè si nasconde il fallimento della politica con un massiccio intervento militare.

Perché la manifestazione alla Maddalena: video

La sera prima del blitz: video

La fiaccolata di Susa: video


Dalla Valle che Resiste e non si arrende

Appello per la manifestazione nazionale del 3 luglio

Il coordinamento dei comitati No TAV riunito a Bussoleno il 29 Giugno indice per domenica 3 luglio dalle ore 9 una manifestazione di carattere nazionale in seguito allo sgombero del presidio della Maddalena.

La manifestazione avrà carattere popolare con l'obiettivo di assediare le zone di accesso alla Maddalena occupate illegittimamente dalle forze di polizia e dalle ditte incaricate di costruire un immenso campo militare, e non un cantiere, distruggendo il territorio senza alcuna considerazione per l'ambiente, la storia e la civiltà della nostra Valle.

Saremo un popolo in movimento, pacifico e determinato per difendere i beni comuni, la nostra terra e il futuro di tutti e tutte.

Non siamo mai stati un movimento Nimby.

La solidarietà di questi giorni ci dice che combattiamo una lotta che riguarda tutti.

Per questo invitiamo, quanti hanno a cuore la democrazia del nostro paese, chi ancora ha coraggio d'indignarsi, a partecipare all'assedio.

(Attraverso i siti internet e un numero telefonico dedicato faremo circolare le informazioni necessarie per raggiungere la manifestazione).

No TAV! No mafia! No alla militarizzazione!

Si al rispetto della Valle!

Si alla volontà di riscatto di tutta l'Italia!

Il coordinamento dei comitati delle Valli No Tav



Bussoleno 29 giugno 2011

LEGGI E DIFFONDI L'APPELLO

Primi dettagli organizzativi




ULTIME NOTIZIE

30 giugno 2011: un giorno da leoni. Bilancio di soli tre giorni di militarizzazione.

Un blindato dei carabinieri diretto a Chiomonte investe ed uccide una signora di Venaria.

Il famoso gruppo punk PUNKREAS viene aggredito in una stanza di albergo da carabinieri alloggiati nello stesso hotel. Chiusi in camera e gasati con i lacrimogeni.

Le tende del presidio dopo l'abbandono vengono danneggiate ed i beni privati saccheggiati in un atto vandalico collettivo.

In una lettera ad una giornalista un cittadino evidenzia molte altre vessazioni subite dai presidianti durante e dopo lo sgombero.


28 giugno: Tav: assessore cultura Chiomonte si dimette fra le lacrime. ''La polizia - ha spiegato Uran - si e' piazzata li', nelle stanze del museo, senza chiedere neppure il permesso. E lassu' nei boschi della Maddalena - ha concluso - c'e' una devastazione vergognosa. E' troppo''.

La redazione: Ambiente Valsusa

giovedì 30 giugno 2011

Riscosse popolari


21/06/2011

Storie di ordinaria rivoluzione: nessuna notizia dall'Islanda?

di Marco Pala


Qualcuno crede ancora che non vi sia censura al giorno d'oggi?


Allora perchè, se da un lato siamo stati informati su tutto quello che sta succedendo in Egitto, dall'altro i mass-media non hanno sprecato una sola parola su ciò che sta accadendo in Islanda?

Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all'unanimità di dichiarare l'insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l'Olanda, forti dell'inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un'assemblea popolare per riscrivere l'intera Costituzione. Il tutto in maniera pacifica. Una vera e propria Rivoluzione contro il potere che aveva condotto l'Islanda verso il recente collasso economico.

Sicuramente vi starete chiedendo perchè questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni. La risposta ci conduce verso un'altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai "concittadini" islandesi?

Ecco brevemente la cronologia dei fatti:

2008 - A Settembre viene nazionalizzata la più importante banca dell'Islanda, la Glitnir Bank. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: il paese viene dichiarato in bancarotta.

2009 - A Gennaio le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il Governo - la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) - costringendo il Paese alle elezioni anticipate. La situazione economica resta precaria. Il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 MILIARDI di Euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.

2010 - I cittadini ritornano a occupare le piazze e chiedono a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento sopracitato.

2011 - A Febbraio il Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono a Marzo ed i NO al pagamento del debito stravincono con il 93% dei voti. Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell'esecutivo. L'Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l'Islanda. In questo contesto di crisi, viene eletta un'Assemblea per redigere una Nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca l'attuale Costituzione (basata sul modello di quella Danese). Per lo scopo, ci si rivolge direttamente al Popolo Sovrano: vengono eletti legalmente 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori. La nuova Assemblea Costituzionale inizia il suo lavoro in Febbraio e presenta un progetto chiamato Magna Carta nel quale confluiscono la maggiorparte delle "linee guida" prodotte in modo consensuale nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta dovrà essere sottoposta all'approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative che si terranno.

Questa è stata, in sintesi, la breve storia della Ri-evoluzione democratica islandese.

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Abbiamo forse sentito parlare di tutto ciò nei mezzi di comunicazione europei?

Abbiamo ricevuto un qualsiasi commento su questi avvenimenti nei noiosissimi salotti politici televisivi o nelle tribune elettorali radiofoniche?

Abbiamo visto nella nostra beneamata Televisione anche un solo fotogramma che raccontasse qualcuno di questi momenti?

SINCERAMENTE NO.

I cittadini islandesi sono riusciti a dare una lezione di Democrazia Diretta e di Sovranità Popolare e Monetaria a tutta l'Europa, opponendosi pacificamente al Sistema ed esaltando il potere della cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo.

Siamo davvero sicuri che non ci sia "censura" o manipolazione nei mass-media?
Il minimo che possiamo fare è prendere coscienza di questa romantica storia di piazza e farla diventare leggenda, divulgandola tra i nostri contatti. Per farlo possiamo usare i mezzi che più ci aggradano: i "nostalgici" potranno usare il telefono, gli "appassionati" potranno parlarne davanti a una birra al Bar dello Sport o subito dopo un caffè al Corso. I più "tecnologicamente avanzati" potranno fare un copia/incolla e spammare questo racconto via e-mail oppure, con un semplice click sui pulsanti di condivisione dei Social Network in fondo all'articolo, lanciare una salvifica catena di Sant'Antonio su Facebook, Twitter, Digg o GoogleBuzz. I "guru del web" si sentiranno il dovere di riportare, a modo loro, questa fantastica lezione di civiltà, montando un video su YouTube, postando un articolo ad effetto sui loro blog personali o iniziando un nuovo thread nei loro forum preferiti.

L'importante è che, finalmente, abbiamo la possibilità di bypassare la manipolazione mediatica dell'informazione ed abbattere così il castello di carte di questa politica bipartitica, sempre più servile agli interessi economici delle banche d'affari e delle corporazioni multinazionali e sempre più lontana dal nostro Bene Comune.


In fede,
il cittadino sovrano Marco Pala