mercoledì 1 giugno 2011

Cosa è successo e cosa ci aspetta



L'ottimismo dell'intelligenza

di BARBARA SPINELLI

SE NON ci fossero state persone come Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, nelle due città malate d'Italia che sono Milano e Napoli, probabilmente non avremmo assistito in diretta alle fine politica di Berlusconi e della sua inaudita magia. Molti elementi hanno contato, e tra questi sicuramente la coalizione divenuta un garbuglio, la cocciuta scommessa di Gianfranco Fini su una nuova destra legalitaria, la smisurata insipienza di un premier che s'aggrappa follemente a Barack Obama come Michele Sindona s'aggrappò negli anni '70 agli amici americani.

Ma il vento più impetuoso viene da altrove, viene da dentro gli animi, è una forza che ha travolto tutti i copioni consueti. Eravamo abituati a dire, con Gramsci, che quel che urge è il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Non è vero. Quel che ha vinto, a Milano e Napoli, è l'ottimismo della ragione: lo sguardo chiaro, veggente, sui tanti segnali degli ultimi anni. Il non possumus di Fini, le onde viola, la manifestazione delle donne il 13 febbraio, irradiatasi da Internet come virus ("Bastava non votarlo", diceva un cartello: è stato preso sul serio). Qualche giorno dopo, al festival di San Remo, il televoto scelse Roberto Vecchioni e anche quello fu un segno.

Alle nostre spalle, ci sono tanti sassolini bianchi che hanno finito col mostrare la via, come nella fiaba di Grimm. Li abbiamo messi noi, cittadini-elettori. Il castello che sembrava granitico, è il popolo sovrano che l'abbatte; lo stesso popolo che il premier usa per affermare un potere illimitato. Un'immensa e tranquilla fiducia di potercela fare, un'intelligenza-conoscenza dell'Italia reale, una voglia di provare alleanze interamente centrate sull'etica pubblica e la legalità, un'estraneità profonda ai partiti dell'opposizione, alle loro élite: questi gli ingredienti che hanno fatto lievitare il pane che abbiamo mangiato lunedì. E il senso che sì, più di Gramsci valeva Pessoa: "Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola". Chi ha ottimismo della volontà, lasciando che la ragione si deprima e inebetisca, altro non gli resta che la volontà di potenza.
L'ottimismo dell'intelligenza apre lo sguardo ai segni - rendendo visibile l'invisibile - entra in sintonia con le mutazioni di una società, resuscita parole diradatesi per malinconia. È possibile ricostruire una Milano accogliente, capitale morale. È possibile strappare il Sud a mafia, 'ndrangheta, camorra, corona unita, cominciando dalla città-Babilonia che è Napoli. Non ci fa paura la paura. Luigi Bersani ha avuto la saggezza (dopo due sconfitte dei candidati Pd: alle primarie milanesi e nel primo turno a Napoli) di presentire che questa primavera italiana lui doveva assecondarla, aiutarla. Come scrive nel suo blog Pietro Ancona, già segretario della Cgil, Bersani s'è mostrato capace di buon senso: "Ha preferito vincere senza essere il protagonista principale, piuttosto che perdere essendolo". Anche questo è ottimismo dell'intelligenza.

Non siamo più invischiati in un Pd che corre da solo, che fa cadere Prodi presumendo di liberarsi della zavorra di Antonio Di Pietro o della sinistra radicale. Che per anni ha avuto come scopo essenziale quello di esser battezzato "riformista" dal finto sacerdote Berlusconi. Pisapia, Vendola, De Magistris guardano al potere senza più complessi: aspirano a prenderlo, con fiducia in sé, nel proprio ragionare, negli elettori. Gli stessi vizi della sinistra radicale (la riluttanza a governare, a pagare il prezzo che questo comporta) si fanno obsoleti e inutili. Crederci, non crederci: questo era il dilemma, se parafrasiamo Amleto. "Se sia più nobile sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli". Sulla bilancia è stata la forza trasformatrice della verità a pesare: forza malinconica forse - disvelatrice di fatti e misfatti - ma non pessimista. I veri giustizialisti sono stati in questi anni coloro che più esecravano i magistrati. Fino a quando non si è condannati in terzo grado, tutto è permesso: gli insulti, le più immorali condotte pubbliche. Gli elettori delle amministrative restituiscono alla politica la sua vera ambizione: quella di agire e correggersi prima che intervenga il magistrato. Quella di non contar frottole, quando la crisi infuria.

C'è infine la crisi, che cambia il vento: un po' come in America quando vinse Obama. I candidati dell'opposizione non si sono accontentati più di dire: "Noi italiani siamo fatti così, c'è poco da fare". C'è invece, a cominciare da sé. Basta legger con cura i dati Istat sull'economia che barcolla, e la chimera dell'Italia immunizzata evapora. Basta scoprire come l'economia di intere regioni stagni, perché pervasa dall'illegalità, dallo sprezzo dello Stato. È molto significativo che a Napoli sia un uomo di legge ("malato di protagonismo", dicevano le sinistre fino a poco tempo fa) ad aver conquistato uno straordinario 65,4 per cento. Tutto quello che sappiamo dei disastri economici causati dalle mafie, o del peso ricattatorio esercitato a Napoli e Roma da persone come Cosentino, gli ottimisti dell'intelligenza l'hanno appreso da indagini giudiziarie preziose. I magistrati sono per Berlusconi brigatisti, cancri, uomini antropologicamente diversi. Ora è antropologicamente diversa gran parte d'Italia. Sarà interessante vedere se anch'essa sarà insultata: come la Consulta, la Costituzione, il Quirinale, la magistratura, l'informazione indipendente.

