mercoledì 5 maggio 2010

Un pernacchio in rima a Scajola

Mario Pollon Bianchi

Il Cinque maggio di Scajola

da il simplicissimus di ilsimplicissimus2

Ei fu. Siccome ignobile
preso col topo in bocca
stette il ministro immemore...
nella regal bicocca,
così percossa attonita
la terra al premier sta.
Lui folgorante in solio
vide l’affare e tacque
quando con vece assidua
cadde risorse e giacque
di mille inchieste al sonito
risposto mai non ha.
Pieno di servo econcomio
e coraggioso oltraggio
sorge or commosso al subito
sparir di tanto armeggio
e scioglie un dubbio all’urne
che forse non morrà.
Da Imperia a Perinaldo
dall’Armo al rio Oliveto
di quel securo il bancomat
non conoscea l’addebito.
Scoppiò per un palazzo
comprato…si col cazzo.
Fu vera boria?Ai giudici
l’ardua sentenza.

Scajola, il recidivo

LE CASE DI SCAJOLA (FIN DAL 2003...)

di Andrea Cinquegrani [ 04/05/2010] Fonte: www.lavocedellevoci.it



Fin dal 2003 il ministro Claudio Scajola, fresco di dimissioni dal Viminale, aveva qualche problema... di case. Non con vista sul Colosseo, ma nel cuore della Roma Bene, ai Parioli. Ecco l'inchiesta della Voce di febbraio 2003.


"Utilizzo, in modo rigorosamente transitorio, a favore di personalita' istituzionali in relazione all'incarico rivestito”. Cosi', in burocratese, scrive a meta' 2001 il dipartimento di Pubblica sicurezza a proposito di un appartamento nel cuore bene di Roma, via Bruxelles, ai Parioli. 320 metri quadrati, valore catastale che supera il milione di euro, l'immobile fa parte della collezione di mattoni d'oro - 200 appartamenti - che lo Stato ha confiscato al costruttore partenopeo Francesco Rea. Due mesi fa, in clima prenatalizio, arriva il cadeau: destinatario Claudio Scajola, il quale mesi prima, dopo aver lasciato la poltrona di ministro degli Interni, si era visto costretto ad abbandonare anche l'abitazione che gli era stata assegnata, un attico da 400 metri in piazza del Collegio romano. Quale sara' mai, ora, l'incarico rivestito da una simile “personalita' istituzionale”? Quello di coordinatore delle campagne elettorali di Forza Italia. E visto che la primavera si avvicina…

L'IMPERO IMMOBILIARE DEI REA
Da un mistero all'altro, eccoci al gruppo Rea, che ruota intorno a tre sigle, Sbe, Gasbet ed El.Ba. La prima sboccia a Giugliano, dove risiedono i Rea, nel '78, e a inizio anni '90 innesta la quarta, trasformandosi nel giro di pochi mesi da snc in srl e poi in spa, mentre il capitale sociale lievita da 1 miliardo 300 milioni a 3 miliardi 800 milioni, fino a toccare quota 5 miliardi a inizio '92. Dal giuglianese alla capitale il passo e' breve, cosi' a maggio '92 vengono inaugurati gli uffici romani, acquartierati in via Valmaira 75. Un anno di frenetica attivita' immobiliare, poi, improvvisamente, le prime grane. Gli inquirenti passano ai raggi x i vorticosi giri miliardari del gruppo Rea e i nodi vengono al pettine. Ad aprile '94, infatti, l'ufficio misure di prevenzione del tribunale di Napoli, con decreto numero 127, «dispone il sequestro delle quote e dei beni aziendali della societa'» e nomina sia un amministratore giudiziario, Tullio Pannella, che un curatore fallimentare, Giovanni Capasso.
Nel '96 siamo al provvedimento di confisca «in danno di Rea Francesco e nei confronti di Basso Eleonora, Rea Bruno, Rea Giovanni, Iacolare Vincenzo, Palladino Giuseppe delle quote e dei beni aziendali della Sbe spa». Contemporaneamente il numero uno del gruppo, Francesco Rea, viene cancellato dai registri della Camera di commercio - dal cosiddetto Rec - per la «perdita dei requisiti morali». Nel frattempo dalla settima sezione del tribunale di Napoli viene ufficializzato il fallimento e subentra un altro curatore, Alfonso Di Carlo. Eccoci a giugno '97, quando l'ottava sezione della Corte d'Appello di Napoli, ufficio misure di prevenzione, conferma il sequestro delle quote e dei beni aziendali di Sbe. Il provvedimento diventa irrevocabile alcuni mesi dopo, il 26 gennaio '98.

