mercoledì 22 maggio 2013

Ciao grande Don. Sempre in direzione contraria.

Questo blog si chiama "osare la speranza". Una frase che ho "rubato" a Don Gallo in una sua intervista a Fazio. Bisogna essere coraggiosi oggi per avere ancora speranza nel genere umano.Bisogna avere la forza di cercare sempre la luce delle persone migliori. Il Don ci sferzava a trovare questa forza.Senza di lui, oggi, è ancora un po' più difficile.Ci inchiniamo a questo grande maestro della dissacrazione, nel tempio del sacro e del dogma.Terremo duro osando sempre la speranza.Speriamo che la Comunità che ha costruito sia all'altezza del suo insegnamento. ‘A Lanterna, ciao Don Gallo. di Antonio Padellaro | 23 maggio 2013. Ricordo una tenera sera di giugno a Genova, Don Andrea Gallo seduto a tavola, Gesù allegro e intorno la compagnia dei suoi ragazzi, apostoli raccolti laceri e perduti sulla strada che si erano fatti cuochi e sommelier nella straordinaria trattoria ’A Lanterna, che avrebbe potuto avere come insegna: entra, la mia fede li ha salvati. Era un nostro grande amico, il Don. Ci aveva battezzati quando nessuno scommetteva sul nostro piccolo giornale un euro bucato. E un po’ ci prendeva in giro recitando beffardo un paternoster tutto suo: “e dacci oggi il nostro Fatto Quotidiano”. Era una festa Don Gallo, e a chi era cresciuto nella plumbea scuola dei preti normali, delle omelie sulle nuvole, del peccato incombente, delle penitenze biascicate, gli apriva proprio il cuore questo prete così diverso da non essere prete, ma fratello, amico, confidente, consolatore come il Cristo che ti apre le braccia e mai ti giudica. Ama e fai ciò che vuoi: non recitava Sant’Agostino, ma lo viveva Don Gallo quell’amore non capriccio ma bene assoluto per il prossimo. E nella Comunità, caotica spelonca tenuta insieme da caritatevoli collinette di pacchi alimentari e di vestiti smessi e di libri consumati e di fatture da pagare, aspettavano tranquilli i trans senza parrucca e i tossici dagli occhi stanchi. Aspettavano di essere ammessi dove un sorriso ornato da un mezzo sigaro spento li avrebbe fatti sentire di nuovo umani. Ti aspettavamo anche noi, Don, alle nostre feste, tu instancabile sul palco, su e giù a parlare di Resistenza e di Costituzione, il tutto impastato di Vangelo, Bella Ciao e qualche irriverenza sui cardinaloni perché, dicevi, alla fin fine è questo il nostro sillabario. Ti devo quella sera a Genova, Don, e altre sere ancora a parlare del senso della vita. Ricordi De Andrè? Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

sabato 18 maggio 2013

lunedì 13 maggio 2013

Il prof. Bagnai bacchetta i " luogocomunisti" dell'euro obbligatorio.