Nel berlusconiano impero dei segni, tanti s'erano installati: vassalli riottosi, ma pur sempre vassalli. Anche il Pd, quando faceva mancare i propri voti alla Camera; anche Casini, quando approvava la legge liberticida sul fine vita. Scoraggiamento e pessimismo li inchiodavano dov'erano. Un'altra Italia ha fatto scoppiare la bolla dei segni, con la spilla dei buoni argomenti, la mitezza dei candidati, anche con lo scherno: c'è stato un momento, fra i due turni, in cui ha fatto irruzione l'ironia e il banco di Berlusconi è saltato. È stato quando un utente twitter ha lanciato un appello alla Moratti: "Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!". Al che il sindaco: "Nessuna tolleranza per le moschee abusive!". Era una bufala, né Sucate né Puppa esistono. Così come non esistono l'Italia berlusconiana, gli annunci miracolosi del premier. Un'esilarante fandonia ha scacciato la fandonia sempre meno allegra, sempre più cupa, del leader.

Prima o poi la ribellione doveva venire, connettersi al mondo reale. Un mondo dove i giovani, stando all'Istat, sono derubati di futuro: con tassi di disoccupazione superiori di 3,7 punti rispetto alla media europea; con un'emigrazione all'estero in aumento, perché il merito da noi non conta più. Quasi la metà dei giovani occupati è precaria. Quasi un quarto è Neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training). Ora si tratta di vedere cosa l'opposizione farà: come costruirà, dopo aver distrutto. Come si mobiliterà per il referendum su acqua, legittimo impedimento (legalità), nucleare. È un'impresa colossale, dopo anni di crisi negata. Il 24 maggio, la Corte dei Conti ha ammonito: per raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil pari al 60% (per evitare la bancarotta greca, come chiesto dall'Europa), l'Italia dovrà ridurre il debito del 3% all'anno, pari oggi a circa 46 miliardi.

Per Berlusconi, è missione impossibile: a causa del governo infermo, e del populismo. Ma sinistra e altri oppositori ne sono capaci, dopo aver sostenuto in questi anni che Prodi cadde per colpa del rigore? Sono capaci di dire che le tasse non vanno diminuite, che nell'economia-mondo la crescita sarà debole, i sacrifici non comprimibili, l'equità tanto più indispensabile? La strada è impervia. Ma l'Italia forse ascolta oggi parole di verità, se chi le dice avrà l'ottimismo dell'intelligenza, oltre a quello della volontà.

martedì 31 maggio 2011

Ieri finiscono gli anni ottanta




ANNO ZERO

di Massimo Gramellini, da La Stampa



Ieri in Italia sono finiti gli Anni Ottanta. Raramente nella storia umana un decennio era durato così a lungo. Gli Anni Ottanta sono stati gli anni della mia giovinezza, perciò nutro nei loro confronti un dissenso venato di nostalgia. Nacquero come reazione alla violenza politica e ai deliri dell’ideologia comunista. L’individuo prese il posto del collettivo, il privato del pubblico, il giubbotto dell’eskimo, la discoteca dell’assemblea, il divertimento dell’impegno. La tv commerciale - luccicante, perbenista e trasgressiva, ma soprattutto volgarmente liberatoria - ne divenne il simbolo, Milano la capitale e Silvio Berlusconi l’icona, l’utopia realizzata. Nel pantheon dei valori supremi l’uguaglianza cedette il passo alla libertà, intesa come diritto di fare i propri comodi al di fuori di ogni regola, perché solo da questo egoismo vitale sarebbe potuto sorgere il benessere.

Purtroppo anche il consumismo si è rivelato un sogno avvelenato. Lasciato ai propri impulsi selvaggi, ha arricchito pochi privilegiati ma sta impoverendo tutti gli altri: e un consumismo senza consumatori è destinato prima o poi a implodere. Il cuore del mondo ha cominciato a battere altrove, la sobrietà e l’ambientalismo a sussurrare nuove parole d’ordine, eppure in questo lenzuolo d’Europa restavamo aggrappati a un ricordo sbiadito. La scelta di sfidare il Duemila con un uomo degli Anni Ottanta era un modo inconscio di fermare il tempo. Ma ora è proprio finita. Mi giro un’ultima volta a salutare i miei vent’anni. Da oggi si guarda avanti. Che paura. Che meraviglia.

The next step

Comitato di Liberazione Nazionale






Ora c'è l'Italia da liberare!



Non hai capito un cazzo.