LE MAGNIFICHE TRE
Costituita nel 1979 sempre a Giugliano con 90 milioni di capitale, Gasbet e' invece una sorta di finanziaria, occupandosi della «vendita di titoli di stato, titoli azionari, obbligazionari, nazionali ed esteri», nonche' curando la gestione di «fondi di investimento nazionali ed esteri». Anche Gasbet, sul finire degli anni ottanta, si affaccia sul mercato romano, aprendo una sede nella capitale, in via Castelporziano. Dopo alcuni anni col vento in poppa, la societa' ha cominciato a segnare il passo tanto che l'onnipresente Francesco Rea nel ‘93 ha pensato bene di metterla in liquidazione. Non passa neanche un anno che e' costretto a cedere il timone ad un amministratore giudiziario nominato dal tribunale di Napoli, Stefano Cola, cui e' stato subito affiancato il curatore fallimentare, Giovanni Capasso.
Eccoci infine ad El.Ba. (50 milioni di capitale e sede legale in via Santa Brigida 16), l'immobiliare dedicata nel '90 dal premuroso Francesco alla consorte, Eleonora Basso, subito nominata amministratore unico. Una carica che, purtroppo, puo' ricoprire per appena quattro anni. Ad aprile '94, infatti, come una mannaia arriva il decreto numero 127, cui fanno seguito il sequestro, la nomina di Pannella e Capasso, quindi la confisca. Insomma, lo stesso copione.
Ma vediamo chi sono gli azionisti delle tre sigle. Sbe e' una perla tutta di famiglia, con 3 miliardi e 200 milioni di vecchie lire nelle mani del padre Francesco, mentre tre identiche quote, da 600 milioni ciascuna, sono detenute dalla moglie Eleonora e dai figli Aniello e Carmine. Identico il parterre di Gasbet: 45 milioni di quote per Rea senior, 15 a testa per consorte e rampolli. Passiamo ad El.Ba., che vede in prima fila ovviamente Eleonora, con l'80 per cento delle azioni, mentre il restante 20 per cento e' suddiviso fra Vincenzo Iacolare e Lucio Visciano. Titolare di un avviatissimo studio di commercialista in via Santa Brigida, a Napoli, Visciano e' marito di Fiorella Cannavale, avvocato e curatore fallimentare tra i piu' gettonati al tribuale di Napoli.
In una polemica al calor bianco fra Alma Manuela Tirone e Fiorella Cannavale - curatore di alcune aziende dopo il crac della dietologa (assolta su richiesta dello stesso pm dopo dieci anni di calvario) - i pubblici ministeri Aldo Policastro e Giuseppe Narducci hanno cosi' descritto i rapporti Rea-Visciano: «Non pare agli scriventi che ogni professionista, in questo caso il marito della Cannavale, Lucio Visciano, che abbia per cliente un imprenditore ritenuto camorrista, in questo caso Rea Francesco, debba ritenersi a priori sospetto. Tra l'altro Visciano assisteva legittimamente il Rea negli incontri con l'amministratore del patrimonio del Rea, nominato dal tribunale per le misure di prevenzione di Napoli. Ne' dalle conversazioni si evince tra il Visciano e il Rea un rapporto di tipo diverso da quello che intercorre tra un professionista e un ‘buon' cliente”».

SOCIO O NON SOCIO?
Replica Tirone, in un'istanza inoltrata al procuratore capo Agostino Cordova: «Lucio Visciano e' l'uomo di fiducia del gruppo Rea, ma non solo, egli e' socio della El.ba. spa insieme alla moglie del signor Rea e al signor Iacolare; questa societa' e' la piu' importante del Gruppo, e' un'immobiliare con sede a Roma che costruisce imponenti complessi. Viene confiscata ma, stranamente, mentre tutti i soci sono sottoposti a confisca e fallimento in proprio, il Visciano viene ignorato, sia in sede penale che in sede fallimentare».
Commentano alcuni in tribunale: «e' una vicenda delicatissima. In questo caso, comunque, non si tratta del professionista che svolge attivita' di consulenza per un camorrista o presunto tale. Si tratta ne' piu' ne' meno che di un socio in affari, quale risulta essere dalle visure e dai documenti presso la Camera di commercio. Ed e' strano che un socio non abbia seguito lo stesso destino dei suoi partner». I misteri della settima…

lunedì 3 maggio 2010

La finanza mondiale sequestrata dalla speculazione



L'INNESCO DI UNA CRISI SISTEMICA

- di Pino Cabras -




Con il precipitare della crisi greca si confermano le analisi di chi non era compromesso con la propaganda o con i pii desideri. La crisi si colloca nel solco di una crisi molto più vasta, una crisi sistemica. Si poteva comprendere da subito. Chi ha causato la crisi, ossia il sistema bancario ombra, punta ancora ai soliti suoi superprofitti, soverchiando i poteri collocati più alla luce del sole.

I giganti della speculazione di Wall Street sanno che il dollaro, l’architrave della finanza mondiale, dovrà cedere, perché allo stato è impossibile rifinanziare la valanga di titoli del debito pubblico statunitense che verrà a scadere fra pochi mesi. Perciò va fatta crollare l’alternativa monetaria disponibile, l’euro, e creare un bisogno forzoso ed estremo di dollari.

Nel frattempo, con i meccanismi delle "profezie che si autoadempiono", da loro dominati attraverso spaventose entità criminali (le agenzie di rating), gli speculatori decidono i tempi e i modi dei crolli, su cui hanno scommesso montagne di soldi con la certezza – a breve – di vincere.