Speculazione finanziaria: quelli che “è brutta e cattiva” di Alberto Bagnai | 13 maggio 2013 Quando le cose vanno male, un colpevole bisogna trovarlo. Sì, lo so, mi direte voi, la realtà è complessa, le cause sono molteplici. Ma volete mettere quanto fa comodo dare la colpa a una sola persona, soprattutto se esercita un mestiere che nell’immaginazione collettiva è soggetto a un marchio d’infamia! Ci si mette così l’animo in pace, e si evitano spiegazioni complesse e imbarazzanti. Questa riflessione non particolarmente brillante mi ha traversato la mente leggendo l’intervista che George Soros ha rilasciato ad Eugenio Occorsio del quotidiano “La Repubblica”, organo di stampa noto per la sua difesa senza se e senza ma dell’attuale regime europeo, il Pude (Partito Unico Dell’Euro). Soros dice una cosa ovvia: nel 1992 bastava saper leggere la realtà per capire che c’erano opportunità di profitto da sfruttare in modo perfettamente legittimo. Questa, del resto, è l’attività speculativa. Cosa dice il dizionario? Speculativo: “Portato all’indagine filosofica” (Devoto Oli), ma anche “Che ha scopo di guadagno” (Zingarelli). L’etimologia è sempre la stessa: il latino speculari, “guardarsi intorno”, da cui viene anche il francese speculer, che dal 1801 prende significato borsistico (questo ce lo ricorda il dizionario etimologico di Battisti e Alesio). Non è così strano: il filosofo, come chiunque desideri (legittimamente) guadagnare qualcosa, comincia col guardarsi intorno, con l’osservare la realtà, cercando di interpretarla, che è cosa diversa dal costruire una realtà fasulla ad usum piddini. Del resto, forse sapete che il primo filosofo fu anche il primo speculatore: Diogene Laerzio ci ricorda che “Talete volendo dimostrare come fosse facile arricchire, prese a nolo i frantoi, dopo aver preveduto un abbondante raccolto di ulive, e guadagnò un gran mucchio di denari”. Non risulta che la Gazzetta di Mileto abbia deprecato questo suo comportamento. Non si capisce allora perché oggi Repubblica debba chiedere a Soros se provi “imbarazzo” o “rimorso” (addirittura!) per quello che fece nel 1992. Come Talete intorno al 600 a.C., così Soros nel 1992 aveva buoni motivi per prevedere un ottimo raccolto. Quali erano? Be’, nel caso di Soros le ulive non c’entravano, il problema era un altro: era evidente che il cambio della lira era sopravvalutato, che la lira era troppo forte, perché da cinque anni si era agganciata al marco senza poterselo permettere, dato che l’inflazione in Italia era più elevata che in Germania. Vi ricorda qualcosa? Sì, è esattamente la situazione nella quale siamo oggi, e del resto, per rendersene conto, basta osservare l’andamento del tasso di cambio reale della lira. Vedete? Dopo una fase di stabilità a metà degli anni ‘80, nel 1987 inizia lo Sme credibile, (il periodo nel quale si decise di evitare riallineamenti all’interno del Sistema Monetario Europeo). Agganciare il cambio della lira a quello del marco non era un’ottima idea, perché impediva di compensare gradualmente il differenziale di inflazione, come era stato fatto negli anni precedenti. Non si può fermare il vento con le mani: quello che ci si era impediti di fare gradualmente per motivi sbagliati, lo si dovette fare tutto in una volta, bruscamente, nel 1992, quando la situazione divenne insostenibile. La svalutazione compensò rapidamente il differenziale di inflazione accumulatosi durante lo Sme “credibile”, e l’Italia tornò in surplus. Vorrei chiarire un concetto. I dati della figura non erano segreti. Li possono e li potevano vedere tutti. Come non è un segreto che una valuta può restare sopravvalutata solo se esistono accordi politici che falsino il mercato: tali erano i patti impliciti nello Sme “credibile”. Ma quando, come ricorda Soros, la Bundesbank dichiarò che non avrebbe sostenuto la lira, era ovvio che lo Sme sarebbe morto e la lira precipitata. Attenzione: la lira doveva svalutarsi perché era sopravvalutata, cioè perché accordi politici (lo Sme “credibile”) le avevano permesso di mantenere un cambio non giustificato dai fondamentali. Questo mi pare non sia chiaro al giornalista, che moralisticamente osserva: “la lira rientrò nello Sme a costo di immani sacrifici e a tassi irrimediabilmente falsati”. Ma è esattamente il contrario: la lira uscì dallo Sme perché il suo tasso era falsato da una decisione politica. La responsabilità dell’accaduto è dei politici che presero nel 1987 la decisione di non riallineare più i cambi, e dei banchieri centrali che sostennero tecnicamente questa decisione. Una decisione sbagliata, perché spingendo troppo in alto la lira la esponeva al rischio di cadere. Soros, al più, approfittò dell’errore. Semplicemente, gridò: “il Re è nudo!”, e siccome era veramente nudo, il Re (cioè lo Sme) dovette correre a nascondersi per quattro anni. Quattro anni dopo, nel 1996, rientrare nello Sme non era una buona idea, ma si decise di farlo per motivi che sapete (l’Europa chiamò!). Lo si fece probabilmente a un cambio troppo forte, “falsato”, come dice Occorsio, ma Soros che c’entra? La decisione di rivalutare bruscamente la lira nel 1996, decisione i cui effetti sono evidenti nel grafico, mica la prese lui!? Il declino dell’economia italiana inizia da lì, certo, da quella decisione, ma Soros non c’entra. Notate che comunque al 1996 segue un altro periodo di stabilità, ma dal 2002, anno delle riforme del mercato del lavoro tedesco, il cambio reale dell’Italia ricomincia ad apprezzarsi. Non entro nemmeno nel merito dell’opportunità di queste riforme. Sabato scorso lo faceva l’Huffington Post, spero che crederete adesso a cotanto organo, se non avete voluto credere prima al mio umile blog. Indipendentemente dai giudizi politici, resta il dato economico. Da ormai più di un decennio il cambio reale dell’Italia si sta costantemente apprezzando. L’euro, che all’inizio poteva essere sostenibile, sta