Ci sarebbe molta dignità in un piccolo gesto: riconsegnare le chiavi del Paese al presidente della Repubblica, ammettendo – con dignità – d’essere invisi a un popolo stanco. Ma tu che ne sai della dignità della resa? Ci sarebbe molta dignità nei tuoi se...rvi, se solo uno di loro tornasse ad essere libero, e ti dicesse, senza timore di perdere l’oro con cui lo ricopri, che è meglio andare e riconsegnare il paese alla vita. Ma non è cosa per te la dignità, e come un mostro di un qualunque cartone animato, lanci strali di vendetta, minacciando di rigenerarti ancora e diventar più aggressivo e deciso. Preghino a Milano, si preparino a pentirsi a Napoli, che suona così come suonerebbe un avvertimento mafioso. E a Milano c’è chi prega, ora che i comunisti son tornati, e chi implora di metter via i bambini, che non si sa mai, bolliti, diventino concime per le rose nei giardini. Non hai capito un cazzo. Non hai capito che se non fa tanto strano sapere che Michele Misseri, lo zio di Avetrana, è uscito dalla galera, lo fa a noi che siamo qua a roderci perché sappiamo che tu nemmeno ci entrerai mai. Non hai capito che noi – che non siamo delinquenti – rispettiamo la magistratura perché non ne abbiamo timore. Non hai capito nemmeno che a Napoli si è stanchi di camorra e promettere l’ennesimo “piano per il sud”, che significa solo ricompattare la tua alleanza con le mafie, ora che forse un po’ il culo lo stringi, per non essere stato capace di risistemare la camorra al governo di una città che – alla camorra – avrebbe avuto tanto da offrire tra abusivismo edilizio e immondizie. Hanno capito forse al nord i padani, e non certo i leghisti – loro proprio non possono – che se gli industriali sfilano in corteo, avvolti dal silenzio da una stampa alla quale hai imposto la propaganda di Bengodi, poco gli importa di giocare a far finta che il Nord governi, con un ministro e tutto il ministero, magari a portata di schioppo da Malpensa, l’aeroporto che non c’è più, svenduto con tutto un altro pezzo d’Italia agli amici tuoi, sempre gli stessi, quelli che non hanno avuto remore nemmeno a far soldi ballando sui cadaveri degli aquilani terremotati. Hanno capito, forse, che la loro lega sta imparando in fretta da te, a fottersene di loro e gonfiarsi di danaro e potere, da distribuire, sì, ma ai loro parenti e alla loro cerchia di patetici ladroni. Non hai capito un cazzo. Che, per esempio, sarebbe bene che andassi sulle tue gambe, sfoderando l’ultimo inutile sorriso di una bocca che sembra anche quella esageratamente piena di denti, per un popolo che sta scordando il gusto di masticare. Non hai capito che non ne sono rimasti troppi, a non aver capito il tuo stupido bluff, quello di esserti montato solo una mascella mussoliniana, ma di non essere un attore credibile come lui, che almeno la parte del despota la sapeva recitare mandando la gente a morire, e non come te attore d’avanspettacolo, più Ciccio Formaggio che Rambo, che spara barzellette anziché pallottole, ad un popolo che riderà solo, quando finalmente comprenderai che è ora per te di finire come craxi, fuori dall’Italia che anela solo dimenticarsi di te. E sarà patetica la tua fine, perché davvero non hai capito un cazzo: nemmeno che sarà un Bruto qualunque, forse il più miserabile, quello che finalmente ci salverà.

Rita Pani (APOLIDE)

MILANO LIBERATA! IL CLN HA VINTO!

Un Nichi Vendola ispiratissimo ha commentato da piazza Duomo a Milano i risultati del ballottaggio: «Ha vinto l'Italia dell'eleganza e delle passioni sconfiggendo la volgarità del berlusconismo e della Lega», ha detto.

E ancora: «Abbiamo espugnato la capitale del nord, che sembrava il fortino e il bottino per sempre consegnato all'egemonia della destra, ma abbiamo conquistato anche la capitale del sud». Questo, secondo Vendola, vuol dire «che un ciclo si è compiuto. È l'Italia che manda a dire a questa classe dirigente che sono diventati sgradevoli, è sgradevole la volgarità, il tentativo di sfuggire ai problemi del paese».

Quanto ai vincitori, «vince il centrosinistra e un centrosinistra, quello delle primarie. Il berlusconismo e il centrodestra in tutte le sue versioni e sfumature sconfitto. La Lega perde e ridimensiona i propri sogni sull'egemonia della Padania. Il berlusconismo, di fronte all'Italia della precarietà che ha paura del furturo, questa Italia ha mandato davvero un avviso di sfratto».

Un bagno di folla, nessuna telefonata ai politici: «Non ho sentito nessuno, ora è il tempo del popolo, di stare con la gente. Questi intellettuali raffinati della 'magna Padanià che facevano vivere con dolore in questo paese volgare e inaccogliente. Ha vinto l'Italia dell'eleganza e delle passioni», ha concluso Vendola.













domenica 29 maggio 2011