Lo schema somiglia al crollo del 2008-2009. Allora affossavano le banche, che sapevano gravate di scommesse impossibili su debitori insolventi. Ora affossano gli stati sovrani, che sanno esposti verso trucchi creati dagli stessi speculatori e verso piramidi di debiti fuori controllo. Ecco Standard & Poor's , Moody's e Fitch a decidere ancora quando un titolo deve andare all’inferno.

Se ne fregano di avere una pessima reputazione e di non essere attendibili agli occhi di chi usa la ragione per valutare la loro “oggettività” nelle valutazioni. I meccanismi legali sono inesorabilmente dalla loro parte. La Banca Centrale europea non può acquistare i bond spagnoli o greci se il loro rating non raggiunge una certa soglia. Così, chi decide il rating può decidere quando e come far cadere i pezzi di un sistema. Stati interi.

E questo gioco da padroni dell’universo è condotto dagli speculatori non solo a dispetto di ciò che abbiamo chiamato reputazione, ma perfino nonostante le inchieste del Congresso, della Sec e della Fed. Così, per capire quali sono i veri “poteri forti”.

L’annuncio delle facce di bronzo di Goldman Sachs e JP Morgan Chase è che non si parla più di 45 miliardi di euro per salvare Atene, ma di almeno 600 miliardi di euro per salvare il “Club Med” dell’euro. Una cifra superiore a quanto dissanguò le casse Usa per impedire il collasso totale nel 2008, quando i contribuenti furono salassati per 700 miliardi di dollari, una parte dei quali allegramente finiti nei bonus dei “Masters of Universe”.

Con l’uso di titoli derivati "credit default swaps" (Cds), la speculazione anziché assicurarsi contro la bancarotta (problema di medio termine), vi ci punta direttamente per guadagnarci subito, creando contagio finanziario, di cui non avverte la minima responsabilità. Nella sua ottica, questi al momento saranno problemi insolubili delle banche europee.

Lo ricorda Federico Rampini su «la Repubblica» del 29 aprile 2010: «Un'inchiesta del Department of Justice accusa i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Grenlight, Sac capital) di aver concordato un attacco simultaneo all'euro, in una cena segreta l'8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell'euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Con Goldman Sachs e Barclays in buona vista nelle cronache su quelle grandi manovre.»

La grande finanza anglosassone sta decidendo che gli europei saranno divisi in nordici e sudici. Noi sudici a ciucciarci il default, da subito.

In realtà anche la Gran Bretagna è seduta su una voragine di debiti e bugie contabili, che si rinvia il più possibile, almeno a dopo le elezioni politiche.

E sullo sfondo, irrisolvibile con gli strumenti ordinari, c’è il nodo più grosso, gli USA.

Tanti Stati, non solo i PIGS mediterranei, per coprire i debiti e le scadenze, avranno scelte estremamente costose da fare: aumentare le imposte, scatenare l’inflazione per ridurre il peso del debito, altrimenti fare bancarotta. Quel che è peggio, queste situazioni possono addirittura arrivare in contemporanea, anche negli Stati Uniti.

La politica sarà investita naturalmente da tensioni e novità di enorme portata, che spazzeranno via interi sistemi.


http://www.megachipdue.info/tematiche/kill-pil/3617-linnesco-di-una-crisi-sistemica.html

Barbara Spinelli ci spiega il binomio Germania/Spagna

Malinconie tedesche



BARBARA SPINELLI

Con il passare delle settimane, si è diffusa un’opinione malevola sulla Germania di Angela Merkel e sul suo modo di affrontare la crisi greca. Se ci sono state tante esitanti lentezze nel decidere, se l’aiuto di cui Atene ha bisogno è passato in due settimane da 45 miliardi di euro a oltre 100, se altri Paesi barcollano (Portogallo, Spagna) è perché il governo tedesco non sarebbe capace né di sguardo lungo, né di mosse rapide. Perché dipenderebbe dai sondaggi d’opinione, e si sentirebbe molto più minacciato dall’imminente voto in Renania-Westphalia che dal crollo di Atene e perfino d’Europa. Angela Merkel non avrebbe la stoffa di un grande leader che trascina, convince i connazionali, pensa in grande come seppero farlo Adenauer, Brandt, Kohl.

Impaurita dalla crisi, e dalla prospettiva di finire nel gorgo assieme ai più deboli dell’Unione, il Cancelliere ha infine preso la decisione di soccorrere Atene e di prendere in mano il destino dell’euro. Ma lo ha fatto con fatica, quasi a malincuore, pensando e dicendo che in fondo fu sbagliato imbarcare nell’euro Paesi poco affidabili. Una sorta di malinconia minaccia di sommergere i governanti tedeschi, fatta di paura dell’impopolarità, di diffidenza istintiva verso il mondo esterno, e di quella singolare forma d’orgoglio che li spinge a rifiutare, in Europa, l’esercizio di una guida politica decisa. Il cancelliere Schmidt lo ripeteva spesso, con l’altezzosa modestia che lo caratterizzava: «Geopoliticamente pesiamo e vogliamo pesare quanto la Svizzera». La storia della doppia crisi greca ed europea è, al contempo, la storia della difficile uscita della Germania dalla malinconia. Della lenta, insicura gestazione di un Paese che accetta di guidare l’uscita dalla crisi ricominciando a credere nell’Europa.