diventando troppo pesante per noi, e questo da quando il principale partner commerciale del nostro paese ha deciso di violare l’obbligo di coordinamento delle politiche economiche imposto dall’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. La correzione, prima o poi, arriverà, è nella logica delle cose. Scandalizzarsi una seconda volta perché Soros torna a dire che “il Re è nudo” è un atteggiamento farisaico. Per la seconda volta, il Re (questa volta l’euro), è veramente nudo. Invece di luogocomunisteggiare, cerchiamo di ragionare su come vogliamo correggere questo squilibrio, su cosa ci conviene effettivamente fare, evitando atteggiamenti ideologici e cercando di conformarci alla realtà. Non è stato Soros a far cadere la lira nel 1992, sono stati i governanti europei a spingerla troppo in alto dal 1987, e non è stato Soros a decidere il cambio lira/Ecu nel 1996, sono stati, ancora una volta, i governanti europei. Non deve stupirci che quelli che si scandalizzano siano gli stessi che invertono i rapporti causali, ricostruendo orwellianamente la Storia. Fa parte del gioco. Si sovverte il passato per controllare il presente. Chi vi dice che le cose sono andate al contrario di come andarono, appartiene a chi vi ripete che invece di svalutare è meglio che vi tagliate i redditi, in vario modo, con i famosi “sacrifici”. Liberi voi di credergli. Siamo in democrazia, almeno finché qualcuno non se ne approfitta troppo. Quota 90, per chi se la ricorda, è un terzo esempio di difesa a oltranza del cambio. Pensiamoci su… L'INTERVISTA A SOROS. Francesco Spini per "la Stampa" Ventuno anni dopo, «nessun rammarico». Nel 1992 con il suo fondo Quantum, George Soros portò la lira al collasso, causando una svalutazione del 30% per la moneta tricolore che rischiò di far collassare le finanze pubbliche. Ecco, ventuno anni dopo, seduto a un tavolo di un hotel del centro di Udine dove arriva per ritirare il premio letterario internazionale Tiziano Terzani per il suo ultimo libro sulla crisi, all'interno del festival «Vicino/lontano», non mostra ripensamenti di sorta. «Ai tempi presi una posizione sulla lira perché avevo sentito dichiarazioni della Bundesbank» secondo cui non avrebbero sostenuto la moneta oltre a un certo punto. Nulla di segreto, sottolinea, «si trattava di dichiarazioni pubbliche, non ho avuto contatti personali». E oggi, al ricordo, non usa giri di parole: «Quella fu una buona speculazione». Dopotutto Soros, dall'alto della sua veneranda età - ad agosto saranno 83 anni - non è tipo da nascondersi dietro un dito. «Le crisi finanziarie - attacca - non sono causate dagli speculatori, ma dalle authority che creano regole sbagliate che consentono agli speculatori di porre in essere quello di cui poi vengono incolpati». Invece, a suo modo di vedere, gli speculatori sono semplicemente «messaggeri di cattive notizie». E di cattive notizie è pieno il mondo. Prendiamo l'Italia. La tregua dei mercati, avverte, «non durerà a lungo. Siamo in una situazione lontana dall'equilibrio». L'Italia è in grave difficoltà, dice, anche se «non è senza speranza. Con dei cambiamenti alla struttura dell'euro potrà risolvere i suoi problemi. La grave recessione deriva dalle regole di austerità imposte dall'Europa. Ma non rischia di fare la fine di Cipro». Pesa la crisi politica interna. E aggiunge: «C'è una tragedia dell'Europa e anche una tragedia dell'Italia: la crisi dell'euro sta lavorando per far tornare Berlusconi...». Il punto, secondo lui, è che l'Italia «non è più padrona del suo destino, le politiche non sono più confinate nei singoli stati». La crisi, sottolinea, ha già causato una « d e ge n e ra z i o n e » dell'Europa che era nata come «una associazione volontaria tra eguali», ed è ora trasformata in «qualcosa di radicalmente diverso, in una relazione tra creditori e debitori». E le cose vanno cambiate. Primo problema è «livellare il piano di gioco» tra i paesi in fatto di tassi e accesso al credito, per il settore pubblico e per quello privato, a cominciare dalle Pmi. «Attualmente lo svantaggio delle Pmi per l'accesso ai prestiti ha raggiunto le proporzioni di una crisi nella crisi. Mario Draghi ha riconosciuto il problema: alla Bce stanno discutendo la possibilità di utizzare la banca centrale per risolvere tali problemi» attraverso sistemi di rifinanziamento per le banche. «Io nutro molta speranza sul punto: se le Pmi riusciranno ad avere un accesso al credito ovunque in Europa alle stesse condizioni, sarebbe una svolta epocale». Garantire credito a tutti alle stesse condizioni «comporterebbe una mutualizzazione dei debiti su larga scala. Questo alla fine potrebbe convincere le persone della possibilità, allo stesso modo, di mutualizzare anche i debiti sovrani. Potrebbe essere dunque una via indiretta per arrivare a quella soluzione positiva della crisi dell'euro». Che per Soros significa eurobond e politica fiscale comune. Tanto che, secondo lui, la Bce da sola non basta, «come negli Usa, dove accanto alla Fed c'è il Tesoro, anche in Europa accanto alla Bce serve un'autorità responsabile della politica fiscale». La crisi, insomma, va gestita «a livello europeo» ma «vanno modificati i trattati costitutivi dell'Ue, oggi palesemente inadeguati». Invita tutti a «prendere più sul serio la politica europea» a cominciare dalle elezioni europee del prossimo anno che «saranno molto importanti», confidando nel progetto che punta a far eleggere dal Parlamento il presidente della Commissione. Si vedrà. «La crisi è profonda - sostiene - ma non è e non deve essere l'inizio della fine dell'Europa». L'importante è cambiare strada. «Cresce l'evidenza che le politiche di austerità non funzionano, presto o tardi mi aspetto un'inversione di tendenza. Prima accade, meglio è». Anche perché «l'Europa sta nuocendo a se stessa ed è ormai disallineata rispetto al resto del mondo». Parola di speculatore.