Non è un’impresa semplice, perché la malinconia ha radici possenti e antiche. In parte è un’accidia comune a molti europei: di continuo, l’Unione li costringe a toccare con mano il doppio limite che essa fissa alla sovranità degli Stati e alla sovranità del voto popolare, quindi alle democrazie nazionali. In parte è un’accidia specifica che suscita nei tedeschi il desiderio di ritrarsi, di occuparsi prioritariamente dell’ordine in casa propria. Non tutte le critiche mosse alla Merkel sono errate, in questo quadro. Spesse volte il breve termine e i sondaggi sono per lei più importanti della visione lunga: due terzi dei tedeschi osteggiano i salvataggi di Paesi in difficoltà, e questo conta nel suo giudizio. A ciò si aggiunga un senso di superiorità morale mal dissimulato: nei giornali come nei discorsi politici, i Paesi deficitari sono chiamati peccatori, e peccato è il nome dato all’indisciplina di bilancio. Intanto cresce in Germania la stanchezza d’Europa: non è irrilevante che il Cancelliere, provenendo dall’Est tedesco, sogni come altri europei orientali (come il ceco Vaclav Klaus ad esempio) una sovranità nazionale che si condivide avaramente. Alcuni difetti tedeschi sono difetti di molti politici europei: la fiducia nei mercati e nelle agenzie di rating non pare diminuita, malgrado la crisi del 2007-2009. Altri difetti sono tedeschi: fra questi la nostalgia del marco, non estinta.

Ma la Germania è anche un Paese che ha appreso l’arte di uscire dai malesseri scommettendo prima di altri sull’Europa e sulla limitazione delle sovranità. I suoi politici più sapienti hanno sempre saputo che nessuno spleen nazionale è superabile, se non si va alle sue radici e non lo si combatte con la costruzione europea. Non stupisce che chi in questi giorni ha più lavorato in questa direzione sia un uomo politico che contribuì alla nascita dell’euro, dopo la caduta del Muro: Wolfgang Schäuble, per anni considerato il delfino di Kohl, oggi ministro delle Finanze, medita da decenni sulle paure tedesche e su come queste paure possono, attraverso l’Unione, equilibrarsi e calmarsi.

Vale dunque la pena risalire indietro nel tempo, se si vuol capire la Germania, e rievocare il cammino della moneta unica. Un cammino iniziato prima della riunificazione. L’appello del partito democristiano all’unione monetaria risale al 1984. Nel 1988, il deputato Cdu Gero Pfennig annuncia: «I francesi hanno cominciato una trattativa con noi: la sicurezza militare contro la sicurezza monetaria». Dopo l’89 il progetto si affina, e se l’euro vede la luce lo si deve a Kohl e al francese Mitterrand: alla loro tenacia, alla resistenza che ambedue oppongono a tutti coloro che temono il sacrificio delle monete nazionali.

Il sacrificio era duro soprattutto per la Germania, uscita dall’ultima guerra con una sovranità dimezzata, con un Paese diviso, con lo sguardo del mondo puntato non sempre benevolmente sulla sua nascente democrazia. Il marco era divenuto lungo gli anni l’equivalente della bandiera classica, che i tedeschi non potevano e non volevano più sventolare con la baldanza di prima. Il patriottismo si condensò nell’icona del marco. Un patriottismo non autarchico, ma assai fiero della propria forza.

Si può dunque immaginare cosa rappresentò, per la nazione tedesca, rinunciare nel 1999 alla sovranità monetaria. La riunificazione divenne legittima grazie a questa rinuncia, e Mitterrand non esitò a presentarla come laccio che imbrigliava il nuovo colosso tedesco. Una visione che la classe dirigente tedesca accettò, ma a denti stretti. Una parte della socialdemocrazia scalpitava. La Banca centrale tedesca resistette fino all’ultimo.

È il motivo per cui i più europeisti in Germania, da Kohl a Schäuble, puntarono sulla moneta unica ma vollero completarla con un potere politico europeo. L’euro non doveva essere che un inizio: proprio perché la rinuncia al marco era stata una tribolazione, e perché in caso di crisi future avrebbe potuto suscitare nei tedeschi risentimenti e disillusioni, i governanti tedeschi si aspettavano dall’amicizia con Mitterrand qualcosa di più fortemente europeo: una democratizzazione delle sue istituzioni, un potere più vasto dell’Unione. Il massaggio era chiaro: una moneta senza Stato poteva affermarsi, ma alla lunga non avrebbe dato né pace ai tedeschi, né stabilità all’Europa. L’euro aveva un difetto grave: era visto come un armonioso approdo finale. Quello che allora pareva impensabile - la bancarotta di uno Stato - non era contemplato, così come non era contemplato l’esplodere nei tedeschi del risentimento. La moneta senza politica fa oggi fallimento.

Fu in quell’epoca, nel 1994, che Schäuble elaborò un piano assieme a Karl Lamers, consigliere di politica estera. In esso si preconizzava l’istituzione, accanto all’euro, di un’unione politica ristretta e potente. In particolare, Berlino proponeva a Parigi la messa in comune delle forze militari, in modo che anche la spada, oltre che la moneta, divenisse sovrannazionale. «In nessun caso siamo disposti ad accettare che la nave più lenta arresti lo sviluppo dell’Unione», disse Kohl in difesa del piano. Nel testo Schäuble scriveva: «Difendere se stessi è il nocciolo duro di qualsiasi sovranità. Questo deve valere per gli Stati dell’Unione europea: solo in comunità essi possono mantenere la propria sovranità».

Il piano Schäuble-Lamers fallì per colpa della Francia. La risposta di Balladur, premier conservatore di Mitterrand, fu negativa. Sarkozy, allora portavoce del governo, accusò i tedeschi di «inaudita brutalità» verso i Paesi non invitati nel «nucleo stretto». Non era la prima volta che Parigi bloccava sul nascere un progresso decisivo dell’Unione. Era già accaduto quando venne affossata, nel 1954, la Comunità europea di difesa.

Qui hanno la loro radice le nuove ansie della Germania, le sue nuove diffidenze verso l’Europa. Qui la forza frenante che s’impersona nella sua Corte Costituzionale. Qui la scarsa leadership europea che esercita Angela Merkel. Perché la vecchia scommessa di Schäuble riprenda il suo cammino occorre non solo che la Germania ricominci a pensare l’Unione, ma che tutta l’Europa - Parigi in testa - ripensi se stessa e le difficoltà tedesche. Le grandi crisi sono l’occasione perché questo possa accadere.

Dove va la sinistra



Quando Comunismo fa rima con Berlusconismo



La Federazione della sinistra è nella bufera. L’uragano “poltroncina” si è abbattuto su di essa. E sinceramente è una novità (ma non una sorpresa) vedere che pezzi di ideologia si scannino, non per nobili motivi, ma per un assessorato. Toh! Il Berlusconismo ha contagiato anche loro. Unanimismo, Centralismo democratico, i contenuti che vengono prima delle persone, appaiono ormai slogan privi di qualsiasi riferimento con la realtà dei fatti. Non ci si affronta sui nodi del programma regionale; il quadrilemma è Vinti, Goracci, Stufara e Mascio. L’oggetto un posto nell’esecutivo. La crisi elettorale si è immediatamente trasformata in crisi politica. Ed è successo proprio in uno dei luoghi, L’Umbria, dove la “resistenza” dei comunisti è stata una delle migliori d’Italia. Non è un caso. E’ avvenuto dove ancora c’è un po’ di “ciccia” da mettere al fuoco. Le ragioni vengono da lontano. Il partito della Rifondazione Comunista, ai suoi esordi, era un progetto, un cantiere aperto che sfidava il “mare aperto”, sconosciuto e navigato senza bussola, degli ex compagni, fuggiti dal marxismo, per non finire sotto le macerie del muro di Berlino. Un progetto che aveva raccolto anche un discreto gruppo dirigente. Il Professor Renato Covino, I Caponi (Padre e figlio), Katia Bellillo, un sindacalista emergente della Cgil come Zuccherini e gran parte dell’ “Intellighenzia” di sinistra”, proveniente dal mitico circolo Carlo Marx, che non era rientrata nel Pci, ma che ha sempre svolto ( e ancora svolge con Microposis) un ruolo di primo piano nelle cose della sinistra umbra. Nonostante alcuni scricchiolii interni le prime elezioni regionali, quelle del 1995, furono un trionfo. Il Prc ottenne l’11%. Non solo, per la prima e unica volta l’area Pci ottenne la maggioranza assoluta. Una cosa che non era riuscita nemmeno al mitico Pietro Conti, che si fermò a 15 consiglieri su 30. Da lì, vicende nazionali e regionali hanno determinato un lento, ma inesorabile declino, fino all’imbarbarimento odierno. E’ stato principalmente l’effetto dell’avvento del “massimalismo socialista” di Bertinotti. Liti, tensioni, scissioni che hanno dato il via ad una interminabile concorrenza tra le varie anime. Concorrenza che, incredibilmente, continua anche oggi su facebook, dove le dispute tra “compagni” viaggiano al suono degli insulti. Piano, piano nel Prc è andata scomparendo l’anima e la cultura del Pci. Ai posti di comando sono saliti esponenti provenienti da Democrazia Proletaria e da altre formazioni di estrema sinistra. Quelli che in modo dispregiativo venivano etichettati come “gruppettari” sono diventati a Roma come a Perugia, il gruppo dirigente del principale partito comunista del paese. La fuga nel Pcdi di gran parte della tradizione non ha cambiato l’esito di un evidente processo di declino. Quello non è stato mai un partito, ma solo un simbolo. I suoi scarsi consensi non sono dovuti alla sua politica o ai suoi dirigenti, ma al fatto che “falce martello e stella su bandiere”, valgono ancora due punti percentuali. La nostalgia ha ancora i suoi fan. L’ingresso della sinistra extraparlamentare nel salotto della politica non ha minimamente inciso sulle politiche del centrosinistra, ma ha inciso sui comportamenti. Piano piano anche il Prc si è adattato alle regole dominanti. La divisione del potere non è stato più un argomento tabù, ma una pratica da incoraggiare. Se andate a riprendere la storia della nostra regione vi accorgerete che le rotture a sinistra, non sono mai avvenute sui provvedimenti adottati, ma su cose come “il riequilibrio” degli incarichi. Una parolina che, nelle scorse legislature, ha spaccato la Giunta Regionale, portando i suoi effetti fino alla Giunta Provinciale di Perugia. Un terremoto che si è concluso non con un cambio di obbiettivi, ma con l’ascesa di Mauro Tippolotti alla Presidenza del Consiglio Regionale. Gli affondi sui contenuti sono stati, appunto, “contenuti”. Con contraddizioni palesi. A Perugia di giorno il Prc permetteva all’esecutivo di richiedere soldi agli inquilini che vivevano nelle zone di edilizia popolare e la notte, andava per condomini ad organizzare la rivolta contro il comune. Stessa cosa per inceneritori o altri argomenti di indubbio valore sociale e politico. Ma tutto questo non ha mai dato esito a clamorose dimissioni o ad uscite dalle Giunte. Segno evidente che la perdita di qualche assessorato aveva un valore maggiore della battaglia politica. E di pari passo con questo atteggiamento è avvenuto anche il cambiamento dei costumi interni. Le battaglie tra esponenti sono diventate la norma e non una eccezione. Goracci contro Caponi, tutti contro Zuccherini, Vinti contro Goracci e Tippolotti, Stufara e Goracci contro Vinti ecc. E, come si evince dai nomi, è maturata anche la cultura dell’inamovibilità dei dirigenti. Salvo rare eccezioni, alcune delle quali anche interessanti per risultati e competenza come Giuliano Granocchia, a contendersi i posti che contano sono, da diversi anni,le stesse persone. E gli elementi legati alla difesa di una presunta rendita di posizione, hanno anche fortemente inciso su tutti i tentativi massi in piedi per cercare di creare un partito “a due cifre” alternativo alla cosiddetta sinistra di Governo (che poi tanto di governo non è visto che sta, per la maggioranza del tempo, all’opposizione). La pretesa egemonica di Rifondazione sulle altre formazioni ed esperienze, la sua chiusura a tutte le novità emergenti, hanno inciso, in larga parte, alla formazione della babele che oggi caratterizza la sinistra italiana. Chiunque, quindi, la spunterà tra Vinti, Goracci e Stufara, non cambierà lo stato delle cose. Il Prc, più che dividersi sulle persone, dovrebbe prendere atto della fine di una esperienza e avviare un processo nuovo. Rinchiudersi nella ridotta di Ferrero all’ultimo congresso è stato un errore “blu”. Eppure questa formazione ha energie, esperienze, competenze e un radicamento territoriale che possono essere utilissimi alla ricostruzione della sinistra. Anzi senza di esse è perfino superfluo parlare di “rifondazione”. Ma non è certo con un segretario che “abbaia alla luna” e con lo spettacolo “umbro” di questi giorni che si prepara una simile svolta. Per far concorrenza al Partito Democratico non si può fare come (o peggio) del Pd. A parità di condizioni “il richiamo della foresta” e la legge del più forte vincono sempre. E continuando di questo passo, senza novità, senza cambi di rotta finiranno presto anche le contese. Perché non ci sarà più niente da contendere.