domenica 12 maggio 2013

Governo Letta già al capolinea?

Berlusconi, un governo ai suoi ordini di Antonio Padellaro | 12 maggio Dopo ciò che è successo ieri a Brescia, un governo degno di questo nome dovrebbe cessare all’istante di esistere e il premier dovrebbe altrettanto inevitabilmente dimettersi. Per tre ragioni almeno. Primo: in una piazza spaccata a metà, da una parte i fans azzurri, dall’altra i contestatori grillini e quelli con le bandiere rosse, il “delinquente” confermato in appello per evasione fiscale Silvio Berlusconi ha sferrato l’attacco finale alla magistratura, annunciando che imporrà al governo, che lui controlla, la sua personale riforma volta a neutralizzare l’azione penale e a ridurre i pm al rango di obbedienti funzionari al servizio dei politici. Secondo: Alfano vicepremier e ministro degli Interni e Lupi ministro delle Infrastrutture erano lì, in prima fila, ad applaudire le frasi eversive, malgrado fino all’ultimo il Pdl avesse smentito la partecipazione di membri del governo. Un colpo reso ancora più efficace perché sferrato di sorpresa. Terzo: attorniato dai suoi ministri festanti, il Caimano ha detto, chiaro e tondo, che si deve a lui se questo governo è nato e che solo per generosità non lo farà cadere “con un fallo di reazione” dopo la sentenza Mediaset che l’altroieri l’ha condannato a 4 anni di carcere e a 5 di interdizione dai pubblici uffici. Insomma, con schietta ruvidezza Berlusconi ha finalmente detto ciò che tutti avevano capito: Enrico Letta non conta niente e se non ubbidisce alle disposizioni di palazzo Grazioli – oggi l’abolizione dell’Imu, domani la demolizione della giustizia e della legalità – può tranquillamente tornarsene all’amato subbuteo. Di fronte a tanta insultante arroganza, il Pd riunito a Roma ha reagito con alcuni pigolii e l’unica dichiarazione maschia è di Rosy Bindi. Dopo il suicidio assistito (da Napolitano) del partito, l’Assemblea nazionale è parsa una mesta cerimonia funebre con tanto di esecutore testamentario, l’ottimo Guglielmo Epifani. Non parliamo naturalmente dei milioni di elettori e militanti traditi da un gruppo dirigente desideroso, a quanto pare, di farsi annettere dal Cavaliere. A un certo punto Epifani ha detto: “Abbiamo rischiato di toccare il fondo”. Non è esatto, segretario. Dopo i ceffoni di Brescia, adesso state scavando con buona lena. Il Fatto Quotidiano, 12 Maggio 2013

venerdì 10 maggio 2013

PD.CRACK.