QUE VIVA LA GEOTERMIA!

Geotermia: il calore della terra entra nelle nostre case

- di Virginia Greco -


Fonte: www.terranauta.it




Il sottosuolo terrestre rappresenta una ricca e pressoché inesauribile fonte di calore che può essere sfruttata per la climatizzazione degli edifici. Si tratta della geotermia a bassa entalpia la quale è ancora poco nota e scarsamente diffusa in Italia. Essa rappresenta invece una straordinaria opportunità di risparmio economico e tutela ambientale.

Il calore terrestra ha origine nella crosta e nel mantello del pianeta in seguito al decadimento radioattivo di alcuni elementi che compongono tali strati

Se state edificando una nuova abitazione o ristrutturandone una già esistente, potreste pensare di optare per un sistema di riscaldamento a geotermia. Impianti di questo tipo sono ancora poco diffusi in Italia, prevalentemente per carenza di informazione a riguardo e perché è facile lasciarsi spaventare dalla portata dell’intervento iniziale di installazione. Eppure si tratta di una soluzione sorprendentemente conveniente sul piano economico, oltre che ottimale a livello ecologico.

In realtà l’Italia è il Paese ove l’energia geotermica è stata per la prima volta utilizzata a fini industriali ed è tuttora uno dei principali produttori di energia geotermolettrica. Si tratta però di impianti che impiegano il calore del sottosuolo per produrre energia elettrica nelle centrali: vapore ad alta temperatura aziona delle turbine meccaniche. Diverso è il discorso della geotermia quale fonte per la regolazione della temperatura degli edifici.

Occorre, infatti, fare distinzione tra i diversi modi in cui si può sfruttare il calore terrestre (“geotermia” appunto). Esso ha origine nella crosta e nel mantello del pianeta in seguito al decadimento radioattivo di alcuni elementi che compongono tali strati; successivamente esso viene trasferito verso la superficie terrestre mediante movimenti convettivi ascensionali del magma o di acque profonde. Da qui segue la nascita di molti fenomeni come le eruzioni vulcaniche, le sorgenti termali, i geyser e le fumarole.

In virtù di tali fenomeni naturali, nella maggior parte delle aree del nostro pianeta le rocce hanno una temperatura di circa 25-30°C ad una profondità di 500m e arrivano a 35-45°C a 1000m. In alcune regioni, poi, condizioni geologiche particolari (come la presenza di una crosta più sottile, di fenomeni di vulcanesimo o fratture tettoniche) fanno crescere le temperature a tale profondità fino a 200°C e oltre.

Ovviamente si tratta di profondità notevoli e quindi inaccessibili, ma l’azione dei fluidi geotermici presenti nella crosta terrestre fa sì che al di sotto di soli 15-20m si abbia una regione, chiamata zona di omotermia, in cui la temperatura è già discretamente elevata e stabile, ossia del tutto indipendente dalle variazioni climatiche locali e stagionali.

L’Italia è il Paese ove l’energia geotermica è stata per la prima volta utilizzata a fini industriali ed è tuttora uno dei principali produttori di energia geotermolettrica

In Italia la zona di omotermia ha una temperatura compresa tra i 12 e i 17°C, a prescindere dalle differenze di struttura rocciosa, stratigrafia e assetto geologico presenti nella nostra penisola.

Il calore naturale proveniente dal sottosuolo può essere sfruttato, come già affermato, per generare energia in grandi centrali elettriche: in tal caso si parla di geotermia ad alta entalpia (di questa e dei suoi effetti pericolosi parleremo in un prossimo articolo).

Si può però impiegare questa risorsa terrestre direttamente come fonte di calore, o meglio come riferimento termico dal quale attingere calore per il riscaldamento di edifici in inverno o al quale cedere quello “in eccesso” nella stagione estiva. Il suolo terrestre può infatti assorbire facilmente tali variazioni, divenendo un vero e proprio serbatoio di caldo o freddo (a seconda della temperatura esterna con il quale lo si confronta). Questo seconda formula è definita geotermia a bassa entalpia.

Come sfruttare la geotermia per il condizionamento dell’aria negli edifici?

Per farlo occorre realizzare opportuni impianti i quali si compongono di tre elementi: le sonde geotermiche, la pompa di calore e le strutture di distribuzione.

Le sonde sono rappresentate da tubi fatti generalmente di polietilene, collocati nel sottosuolo e attraversati da un fluido vettore (acqua con eventuale aggiunta di additivi). E’ in esse che si realizza lo scambio termico: il liquido attraversa il terreno scendendo fino alla profondità desiderata dove acquisisce la temperatura ambientale locale, cioè assorbe calore oppure ne cede a seconda della temperatura di partenza (vale a dire quella superficiale). Al che esso risale lungo i tubi di ritorno e porta all’esterno la temperatura acquisita.

Le sonde possono essere verticali, ossia coppie di pali infissi nel terreno per mezzo di perforazioni di lunghezza compresa tra 50 e 300m (ma mediamente 100-150m); oppure orizzontali, in tal caso si va ad una profondità minore ma si installano grosse serpentine o pettini di tubi. Se quest’ultime sono senza dubbio meno costose, di contro richiedono la disponibilità di spazi maggiori e, soprattutto, sono meno efficienti. Infatti, più si va in profondità, più stabile è la temperatura, inoltre si “guadagna” qualche grado (superati i primi 15-20m di profondità, si ha un incremento di 1°C all’incirca ogni 30m).

Una volta che il liquido contenuto nei tubi risale in superficie, entra in gioco la pompa di calore: essa è in grado di raffreddare o riscaldare ulteriormente il fluido, fino a condurlo alla temperatura finale desiderata. Ovviamente questa operazione, che sfrutta lo stesso principio impiegato nei frigoriferi (ossia il secondo principio della termodinamica), comporta l’impiego di energia elettrica. Ma la differenza di temperatura da coprire in questo caso sarà molto minore rispetto a quella esistente in origine, vale a dire quella tra l’ambiente esterno e l’interno dell’abitazione. E dato che l’energia elettrica impiegata è proporzionale all’intervallo da percorrere, l’uso della geotermia comporta un grossissimo risparmio.

Le sonde sono rappresentate da tubi fatti generalmente di polietilene, collocati nel sottosuolo e attraversati da un fluido vettore. E' in esse che si si realizza lo scambio termico

Il terzo elemento della catena è rappresentato dalle strutture di distribuzione del calore. L’impianto geotermico è generalmente affiancato da soluzioni di distribuzione diffuse nell’edificio, ossia grandi pannelli installati sotto il pavimento, le pareti e/o il soffitto. Meno indicati sono i radiatori. Quelli classici, impiegati dalla maggior parte degli altri sistemi di riscaldamento, operano a temperature molto elevate (fino a 70°C), in quanto sono localizzati in alcune zone della casa, dalle quali il calore deve raggiungere le aree più lontane dal radiatore. Gli impianti diffusi, invece, possono essere tenuti a temperature di 20-30°C, in quanto agiscono su superfici estese. Ciò significa che mentre per questi ultimi la pompa di calore ha poco lavoro da compiere, per i primi la faccenda è ben più onerosa e comporta un dispendio di energia elettrica che rischia di vanificare i vantaggi della soluzione geotermica.