Resistere desistere. di ANDREA FABOZZI, da il manifesto. Non serviva la conferma della condanna per frode fiscale di Silvio Berlusconi, per spiegare al partito democratico con chi sta governando il paese. E non sarà il partito democratico a trarre le conseguenze del pesante giudizio - definitivo nel merito - sulla tenuta dell'alleanza. Deciderà Berlusconi come e quando gli tornerà utile. Sta aspettando la decisione della Corte costituzionale che tra pochi giorni potrebbe inabissare il processo Mediaset e, alle brutte, ha davanti molti mesi prima che la Cassazione dica la parola definitiva. Il Cavaliere passerà dagli strilli alla sfiducia a Letta solo nel momento in cui l'interdizione dai pubblici uffici dovesse diventare una prospettiva concreta, che nel caso è meglio affrontare con la garanzia di un seggio al senato. Perché il precedente Previti insegna: con i numeri giusti nella giunta e in aula anche un'automatismo come l'interdizione può essere rinviato e persino ignorato. Il Pd non si libererà facilmente del suo alleato. E nemmeno dei suoi corollari. Come Capezzone, che i democratici hanno appena contribuito ad eleggere presidente della commissione Finanze. Lui ha ringraziato inaugurando l'incarico con la difesa di ufficio di una frode fiscale. Come lui tutti i berlusconiani di governo e sottogoverno: nel silenzio attendista del capo si sono affannati a proclamarlo innocente, con la solita teoria che chi ha preso dieci milioni di voti non può essere colpevole. Anche se deve restituire dieci milioni di euro di tasse evase. Tutto già visto e sentito, la novità è il silenzio penitente del Pd, terrorizzato dal rischio di nuove elezioni. E allora, forse, anche i democratici hanno preso con favore la nomina a presidente della Cassazione - dove il processo Mediaset sta per approdare - di un magistrato culturalmente affine al centrodestra, ben oltre un invito a cena da Previti. Nello stesso giorno in cui il Pd ha dovuto alzare scheda bianca davanti a un altro vecchio Pm della procura romana «porto delle nebbie», Nitto Palma, da anni fidatissimo di Berlusconi. Quanto potranno resistere, resistere e ancora resistere i democratici con un alleato così? Giusto il tempo di essere pronti alla disfatta.

giovedì 9 maggio 2013

LO SCANDALO DELLE PENSIONI D'ORO.

Ecco quelli delle pensioni d'oro: fino a 90.000 euro al mese. di: Paolo Baroni Pubblicato il 12 dicembre 2011. Il «record dello scandalo» per eccellenza spetta a Mauro Sentinelli (foto), classe 1947, che arriva a quota 1.173.205 euro lordi l`anno. Ovvero 3.259 al giorno. Il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi cumula 30 mila euro/mese di pensione Bankitalia con 4000 euro dell'Inps ed i 19.054 euro dell'indennità da parlamentare. Gli altri nomi. Mauro Sentinelli, classe 1947, che arriva a quota 1.173.205 euro lordi l`anno per la sua pensione d'oro. Un vero scandalo. ROMA - Ci sono contratti e accordi. E poi le leggi, i regolamenti, le intese. Tutto è in regola, per carità. Ma se ci si ferma un attimo a pensare, in alcuni casi, i cosiddetti diritti acquisiti diventano privilegi. In tema di indennità, stipendi, vitalizi e pensioni, negli ultimi tempi è stato scritto (e denunciato) di tutto e di più. Ma ora che si chiede a milioni di pensionati di rinunciare al recupero dell`inflazione e a migliaia di operai ed impiegati di restare diversi anni in più al lavoro la contraddizione prende le fattezze dello scandalo. Dalla «Casta» di Rizzo e Stella, a forza di non fare nulla, odi far finta di intervenire, siamo arrivati alle «Sanguisughe» di Mario Giordano, che nel suo ultimo volume mette in piazza (e alla berlina) tutte «le pensioni che ci prosciugano le tasche». Se ne parla tra la gente, sui blog volano parole grosse, demagogia e populismo vengono sparse a piene mani. Ma questo non toglie che il problema esista. In Parlamento, dove a fatica i presidenti Fini e Schifani stanno facendo marciare il taglio dei vitalizi, l`ultima volta che la questione è stata affrontata è stato tre giorni fa. La Commissione lavoro della Camera ha posto la questione dei trattamenti dei dipendenti degli organi costituzionali e delle Authority. Che non solo benefidano di stipendi ben più alti della norma, ma ancora oggi godono di un regime di assoluto privilegio. Intervento che viene definito «urgente e improcrastinabfie», per affrontare «situazioni di oggettivo privilegio, derivanti da aspetti abnormi del sistema retributivo, anche prevedendo il passaggio al calcolo contributivo prorata». Bankitalia, a stretto giro di posta ha fatto subito sapere che i propri dipendenti sono completamente assoggettati al regime Inps. Dall`ultimo consuntivo del Quirinale, invece, si apprende che già da tempo ai suoi dipendenti si applicano norme più rigide col blocco delle progressioni automatiche ed il taglio degli assegni più alti (5-10% a seconda che si superino i 90 o i 150 mila euro). Nonostante il giro di vite, però, i dipendenti possono ancora andare in pensione a 60 anni con 35 anni di contributi. E comunque ogni anno il Colle incassa contributi per 8 milioni e paga pensioni per 90 (38% del bilancio). Camera e Senato fanno anche peggio. Palazzo Madama, infatti, ogni anno spende per le pensioni circa 182 milioni, 209 la Camera su un budget complessivo oli 1 miliardo. Sulla carta «fermo restando il collocamento a riposo d`ufficio per uomini e donne a 65 anni di età», nel caso del Senato, si può andare in pensione al compimento dei 60 anni se in possesso dei requisiti richiesti, ovvero 20 anni di servizio effettivo e 35 anni di contributi. In più c`è anche la possibilità di anticipare l`uscita a 57 anni, ma «con forti penalizzazioni». E ovviamente ancora tutti col vecchio sistema retributivo. Ora nel suo ultimo resoconto contabile il Senato annuncia «nuove e più restrittive disposizioni» ed anche alla Camera si parla di «inasprimento dei requisiti per il pensionamento di anzianità». Ma l`ultima nota di bilancio non chiarisce assolutamente come si intenda procedere. Più si sale nella scala sociale e più certi trattamenti pensionistici appaiono agli occhi della gente comune scandalosi. La «pensione d`oro» per eccellenza, certifica l`Espresso nel suo ultimo numero, spetta a Mauro Sentinelli, classe 1947, che arriva a quota 1.173.205 euro lordi l`anno. Ovvero 3.259 al giorno. Come c`è riuscito? Sentinelli, scrive Giordano sul suo blog, «quando è andato in pensione guadagnava 9 milioni di euro l`anno e si è avvalso della facoltà di passare dalla gestione speciale del fondo telefonici, che paga i contributi solo sulla retribuzione base, a quella obbligatoria dell`Inps, che prende in considerazione anche le altre voci della busta paga, a partire da benefit e stock option». Legale, regolare, ma scandaloso. Dietro a Sentinelli, un altro «telefonico», Alberto De Petris, classe `43, (653.567 euro lordi/anno) e Mauro Gambaro, classe 1943, ex direttore generale di Interbanca oggi all`Inter, con 665.084. Se poi si alza ancora di più lo sguardo ai palazzi «alti» escono altre cifre stellari. Il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi cumula 30 mila euro/mese di pensione Bankitalia con 4000 euro dell`Inps ed i 19.054 euro dell`indennità da parlamentare, Oscar Luigi Scalfaro, oltre all`indennità di palazzo Madama (19.054) prende 4.766 euro netti al mese dall`Inpdap per avere esercitato l`attività di magistrato per tre anni (dal 1943 al 1946), Lamberto Dini incassa 18 mila euro da Bankitalia, 7000 dall`Inps e 19.054 dal Senato, Giuliano Amato invece cumula 22.048 euro mese dall`Inpdap coi 9.363 che gli da il Parlamento. Quanto tempo fa Lilli Gruber ad «Otto e mezzo» ha osato chiedergli se fosse stato disposto a ridursi la sua pensione d`oro l`ex premier ha risposto piccato: «Non capisco la domanda». E la trasmissione si è chiusa così, nel gelo più totale. Commenta un frequentatore del blog di Giordano: «E se fosse arrivato il momento di introdurre una tassa sulle sanguisughe?».