Ciò fa sì che la climatizzazione da calore del suolo sia particolarmente indicata per edifici di nuova costruzione o nei quali si stiano rifacendo gli impianti. In caso di sistemi pre-esistenti, alcune aziende propongono modelli si radiatori ad alta efficienza che, se sostituiti a quelli classici, riescono ad operare a temperature non troppo alte, così da rendere la soluzione geotermica comunque praticabile.

La realizzazione di un impianto di tal tipo deve naturalmente essere preceduta da studi di fattibilità che analizzino la struttura geologica dell’area di interesse, nonché indaghino la collocazione di altri impianti o servizi sotterranei.

L’eventuale presenza di falde acquifere non pregiudica l’installazione delle sonde geotermiche. Al contrario, se vi è disponibilità di acqua sotterranea per la prossimità di falde freatiche o di laghi o altre sorgenti, si può pensare di far uso diretto di essa quale fluido vettore di calore. Saranno ovviamente necessarie due perforazioni, una per portare l’acqua alla pompa di calore ed una per restituirla al sottosuolo. Limitazioni a tale tipo di impianti sono però poste nel caso in cui da tali sorgenti sia prelevata acqua per altri scopi (ad esempio agricoli).

Occorre inoltre sapere se la regione è fortemente esposta a fenomeni sismici e di movimenti tettonici, perché le sonde potrebbero venire danneggiate dopo l’installazione (ovviamente questo problema sussiste prevalentemente per i tubi infissi in verticale fino a grandi profondità).

Secondo le indagini condotte dall’Enel, la soluzione geotermica è praticabile in quasi tutte le zone del nostre paese. E se in Toscana la geotermia industriale (con produzione di energia elettrica in centrali geoelettriche) è altissimamente impiegata, un obiettivo che l’azienda è interessata a perseguire è la diffusione della geotermia a bassa entalpia, per la climatizzazione degli edifici. In essa l’Italia è ancora piuttosto arretrata rispetto agli altri paesi economicamente sviluppati: spiccano in particolare gli Stati Uniti, con più di 600.000 pompe di calore installate, la Svezia (60.000 unità), la Cina, la Svizzera (che conta 16.000 nuovi impianti all’anno), l’Islanda, la Germania, il Canada, la Norvegia e la Francia.

Ma perché e quanto conviene optare per un impianto di condizionamento a geotermia?

In primo luogo si tratta di una fonte praticamente inesauribile e del tutto rinnovabile. Non comporta inquinamento del suolo (però durante l’installazione, nei procedimenti di perforazione, devono essere utilizzati fanghi e fluidi ecocompatibili) e il paesaggio non viene perturbato in alcun modo, visto che le strutture sono sotterranee.

Non si ha emissione di CO2 se non da parte della pompa di calore, la quale però, come spiegato, compie un lavoro molto inferiore rispetto a quello che necessario nei sistemi di riscaldamento tradizionale (a gasolio ma anche a metano e GPL). In più la geotermia determina una totale indipendenza da qualunque carburante, dall’importazione di questo nonché dalle variazioni di prezzo. L’energia termica del suolo è sempre a disposizione, in loco, e non ha un prezzo di acquisto.

L’impianto non necessita manutenzione, è in grado di sopravvivere in ottime condizioni per 100 anni in media e permette di avere sia raffreddamento sia riscaldamento (ossia due funzioni di climatizzazione con una sola struttura).

Infine i risparmi sulla bolletta sono altissimi, si va dal 65% all’75% (a seconda dell’efficienza dell’impianto, del tipo di edificio e talvolta anche dalla natura del suolo). Ovviamente il costo di partenza è molto più elevato di quello di un impianto a fonti fossili, ma nel giro di pochi anni si ammortizza sulla bolletta la spesa iniziale.

Per una villetta unifamiliare di 150mq, in condizioni geologiche nella media (in Italia), un impianto geotermico può costare intorno ai 20000 euro, contro i 10-12000 di un sistema classico. Il rientro in bolletta dell’eccesso di spesa iniziale avviene in un arco di anni che dipende ovviamente dal tipo di impianto con cui lo si va a confrontare, comunque nella peggiore delle ipotesi non si va oltre gli 8. Dopo di che è tutto risparmio economico.

In termini ecologici, invece, il vantaggio è immediato, fin dal primo giorno di attività.

Vale dunque davvero la pena di affidarsi al caldo cuore della “nostra madre Terra”.

Un ragazzo di 90 anni




Vi presento il mio amico Ando Gilardi, per chi non lo conoscesse-sebbene lui sia una vera star della fotografia e della storia della fotografia- è un ragazzo di quasi 90anni, con un entusiasmo ed una intelligenza viva priva di convenzioni a cui amo -ed ho il privilegio- di abbeverarmi ogniqualvolta riesco ad andare a trovarlo nel suo buen retiro di Ponzone, poche anime ma aria fina ed un grande panorama...