LEZIONI DAL GRANDE BUFFET.

Buffett: le dieci regole per avere successo di: WSI Pubblicato il 09 maggio 2013. Per il miliardario è fondamentale perseguire i propri sogni, ma in modo concreto, studiando le persone. Alle donne: "non abbiate paura del successo". Nella foto il miliardario americano Warren Buffett. NEW YORK (WSI) - Dalla vita Warren Buffett, il multimilionario di Wall Street, ha avuto tutto. Adesso il guru americano dispensa consigli per avere successo. Lo ha fatto anche nel corso della trasmissione televisiva Office Hours; in questa occasione, l'amministratore delegato del gruppo Berkshire Hathaway, ha lanciato anche una nuova provocazione: ha detto alle donne di smettere di fingersi diverse da quello che sono e di non avere paura di avere successo sul lavoro. 1 Perseguire le proprie passioni La regola numero uno per essere soddisfatti di sè professionalmente è quella di trovare la propria passione. "Non bisogna mai mollare la ricerca del lavoro che ci appassiona", ha detto. "Non dovete mai smettere di cercare di trovare il lavoro che avreste voluto fare se foste stati ricchi. Lasciate perdere la busta paga. Quando riuscirete ad associare le persone che amate a quello che fate, non ci sarà niente di meglio per riuscire nella vita". 2 Scegliere gli eroi giusti "Se mi dici chi sono i tuoi eroi, io ti dirò come andrai a finire. E' veramente importante nella vita scegliere gli eroi giusti", spiega Buffett, definendosi fortunato per aver preso a modello una decina di persone che non lo hanno deluso. 3. Imparare a comunicare in modo efficace Mentre stava seguendo il suo master presso la Columbia University a New York, Buffett ha ammesso che era "terrorizzato dal parlare in pubblico", ma dovette farlo e non andò molto bene. Finiti gli studi, Buffett decise di frequentare un corso per imparare a presentarsi in pubblico. Adesso ammette che quell'esperienza gli ha cambiato la vita. 4. Sviluppare abitudini sane, studiando le persone E' importante, se non fondamentale, scegliere le persone accanto a noi che abbiano le abitudini giuste, ossia che siano allegre e generose. "Se si capisce quali sono le qualità che ammirate nelle altre persone, il passo successivo è chiedersi se quelle qualità le potete sviluppare anche voi. Si può essere determinati, ma non cambiare in tutto se stessi". 5. Imparare a dire no Secondo Buffett è fondamentale avere il controllo del proprio tempo, a patto che non si possa dire di no. Non si può lasciare che le altre persone impostino la nostra agenda nella vita. 6. Non lavorare per qualcuno che non paga abbastanza "Io faccio molto poca negoziazione con le persone. Se fossi una donna e per questo dovessi essere pagato molto meno di qualcun altro, questo mi darebbe molto fastidio. Probabilmente non avrei nemmeno voglia di lavorare lì. Voglio dire, se qualcuno è ingiusto con te, per quanto riguarda la remunerazione salariale, probabilmente lo sarà anche in altro cento modi". 7. Essere coinvolti in aziende in crescita Per fare la differenza sostiene Buffett è necessario capire quali siano le società in grado di farlo e che danno più opportunità rispetto ad altre. 8. Scopri tutto quello che puoi sul tuo settore Buffett dice di leggere sei ore ogni giorno perché crede che la crescita intellettuale aiuterà anche la sua capacità di problem solving. "Sapevo molto di quello che avevo fatto quando avevo 20 anni. Avevo letto molto, e aspiravo ad imparare tutto quello che potevo su questo argomento". 9. Le giovani donne dovrebbero cercare modelli maschili Buffett dice che è importante per le donne avere modelli maschili, perché la maggior parte dei leader di oggi nel mondo del lavoro sono ancora uomini. "Purtroppo questo sembra una ovvietà, ma oggi è ancora vero", conclude. Per poi aggiungere: "Il mondo non è finito, ci saranno ancora decenni davanti a noi, per equilibrare la situazione".